SPY FINANZA/ Gli indizi sinistri sull’Italia che arrivano dal Fmi

- Mauro Bottarelli

Sembra che il Fmi voglia al più presto emettere un ammontare record di SDR. Un’operazione che fa sorgere più di una domanda

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Kristalina Georgieva (Lapresse)

Per quale motivo il Fondo monetario vuole creare 650 miliardi di nuove riserve entro la metà di agosto? Perché tanta fretta, tutta di colpo? Viene da chiederselo, visto che oggi l’executive board del Fmi si riunirà per discutere appunto i dettagli del piano che dovrebbe portare a un aumento record degli Special Drawing Rights (SDR), i diritti speciali di prelievo, qualcosa come tre volte quanto messo in campo dopo il crollo di Lehman Brothers (204 miliardi). Eppure, formalmente i mercati vanno spediti come treni, i vaccini paiono aver messo sotto controllo i contagi e anche i dati macro segnalano un netto rimbalzo dai crolli del picco pandemico.

L’America non stava vivendo una nuova età dell’oro, forse? E gli indici di manifattura e servizi europei non sono da record assoluto? Ovviamente, chi volesse tagliare corto la discussione avrebbe gioco facile, scomodando l’unicità rappresentata dal Covid: uno shock simile ha colpito intere economie in tutto il mondo, portando a un aumento delle ratio di debito che occorre tamponare, se si vuole ripartire in maniera sostenibile. Vero. Ma le Banche centrali di tutto il mondo stanno letteralmente alluvionando il sistema dalla primavera del 2020, perché ora il Fmi decide di entrare in campo con una mossa simile? Dopo Lehman mise in campo 204 miliardi, ma, attenzione, all’epoca non si arrivava da un decennio di Qe globale e pressoché perenne che si è sostanziato in 30 triliardi di liquidità dal 2011 a oggi. Perché allora, solo per aiutare l’Africa e i Paesi più poveri, come la grancassa mediatica sta raccontando?

No. E, soprattutto, questa operazione epocale sta avvenendo in base a uno strano iter dei lavori. I 24 membri del Consiglio esecutivo, infatti, hanno deciso che le deliberazioni che usciranno dal meeting di oggi verrano intese come lapse-of-time based: ovvero, intercorsi alcuni giorni, se non ci saranno obiezioni da parte di qualche Paese membro o richieste di ulteriori incontri, quanto deciso verrà automaticamente considerato come approvato. E rinviato allo step finale. Cioè, il via libera del board dei governatori. Nonostante lo snellimento, una procedura comunque lunga, burocratica e farraginosa. Ma la numero uno del Fmi, Kristalina Georgieva, è stata chiara: il processo per la creazione delle nuove riserve dovrebbe essere completato entro metà agosto.

E ancora non basta. Forte del via libera in tal senso ottenuto dal G7 su iniziativa francese, il Fondo punta infatti a una corsia prioritaria per la quota di riserve da destinare all’Africa e altre aree del mondo gravemente depresse. Sia attraverso la via ordinaria delle donazioni dei vari Paesi membri al Poverty Reduction and Growth Trust, sia appunto tramite l’accordo raggiunto dai Sette Grandi per destinare 100 miliardi delle nuove riserve create proprio al Continente Nero, a fronte dei 33 già ipotecati in tal senso dal Fmi in fase di discussione. In tal senso, Emmanuel Macron ha già reso noto che la Francia destinerà parte della sua quota all’Africa e chiederà di fare altrettanto ai partner. Finora, solo la Cina ha dato il proprio assenso. Ovviamente, alla luce della sua presenza nell’area e dell’outstanding di prestiti già in essere verso vari governi del Continente.

Stando a calcoli di Standard&Poor’s, i 33 miliardi già allocati saranno sufficienti a ristorare a un livello adeguato le riserve di Zambia, Giordania, El Salvador, Benin e Togo, ma se tutti i Paesi sviluppati dovessero dirottare il 42% della loro quota spettante di nuovi SDR, tutte le 44 nazioni facenti parte del gruppo di Paesi a basso reddito e con debito con rating B+ o inferiore vedrebbero le loro casse ripianate.

