SPY CONFINDUSTRIA/ Cosa nasconde lo “scontro” D’Amato-Bonomi sul Sud

- Amerigo Ormea

La storia del nuovo corso “dicotomico” di Confindustria si arricchisce di un nuovo capitolo. Direttamente dalle pagine del Sole 24 Ore

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Antonio D'Amato (Lapresse)

Tocca ripetersi e – ahinoi – non sarà l’ultima volta. La storia del nuovo corso “dicotomico” di Confindustria non finisce qui. Anzi, sembra destinata ad allungarsi per molti mesi a venire. Intanto martedì 20 ottobre è andata in onda una nuova puntata della serie “Nord e Sud, che ne facciamo…”. Con viale dell’Astronomia che continua a mostrarsi alquanto “dimezzata”. Come si nota dal Sole 24 Ore, l’organo di casa.

“L’Italia sta cadendo a pezzi, servono investimenti pubblici”. È il titolo con cui Il Sole 24 Ore presenta una ampia intervista ad Antonio D’Amato, past president di Confindustria (anni 2001-2004) e della Luiss Guido Carli, poi presidente della Federazione nazionale Cavalieri del Lavoro. D’Amato, genuina anima “terrona” della nuova Confindustria, non può fare a meno di collocare il tema Mezzogiorno al centro di ogni ragionamento di scenario e prospettiva. Del resto le radici del Gruppo Finseda, oggi leader internazionale nella produzione di imballaggi alimentari operante in Germania, Portogallo, Regno Unito e Stati Uniti, affondano in una cittadina dove persino un corso porta il nome del fondatore dell’azienda, ossia il padre Salvatore: Siamo nel tenimento di Arzano, paese sgarrupato (malandato, degradato, quasi in rovina) di “Io speriamo che me la cavo”. Zona rossa da qualche giorno, con massaie per strada al seguito.

L’Italia è non di meno a pezzi e D’Amato prova a dire come può cavarsela. Perché restano 12 mesi, massimo 18 per fare le riforme strutturali. E bisogna farle invece di continuare a mettere toppe con interventi a pioggia. Con quali obiettivi?

1) Il Sud ha il 43% del tasso di occupazione contro la media Italia del 58% e quella europea del 73%. Deve ripartire: non è solo un’opportunità, ma una necessità assoluta per l’intero Paese.

2) La decontribuzione per le assunzioni e il costo del lavoro, annunciata dal Governo, vale a dire il taglio del 30% dei contributi a carico delle imprese  per tutti i dipendenti la cui sede di lavoro si trova in una regione del Sud. Secondo D’Amato, per funzionare deve essere un intervento strutturale, almeno per dieci anni, perché i tre annunciati a gran fatica dal ministro Provenzano non sono sufficienti. 

3) Per superare il divario e raggiungere l’obiettivo di un tasso di occupazione superiore al 70% deve essere capace di crescere e competere. Come? Superando i propri squilibri sociali e territoriali. 

4) Per questo gli investimenti – pubblici o privati che siano – devono avere una fortissima focalizzazione anche sulle politiche per il Mezzogiorno.

5) Se non riparte il Sud l’Italia non cresce. Perciò occorre darsi l’obiettivo di aumentare di 15 punti il tasso di occupazione nel Mezzogiorno nei prossimi 10 anni. 

 E fin qui ha parlato il “doctor Jekyll” di viale dell’Astronomia. Ma basta sfogliare un paio di pagine dello stesso giornale, e alla terza troviamo “mister Hyde”. Carlo Bonomi, che a Verona – racconta ancora una volta Nicoletta Picchio – ripete il motivetto che gli piace tanto: la decontribuzione al Sud è una strada sbagliata. “Bisogna attrarre investimenti con le infrastrutture e la legalità…”. Un refrain che aveva già inserito nello spartito della sua relazione per la sua prima assemblea di Confindustria.

Ne vedremo delle belle, nei prossimi mesi, quando ci sarà da decidere come dividere la grande torta del Recovery fund. Siamo infatti solo alle prime schermaglie. E vale la pena ricordare che tra D’Amato e Bonomi il feeling è scoppiato sì, ma a effetto molto ritardato. Perché la conversione damatiana nella partita della presidenza avvenne alle idi di marzo 2020: dopo che il cavaliere d’Arzano aveva sostenuto l’antagonista della prima ora di Bonomi, ossia Giuseppe Pasini, il numero uno degli industriali di Brescia. E, prima ancora, la candidatura dell’imprenditore triestino del caffè Riccardo Illy, di cui l’ex presidente di Confindustria e della Luiss D’Amato è stato grande sponsor, assieme al suo sodale di sempre, Ambrogio Prezioso, già numero uno di Acen e di UnindustriaNapoli. E infatti è girata una boutade, a tale proposito, tra non pochi osservatori partenopei di queste vicende: D’Amato e Prezioso si sono comportati a viale dell’Astronomia un po’ come Totò e Peppino in piazza Duomo, nel celeberrimo film: “Noi – avranno pensato – ci sediamo qui, su una poltrona: un presidente che presiede, prima o poi, da qui deve passare…”.

Ora al vertice di Confindustria comanda colui che, a torto o a ragione, viene considerato dai più un fiero avversario delle tesi secondo cui la crescita italiana passa per lo sviluppo del Mezzogiorno. Un lumbàrd nel senso plastico della parola. Al momento sembra contrapporsi a lui il vecchio leone, tornato lì da dove è partito nella sua scalata nazionale a Confindustria. Quel Palazzo Partanna, sede dell’Associazione degli industriali di Napoli, che governerà ancora una volta per i prossimi quattro anni. Da dietro le quinte.

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