SPILLO/ Se la pandemia ci fa (ri)scoprire una Italia prigioniera della burocrazia

- Roberto Locatelli

Il coronavirus ha fatto emergere, nella tragedia, un lato bello dell’Italia, ma ha anche mostrato il peggio della burocrazia e del settore pubblico

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In aula al Senato (LaPresse)

Così è la vita, mentre tutto sembra proseguire a passo spedito verso un futuro sempre più caratterizzato da edonismo e consumismo, mentre influencer e sportivi si giocano la ribalta mediatica a colpi di click e di followers, mentre liti televisive e risse nei talk-show sono il pane quotidiano della televisione, quatto-quatto irrompe nel nostro meraviglioso luna park del “migliore di mondi possibili” un piccolo, piccolissimo, infinitamente minuscolo essere che stravolge tutto, mettendo a soqquadro la nostra vita lavorativa e sociale, ridefinendo le nostre priorità quotidiane, dando improvvisamente il giusto peso alle relazioni interpersonali e la giusta attenzione sul senso della vita.

Un virus, visibile solo al microscopio, non si sa ancora se lasciato libero di diffondersi deliberatamente o accidentalmente, se naturale oppure trattato in laboratorio, ribattezzato Covid-19, dall’inizio dell’anno sta mietendo vittime soprattutto tra le persone anziane con patologie pregresse, ma soprattutto ha sconvolto la vita di milioni di persone nel mondo. È un virus che è andato a incidere su ciò che più ci appartiene come specie umana, ossia il contatto fisico, la vicinanza che è un fattore culturale di relazione con l’altro da sé pressoché in ogni ambito del nostro vivere quotidiano, dal lavoro alla famiglia, dalle amicizie alla vita associativa e ricreativa.

Lasciando un attimo da parte le gravi ripercussioni per interi comparti produttivi, soprattutto quelli del turismo e del tempo libero, così come l’inevitabile ri-organizzazione della logistica e degli orari di lavoro in fabbriche e uffici, ciò che ha pesato maggiormente sono state le implicazioni psicologiche dovute alla prolungata quarantena delle persone, con annesse preoccupazioni per famigliari, congiunti e conoscenti con i quali necessariamente dovevano essere ridotti al minimo i contatti per evitare che slanci di solidarietà potessero persino rivelarsi dannosi per la persona aiutata.

È dura l’idea che per aiutare qualcuno a cui sei legato devi gioco forza star lontano, è contro la nostra logica e la nostra cultura che vorrebbe far prevalere la presenza fisica, il contatto, la carezza, l’abbraccio. E invece no. Era sconsigliato perché in quel gesto poteva esserci il rischio del contagio.

Mentre la comunità scientifica in mancanza di dati certi, con situazioni mutevoli, in balìa dell’eccezionalità e dell’incertezza della situazione, non riusciva a dare risposte certe e univoche ai cittadini, mentre la politica italiana cercava di barcamenarsi in questa situazione con la chiusura del Paese al fine di limitare gli spostamenti della gran parte dei cittadini e disciplinando i loro comportamenti all’uso della mascherina, dei guanti, alla distanza di sicurezza e al divieto di assembramenti, le persone hanno dovuto ridare un senso alla propria quotidianità, alla propria vita, alle proprie relazioni sociali, a ciò che veramente è importante e ciò che è superfluo.

Ci sono immagini che difficilmente potranno essere tolte dalla mente delle persone e che rappresentano quanto vissuto in questi ultimi mesi della nostra vita, ne ho sintetizzate tre.

La prima è l’immagine di quella infermiera addormentata per sfinimento dopo il proprio turno di lavoro in un reparto Covid-19, è l’emblema di tutti quei professionisti che nel corso dell’emergenza si sono spesi per guarire e salvare più vite possibili, anche a rischio della propria salute, senza risparmiarsi in termini di sacrificio fisico e mentale, tra le difficoltà logistiche, la penuria di apparecchiature mediche e la scarsità di materiale sanitario.

La seconda immagine è quella del numero sempre crescente di bare stipate nelle chiese o in altri luoghi pubblici, con il corpo di quelle persone decedute in attesa di essere destinate alla sepoltura o alla cremazione dei cadaveri.

La terza immagine, forse la più suggestiva e angosciante, è quella della fila di camion dell’esercito che nel silenzio angosciante della città di Bergamo, interrotto solo dai suoni della ambulanze che si sentono come sottofondo in lontananza, trasportano le bare di quelle persone morte di Covid-19 e che, per l’elevato numero sono costrette a essere trasportate per la cremazione presso strutture a ciò preposte di altre città.

Da bergamasco, mi si consenta di aggiungere a quest’ultima immagine quella del primo cittadino di Reggio Emilia che, con un gesto tanto semplice quanto suggestivo e carico di senso delle istituzioni e di dignità umana, ha atteso in silenzio con la fascia tricolore, l’arrivo delle salme trasportate dai camion e dirette alla cremazione nel cimitero cittadino. Un gesto così carico di umanità e dignità, d’avermi commosso.

