SPY BANCHE/ Mps, Banco Bpm e i nomi di un risiko pieno di incognite

- Maurizio Delfino

Si succedono notizie di possibili aggregazioni nel mondo bancario, dove non mancano anche timori per la tenuta di fronte alla crisi

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LaPresse

Ora si capisce un po’ di più perché i sindacalisti, all’indomani dell’annuncio di Intesa Sanpaolo di un’Opa su Ubi Banca, avevano un’espressione un po’ rigida, quasi di stress anticipato. Perché sapevano – a prescindere dalla sensazione positiva per quella specifica iniziativa a sorpresa e prima e a prescindere dall’emergenza Covid, che sarebbe esplosa poco dopo – che iniziava in qualche modo un effetto domino. Per cui, specie considerando che l’83% dei bancari è iscritto a una sigla sindacale, ogni minimo spiffero su possibili fusioni e aggregazioni è come mettersi (sudati) in mezzo alla corrente.

Oggi tutte le finestre sono aperte, non c’è un angolo al riparo dalla corrente. Bper che acquisisce 532 filiali da Intesa/Ubi si ferma o guarda già al passo successivo? Il Banco Bpm da considerare polo aggregante o possibile preda, per esempio dei francesi di Credit Agricole che già occupano spazi del mercato italiano? Le “valtellinesi”, due belle realtà come Creval (già trasformata in Spa) e Popolare di Sondrio (che, arrivata la terza e definitiva conferma sulla riforma Renzi, deve farlo a breve) tenteranno un’aggregazione fra simili, si ripareranno un altro po’ dietro il sipario mentre vanno in scena attori più rumorosi o si inventeranno da par loro qualcosa di laborioso e inaspettato? E la riforma del credito cooperativo su cui lentamente si cominciano a capire alcune difficoltà?

Alessandro Profumo, che qualcosa di banche sa, al Festival dell’Economia di Trento del 2015 l’aveva predetto, che entro un decennio lo scenario sarebbe stato questo, fusioni, aggregazioni e generale riduzione della presenza (di banche e di bancari) per come la conosciamo ancora ora. Goldman Sachs ha elaborato qualcosa come 406 possibili combinazioni a livello europeo. Avoglia a fare Risiko! Ciò che non si poteva immaginare era il Covid di oggi e la fiacca cronica
dell’economia di questo Paese, la sua incapacità di generare fiducia, crescita, investimento.

Le fusioni di cui si parla si faranno e probabilmente, tranne qualche piccola perdita di posti di potere e di prebende varie (ma dietro le quinte sono sempre recuperabili) saranno tutte win-win come si dice. Lo scenario dice che queste aggregazioni fanno bene più o meno a tutti, ai soci che tutelano meglio l’investimento e il suo valore di libro e di mercato, ai dipendenti che – a parte gli estenuanti e micidiali affanni che un’aggregazione comporta sul piano pratico – godono di un ritorno di robustezza del proprio datore di lavoro e rimettono in cantiere accordi di uscita anticipata e tutelata come nessun altro settore ha saputo pensare e autofinanziare sin dagli anni ’90. Al mercato che – anche qui a parte un po’ di scombussolamento iniziale – chiede efficienza, razionalità, se possibile economicità e soprattutto robustezza, che le economie di scala e le fusioni in questo momento storico apportano in dote iniziale quasi automatica.

Sotto questo profilo, a parte stare a vedere come va a finire, suonano più delicata la partita Montepaschi e più interessante quella Mediobanca. Quest’ultima, dopo un po’ di suspence per la presenza di 3 liste per il rinnovo del Cda, per ora ha consolidato la sua classe dirigente di formazione cucciana, dicono i giornali, e confermato risultati positivi e il suo ruolo importante per il mondo finanziario e per l’intero sistema-Paese. Resta la curiosità di scoprire se e cosa abbia in mente il potente Del Vecchio. L’altra è un guaio. Forse occorre nuovo capitale per farla stare in piedi con una parvenza di legittimità rispetto al resto d’Europa e poi lo Stato qualcosa dovrà dire e fare. Nel senso che non di solo Covid vive un Governo e un Paese o magari, proprio la catena di emergenze provocata dall’epidemia porterà al pettine tutti i nodi e tutti gli angoli dove sono annidate risorse (o scelte sbagliate che le hanno sciupate).

Che dire della nomina di Gianni De Gennaro alla guida della Popolare di Bari, altro caso di salvataggio bancario complicato e difficile da spiegare in termini di mercato (cioè perché non c’è stato un salvataggio squisitamente di mercato); altro caso di persona su cui non c’è nulla da dire se non di bene e di positivo. Ma possiamo chiederci se è sano, se è giusto, se è normale che la Presidenza di una banca di media dimensione (ma significativa per un’area del Paese) in questa epoca storica, in questa nazione, non veda altra possibilità che quella di un funzionario esperto – sia pure al massimo livello – di ordine pubblico? Ma quando saremo diventati un Paese di 28 milioni di abitanti (la metà di oggi), come ricorda uno scenario tracciato da Piero Angela, allora potremo riparlare della questione delle classi dirigenti?

Nel frattempo i numeri ci dicono che crescono parecchio, quest’anno, i risparmi degli italiani in giacenza sui conti, e ciò come segno non certo di accresciuto reddito, ma di accresciuta paura e sfiducia sul presente e sul futuro. Diminuiscono parecchio i ricavi per le banche e non bastasse la questione delle sofferenze (Visco è tornato ad avvertirle di iniziare subito il lavoro di pulizia e accantonamento e per la prima volta ha esplicitamente parlato di possibili vittime, in senso bancario, della crisi Covid), qualcuno sta iniziando a calcolare i rischi di un’eventuale caduta di valore del mercato immobiliare. Che è un noto e vitale fattore per la stima della ricchezza del Paese e – altresì – un collaterale essenziale (anche se non come un tempo) per la tenuta dei conti delle banche.

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