SPRECO ALIMENTARE/ “Un italiano butta ogni anno 27,5 kg di cibo”: cosa fare?

- Raffaele Graziano Flore

Speco alimentare, una piaga che assume contorni sempre più drammatici: secondo uno studio “un italiano butta ogni anno 27,5 kg di cibo”. Cosa fare?

Spreco alimentare
Spreco alimentare (Web, 2020)

Una catena di produzione e consumo che non funziona più oramai da decenni: ma negli ultimi tempi si intravedono piccoli segnali di un trend inverso. È questa, in estrema sintesi, la fotografia di quel drammatico, e spesso sottovalutato, fenomeno tipico dei Paesi più ricchi del mondo che è lo spreco alimentare ovvero la perdita di cibo che sarebbe ancora buono per essere mangiato e che invece viene buttato. Numeri impressionanti se si ricorda che già una grande parte di cibo di fatti viene persa lungo il processo produttivo, a partire dall’agricoltura fino al momento della lavorazione e per arrivare al consumatore finale e ai metodi di conservazione. È notizia recente che solo in Italia ogni cittadino butta mediamente 27,5 kg di cibo pro capite, mentre se si parla di alcuni grandi punti vendita le cifre si aggirano attorno alle 220mila tonnellate annue: è quanto ha rivelato un rapporto intitolato “Cibo e innovazione sociale” condotto da Fondazione Feltrinelli assieme all’Osservatorio Permanente Cirfood e che, meglio di tante parole, chiarisce come uno degli obbiettivi della cosiddetta Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite sia ancora ben lontano da essere raggiunto.

I NUMERI DELLO SPRECO ALIMENTARE IN ITALIA E NEL MONDO

Come è noto, quello dello spreco alimentare non è solo un dramma che mette ancora più in evidenza le disuguaglianze tra il mondo occidentale e i Paesi più poveri del mondo ma anche un problema di impatto ambientale: infatti lo spreco di cibo non implica solo uno spreco anche di risorse naturali impiegate per produrre determinati alimenti (acqua, energia, sfruttamento intensivo dei terreni, deforestazione ecc.) ma anche una ricaduta in termini di inquinamento e di sostenibilità di certe produzioni, divenute oramai insostenibili in termini ambientali ed economici. Non è un mistero che questa piaga contribuisca purtroppo anche all’aumento di emissioni di CO2 che a loro volta sono tra le principali responsabili dei cambiamenti climatici. Da qui il bisogno impellente di dare vita a nuovi modelli di sviluppo industriale ma anche di consumo consapevole per il singolo cittadino e in tal senso la pandemia da Covid-19, pur rendendo ancora più acute certe disuguaglianze, sta avendo almeno il merito di velocizzare la transizione verso nuovi paradigmi di produzione maggiormente consapevoli ed ecosostenibili che combattano la denutrizione nel cosiddetto Terzo Mondo e introducano una nuova cultura del cibo nei Paesi industrializzati.

VALORIZZARE IL CIBO: TRA NUOVI MODELLI E L’APP “TOO GOOD TO GO”

A tal proposito basti pensare che non in Africa ma nella stessa Italia ci sono ancora tanti bambini che per diversi motivi non possono beneficiare di un’alimentazione equilibrata e questo soprattutto nelle regioni del Mezzogiorno. Basta questo dato, fra i tanti, uniti al tema dello spreco alimentare per spiegare come il tema abbia ricadute non solo a livello economico ma anche sociale e in termini di spesa assistenziale che ogni Paese deve sostenere. La soluzione? A livello della filiera produttiva certamente le grandi aziende dell’agroalimentare e quelle della ristorazione devono abbandonare il modello dello “sfruttamento di risorse finite” per abbracciare quello del massimo uso possibile delle risorse rinnovabili; a livello individuale, come accennato, l’esperienza del lockdown ha insegnato alle famiglie a migliorare le abitudini di spesa e le modalità di consumo (e non spreco) del cibo, ma non basta. A tal proposito in aiuto possono venire non solo associazioni che a livello locale si impegnano nel recupero degli alimenti destinati alla spazzatura ma anche delle app come “Too Good To Go” (ossia, troppo buono per essere buttato): ideata nel 2015 da una start-up danese, consente a chi la scarica di entrare in contatto con quelle attività commerciali che offrono cibo invenduto a prezzi accessibilissimi, e negli ultimi tempi pare abbia preso piede pure nel nostro Paese; con una spesa di meno di 5 euro si può portare a casa anche quasi due kg di prodotti da forno, ad esempio, forniti in delle “magic box” che a volte possono essere anche a sorpresa.

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