Il virus ci ha trovato nudi. Nudi di fronte alla sua logica di vita-morte, nudi di fronte alla sua legge del distanziamento sociale come arma per sconfiggerlo, nudi di fronte alla rinuncia della nostra routine quotidiana fatta di lavoro-tempo libero-hobby-scuola dei figli-luoghi di ritrovo-centri commerciali-bar-pub-ristoranti-palestre-piscine-cinema-stadio. Nudi di fronte al silenzio. Nella società del fracasso non c’era più spazio per il silenzio, un angoscioso silenzio, che però ci ha portato a riflettere, su di noi, la nostra vita e le nostre priorità nell’esistenza.

Nulla sarà più come prima, almeno sino a una vaccinazione di massa, ma per questo ci vorrà tempo, mesi o forse anni, nel frattempo dobbiamo reagire, rialzarci, reinventare la nostra quotidianità, ripartendo dai valori veri che caratterizzano la persona umana, che ne danno lustro, dignità e credibilità, mettendo in secondo piano consumismo, averi e prodotti, ripartendo da un concetto sano di “comunità” che porti a valorizzare i singoli componenti della stessa.

È giusto e doveroso non dimenticare che durante i mesi della pandemia, a fianco dei bollettini quotidiani riferiti a contagiati e deceduti, si è visto il volto bello dell’Italia, quello dell’aiuto e della solidarietà di tanti uomini e donne che con il loro impegno e la loro dedizione, anche a rischio della propria salute, hanno portato generi alimentari e medicinali ad anziani e invalidi. Soprattutto hanno dato un segno di vicinanza umana alle tante persone sole, impossibilitate a muoversi e far fronte alle necessità primarie di vita.

Le raccolte fondi da destinare agli ospedali hanno visto una partecipazione nutrita e convinta di cittadini, senza dimenticare l’impegno di tanti volontari nel realizzare a tempo di record ospedali attrezzati in strutture adibite ad altri usi, così ben fatti e in così poco tempo da far invidia all’efficienza cinese. Un’Italia del fare, che seppur nel dramma, ha reagito, lottato contro le avversità e supportato coloro che avevano più difficoltà a farlo.

E mentre ciò accadeva, da contraltare c’era l’azione del settore pubblico, non tanto e non solo inteso come azione del Governo, ma proprio nel senso più ampio del termine, con le sue strutture centrali e periferiche che hanno ancora una volta dato prova di lentezza pachidermica e inefficienza. È incredibile come, a tre mesi dal cosiddetto “paziente uno di Codogno”, in un Paese ad alta produzione manifatturiera come il nostro, ci sia ancora penuria e confusione in merito all’approvvigionamento delle mascherine e degli altri dispositivi utili a evitare il contagio o a supportare le analisi dei contagiati, come tamponi e necessari reagenti.

La batteria di documenti di autocertificazione che con cadenza quindicinale venivano sfornati ha dato la misura della elefantiaca e bizantina burocrazia italiana. Non è una questione riferita a chi è oggi il presidente del Consiglio o a quale maggioranza siede in Parlamento, perché il problema è atavico, pluridecennale, e questo Paese ormai non è più da tempo una democrazia perché ormai trasformato in una “burocrazia”.

Basti pensare con quanta velocità ed efficiente capillarità Germania e Svizzera hanno saputo supportare in questo momento di difficoltà le loro imprese, comunque non paragonabile a quanto patito dal comparto produttivo italiano. Da noi pur essendo stanziati a bilancio le risorse economiche per le imprese e gli autonomi, queste prima che giungano a chi ne dovrebbe usufruire, necessitano di tali e tanti passaggi tra diversi soggetti, ciascuno con la propria filiera operativa e autorizzativa, da protrarre oltre la decenza il tempo utile per l’accredito delle somme!

Ancora una volta quando la società civile boccheggia per un evento esogeno nefasto (oggi un virus, anni fa una crisi finanziaria globale che si è ripercossa sull’economia reale), la risposta del settore pubblico è, nel migliore dei casi, tardiva e insufficiente, nel peggiore, inutile. Una pletora di enti pubblici coinvolti, con relativi uffici, a loro volta con macchinose operatività, se mai usciremo dalla crisi saremo ancora ultimi tra gli ultimi in Europa, mentre gli altri Paesi correranno già da parecchi mesi, e a farne le spese sarà una larga parte del nostro settore produttivo. Ma se questo andrà in crisi, ci saranno immediate ripercussioni sulle famiglie e sui cittadini, innescando una crisi sociale drammatica e pericolosa.

Il virus ha agito sull’Italia come su qualsiasi organismo umano, aumentando e accelerando i suoi effetti patogeni là dove il sistema è più debole. È un altro di quei momenti cruciali della storia di questo Paese e vedremo se verrà superato agendo in profondità per snellire ed efficientare l’apparato pubblico oppure, come credo, si riuscirà per il rotto della cuffia, con il sacrificio al solito addossato ai propri cittadini, senza fare minimamente i conti con i propri mali.

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