Fin qui, tutto molto bello. Quasi un clima da Live Aid 2.0, manca giusto Bob Geldof come sacerdote laico. Ma ecco che all’ordine del giorno del Fmi compare dell’altro: la nascita del cosiddetto Resilience and Stability Trust, un fondo ad hoc dove dirottare risorse di Paesi ricchi verso altri a medio reddito e con particolari vulnerabilità congiunturali, ma che non possono usufruire del trust destinato alle nazioni in via di sviluppo. Anche in questo caso, tempistica da gara dei 100 metri: Kristalina Georgieva spera che questo nuovo veicolo di supporto possa nascere al più tardi entro fine anno.

Insomma, decisioni che normalmente richiedono mesi e mesi di trattative, bypassate da una procedura di silenzio assenso che spedirà direttamente all’approvazione del board dei governatori la creazione di 650 miliardi di nuove riserve. Ma, soprattutto, la nascita di un Trust per Paesi a medio reddito, di fatto beneficiari una tantum di quote cedute da Paesi più saldi nei conti. Ma quali sarebbero questi Paesi? Forse gli Usa, incapaci di alzare i tassi nel 2023 senza che Wall Street sbandi? La Germania, la quale non solo ha già annunciato altro extra-indebitamento per 100 miliardi nel 2022, tanto per garantire Bund a sufficienza alla Bce per la fase finale del Pepp, ma ha anche visto la cancelliera uscente, Angela Merkel, ammettere chiaramente che il Paese dovrà spendere cifre enormi anche nei prossimi anni, al fine di rimettersi in sesto dalla pandemia? O forse qualcuno punta ad altro, magari la possibilità di utilizzare le proprie quote di nuove emissione per creare veicoli a leva che evitino l’accumulo di ulteriori passività nel bilancio statale, emettendo magari obbligazioni acquistabili dagli altri membri tramite le loro quote di diritti di prelievo?

Ad esempio, cosa farà l’Italia con i circa 20 miliardi di euro cui avrebbe diritto in base alla sua quota detenuta nella base di capitale del Fmi, pari al 3,17%? Cederà una parte all’Africa? O forse no? Sorgono dubbi. Più che altro alla luce di quanto dichiarato da Mario Draghi al termine dell’incontro romano con Ursula Von der Leyen, quando ha sottolineato come una parte del Recovery Plan europeo potrebbe divenire strutturale e non temporanea ed emergenziale, in caso si spendessero in maniera edificante i denari messi a disposizione. Detto fatto, una fonte giornalistica con addentellati molto in alto a Bruxelles come la versione europea di Politico metteva in Rete un articolo dal contenuto difficilmente prono a interpretazioni: Mario Draghi si dice certo di questa mutazione di indirizzo in caso di successo dell’esperimento pilota, ma sarà dura vendere il proprio ottimismo a partner scettici come Austria, Olanda, Finlandia e Danimarca.

Velocità sospetta. Anche in questo caso. Vi rimando, in tal senso, all’articolo che pubblicai il 17 maggio scorso: non sarà che qualcuno al Fmi abbia voluto accelerare le pratiche, perché a conoscenza di un drastico cambio di regime in seno alla Bce dopo il voto tedesco del 26 settembre? Calcolando che l’attuale numero uno dell’Eurotower ha ricoperto il medesimo, prestigioso ruolo anche al Fondo prima di subentrare proprio a Mario Draghi, i dubbi paiono infittirsi. Come le trame.

Dal quarto trimestre 2021 la musica cambierà del tutto, per questo Mr. Whatever it takes mercoledì alle Camere ha messo in guardia dal troppo entusiasmo per un orizzonte che oggi appare totalmente roseo, ma che non deve illuderci?

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