SPY FINANZA/ I guai di Usa e Cina nascosti dai media

- Mauro Bottarelli

Ci sono dati e notizie che non raggiungono i media mainstream, ma che invece sono importanti per capire cosa ci aspetta

I leader cinese e americano
Donald Trump con Xi Jinping (Lapresse)

Ve lo dico chiaramente e con largo anticipo: la questione relativa alla domanda di liquidità nel sistema finanziario sarà il mio mantra. Per cui, preparatevi. Perché è inutile cercare di capire quanto accade attorno a noi, se non si ha una stella polare cui fare riferimento: si gira a vuoto. E io non ho voglia di perdere tempo. E, ancor meno, di farmi prendere in giro. E attenzione, perché le prese per i fondelli sono all’ordine del giorno: sapete qual è stato uno dei motivi di discussione negli Stati Uniti l’altro giorno? Il fatto che la ABC, non esattamente l’ultima rete televisiva del Paese, ha mandato in onda un filmato girato nel 2017 presso il poligono di tiro di Knob Creek vicino West Point, in Kentucky, spacciando il fumo e le fiamme di un’esercitazione per la repressione turca in atto in quel momento contro i curdi nel Nord della Siria. Ci sono voluti due giorni di proteste, soprattutto sui social, perché l’emittente si degnasse di ammettere “l’errore” dal proprio profilo Twitter, chiedendo scusa ma non rimuovendo il filmato dal proprio sito. Premio Goebbels, insomma. Mettete le parole chiave in qualsiasi motore di ricerca e troverete quanto andato in onda domenica scorsa a World News Tonight e il giorno seguente a Good Morning America.

Sicuramente si è trattato solo di una svista in fase di montaggio. Ma ricorda tremendamente la trama di Wag the dog, film capolavoro sul tema della manipolazione mediatica delle masse al fine di creare cortine fumogene per la politica. E da cosa dovevano essere distratti gli americani? Ad esempio, da questo, primariamente: ieri, come vi avevo detto, è stato inaugurato il nuovo ciclo di acquisti diretti della Fed sul mercato e quello che vedete è il prospetto dell’operazione diffuso martedì sera. C’è la data di “prenotazione”, quella di operatività del settlement e soprattutto gli ammontare di domanda e offerta: bene, quest’ultima è stata 4.3 volte inferiore alla prima. A fronte di acquisti per un controvalore di 7,501 miliardi di dollari c’erano domande di acquisto – di fatto, ammontare di T-Bills che banche e soggetti finanziari accreditati volevano vendere per ottenere liquidità – per 32,569 miliardi di dollari.

Il tutto, dopo che in mattinata l’asta repo aveva portato con sé un ritorno della tensione, visto che al netto di disponibilità di denaro a un giorno per un massimo di 75 miliardi, la domanda era stata pari a 80,35 miliardi. E non basta, perché overnight e in attesa di quell’asta, il tasso repo era schizzato di nuovo in alto, arrivando al 2,275%, ben al di là della banda di oscillazione appena abbassata dalla Fed. E anche una volta stabilizzato dopo l’asta, è rimasto in area 2,15%: sopra l’1,80% in cui dovrebbe rientrare. Signori, il sistema sta parlando ma nessuno pare intenzionato ad ascoltarlo. E non per mancanza di volontà, bensì perché chi di dovere sta invitandoci a ballare come sul ponte del Titanic, tenendo il volume della disinformazione al massimo. Rimbambendoci con emergenze che non sono tali.

Ragionate un attimo: a vostro modo di vedere, se la mossa della Turchia fosse davvero così “eversiva”, la Russia sarebbe rimasta serenamente a guardare, dopo aver sacrificato mezzi e uomini per la lotta contro Daesh? E l’Iran, resterebbe silente? E l’America si sarebbe permessa il lusso di lanciare quattro sanzioni ridicole, cogliendo la palla al balzo per smobilitare dalle sue aree di competenza in Siria, lasciate oltretutto in dote proprio alle truppe di Mosca? Suvvia, siamo seri. Quell’angolo di mondo è stato un mattatoio vero e proprio per almeno 5-6 anni nel disinteresse totale dell’Occidente, oggi siamo all’avanspettacolo a uso e consumo di guai più seri. Un esempio? Vi pare un caso che sia diventato virale il video della bambina curda in fuga con la famiglia, la quale chiede ai potenti del mondo che le venga restituita la sua infanzia? Le stesse parole – identiche – pronunciate da Greta Thunberg all’Onu: siamo alla “cura Ludovico” di Arancia Meccanica, amici miei. E quali guai più seri si sta cercando di occultare, quelli cui si impegna a porre rimedio una Fed sempre più in ordine sparso?

