SPY CINA/ Se a Xi non bastano “3 linee rosse” per frenare la caduta dell’economia

- Andrea Pomella

In Cina l’economia rischia di affrontare una quasi stagflazione (inflazione più stagnazione). Tanto che Pechino pensa a “una tassa sui dati” contro i Big Tech

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Xi Jinping (Lapresse)

Il rischio che l’economia della Cina debba affrontare una “quasi-stagflazione” fino al 2022 è stato giudicato “molto probabile” da Liu Shijin, membro del Comitato di politica monetaria della Banca Popolare Cinese, che durante un evento online del China Macroeconomy Forum ha illustrato gli scenari futuri a cui Pechino andrà incontro.

Il rischio di una stagflazione pone il governo cinese di fronte a problemi di difficile soluzione, che richiedono decisioni tempestive e di certo non indolori. La compresenza di inflazione e stagnazione della crescita economica si presenta nella forma di un dilemma di difficile soluzione: l’aumento dei tassi d’interesse rischia di frenare la crescita, mentre una politica monetaria più accomodante potrebbe dare un’ulteriore accelerazione all’inflazione.

Come ha acutamente fatto osservare Laura He su Cnn Business, l’economia cinese ha visto moltiplicarsi negli ultimi mesi i problemi da affrontare e all’aumento dell’inflazione globale, che ha impattato fortemente i prezzi alla produzione di quella che rimane ancora la “fabbrica del mondo” – rischio di cui parlammo già nel maggio scorso -, si vanno ad aggiungere l’energy crash – causato dall’aumento  del costo delle materie prime, dalla recrudescenza della pandemia e dalla decisione di Xi Jinping di ridurre le emissioni di anidride carbonica in Cina entro il 2030 – e la crisi del settore immobiliare.

A fronte di uno scenario così complesso, per il governo cinese si impone la priorità di ristabilire la fiducia degli investitori. Per questo motivo l’aver intensificato la politica delle “tre linee rosse”, introdotta nel 2020, che stabilisce limiti più stringenti fra debito e patrimonio, debito e liquidità e il rapporto di trasmissione inferiore al 100%, è indice del tentativo di ridurre l’indebitamento degli operatori nel settore immobiliare e di creare nuove opportunità per gli investitori, anche a costo di mettere in seria difficoltà tante aziende costrette a chiudere e di far interrompere il flusso di investimenti di tante banche. Benché siano tanti gli analisti a prevedere che la Banca centrale cinese sia orientata verso un allentamento monetario e creditizio che possa agevolare la posizione dei mutuatari indebitati e i crediti in sofferenza, al momento è più probabile immaginare una strategia composita, che dovrà fare i conti con pressioni politiche e interessi diversi.

Se le misure fin qui intraprese, caratterizzate da un deleveraging forzato, hanno reso l’accesso al credito sempre più difficile e assicurato il rafforzamento di grandi player finanziari vicini al partito, non è detto che il tessuto dell’economia reale possa reggere a lungo. Non sembra un caso che a inizio novembre il primo ministro Li Keqiang abbia chiesto un taglio sostenuto delle tasse per le piccole e medie imprese in difficoltà, ovvero a beneficio di quella classe media che in questa fase sembra dover pagare i conti di un’espansione finanziaria fuori controllo.

L’invito di Li a indirizzare risorse a beneficio dell’economia reale non poteva essere più chiaro nel palesare le tensioni che attraversano la società cinese. Sono in tanti, come, ad esempio, Foregin Affairs, a parlare di brusco atterraggio per l’economia cinese, ma al momento non è chiaro il modo in cui si proverà ad attutirne l’impatto.

Non è un caso che recentemente si sia paventata la possibile introduzione di una “tassa sui dati” che vada a colpire i colossi del Big Tech. E’ una seria possibilità che rientrerebbe nelle politiche finalizzate alla “prosperità comune” auspicata da Xi Jinping, ma è alquanto difficile pensare che possa bastare per assicurare la stabilità del sistema finanziario.

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