Non solo. Lo scorso fine settimana, infatti, ci aveva portato in dote la notizia rassicurante del raggiungimento della cosiddetta Phase One dell’accordo commerciale fra Cina e Usa. Di fatto, un potenziale sospiro di sollievo. Durato un attimo però, visto che nell’arco di due giorni Pechino sarebbe tornata a puntare i piedi: prima l’accordo quadro e poi gli acquisti di beni agricoli Usa. Insomma, nuovo tira e molla. Perché? Perché il Governo cinese ha bisogno di un nemico da vendere alla sua popolazione, la quale ha dovuto fare i conti con un aumento del costo della carne di maiale che nel mese di settembre ha superato il 60% su base annua, come mostra questo grafico, spedendo contestualmente il dato sull’inflazione core al massimo da 6 anni a questa parte.

Inaccettabile, soprattutto se hai una moneta da tenere obbligatoriamente e giocoforza svalutata per tamponare i danni dei dazi già presenti sull’export. E se hai un’economia che perde pesantemente sempre più colpi nei suoi comparti più importanti, come ad esempio quello automobilistico. Quello registrato nel mese di settembre, infatti, è stato il 15° calo consecutivo su sedici mensili tracciati per le vendite di autoveicoli. “il peggior calo di un’intera generazione”, ha sentenziato Bloomberg. Il mercato è infatti sceso del 6,6%, raggiungendo solo 1,81 milioni di unità vendute: stiamo parlando della Cina, della quota di mercato globale per conquistare la quale, i principali marchi mondiali hanno dato vita a una guerra senza esclusione di colpi. E, soprattutto, parliamo di un Paese che da almeno un semestre sta incentivando gli acquisti con ogni metodo, dall’eco-bonus alle formule agevolate e business-friendly per passare a veicoli più capienti. Tutto inutile, la domanda si è piantata. Ed ecco spiegato il dato monstre del Fmi dell’altro giorno rispetto alle prospettive di crescita globali, le peggiori dalla crisi finanziaria del 2008.

Non vi basta ancora? Tranquilli, c’è quella che gli anglosassoni chiamano cherry on top, la ciliegina sulla torta. Questi grafici mostrano plasticamente come Pechino sia ridotta, a livello di dissimulazione della realtà che sta vivendo: sapete a cosa si riferiscono in realtà le barre rosse alla voce Net errors and omissions? Alle fughe di capitali. Si è scelta una formula esotica e poco intuibile al primo colpo per definire la dinamica che maggiormente sta preoccupando Pechino: quella voce, a livello ufficiale, documenta i movimenti e i flussi di capitali che si sono mossi attraverso i confini cinesi senza essere stati documentati, quindi classificati in quel modo “originale” nel dato ufficiale della bilancia dei pagamenti. Ma sono capitali in fuga. E come vedete, in fuga continua e per un certo controvalore.

Non stupitevi, quindi, se durante le manifestazioni previste per questo fine settimana a Hong Kong si passerà il segno. E, temo, si arriverà abbastanza in fretta all’imposizione della legge marziale o, quantomeno, al dispiegamento di soldati cinesi per le strade, al fine di “riportare l’ordine”. Hong Kong, oltre a rappresentare un pessimo esempio per altre province ribelli e troppo filo-Usa, tipo Taiwan, è anche l’hub finanziario della Cina, la porta d’ingresso (ma anche di uscita, verso Singapore in prima istanza) dei capitali esteri e di quelli interni che cercano beni rifugio e lidi più tranquilli, temendo l’imposizione a brevissimo di controlli sul capitale. Pechino potrebbe sentire la necessità di inviare un segnale chiaro, sia ai cittadini della Cina continentale che agli Usa, prima ancora che ai manifestanti dell’ex colonia britannica.

Il mondo è in fiamme, ma noi siamo troppo distratti a guardare il camino ardente dei buoni sentimenti e dell’indignazione a comando, siano essi rappresentato dai Fridaysforfuture o dalle colonne di profughi curdi. L’accordo sul Brexit raggiunto ieri, fra squilli di trombe e fanfare trionfanti? Aspettate e vedrete, i primi di novembre non sono più così distanti.

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