SPY FINANZA/ Il filo rosso che unisce Fed e stato d’emergenza in Italia

- Mauro Bottarelli

La realtà non esiste più. Esiste la sua percezione. Manipolabile. Ne si ha la prova in quel che è accaduto mercoledì scorso

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Jerome Powell, governatore della Fed (LaPresse)

La realtà non esiste più. Esiste la sua percezione. Manipolabile. Quanto accaduto il 16 giugno andrebbe preso e inserito di diritto nei libri di psichiatria sociale, come esempio di enorme e contemporaneo stress test di massa. Partiamo dalla riunione della Fed, qualcosa degno di terminare negli annali. Dopo essersi clamorosamente sconfessata rispetto alla presunta transitorietà dell’inflazione, stante l’aumento delle previsioni per l’anno in corso dal 2,4% al 3,4% e l’indicazione di due rialzi dei tassi nel 2023, la Federal Reserve ha compiuto due miracoli. Primo, rendere assolutamente normale e accettabile il fatto che, partendo da quell’assunto, abbia comunque confermato non tanto e non solo i tassi a zero ma i 120 miliardi di acquisti obbligazionari al mese, fra Treasuries e Mbs. Un’assoluta novità dell’economia moderna: prendi atto di un’accelerazione dei prezzi che preoccupa e contemporaneamente aumenti l’inondazione di liquidità nel sistema, già sommerso stante il livello di utilizzo quotidiano della facility di reverse repo. Nessuno, ormai, si pone o pone a Jerome Powell una domanda al riguardo. Secondo miracolo, la follia al potere ha preso posto a Palazzo. Fra gli applausi generali.

Questo grafico mostra quanto quel comodo concetto di new normal che sta alla base distorta del Qe abbia fatto breccia: nel suo sondaggio mensile fra i gestori di fondi, pubblicato solo lunedì, Bank of America ha mostrato come il 72% degli interpellati – ripeto, gestori di fondi e non impiegati del catasto o fruttivendoli – concordasse con la tesi della Fed rispetto alla transitorietà dell’inflazione.

Tutti stupidi? O tutti interessati? Cos’è più grave, il fatto che chi per lavoro gestisce i soldi altrui sbagli clamorosamente la sua valutazione rispetto a un trend che può impattare praticamente su ogni valutazione di assets o che in nome del sistema manipolato degli acquisti a ciclo continuo si accetti di passare per fesso e si finga di bere la narrativa della Banca centrale? A voi la scelta. Ma è questa seconda immagine, elaborata da Investing.com a racchiudere tutto il senso della tragicomica pantomima andata in scena mercoledì sera a Washington, mentre a Ginevra Joe Biden perdeva le staffe letteralmente con un giornalista della CNN ma sui media occidentali finiva solo la gelida risposta di Vladimir Putin a uno della CBS a una delicatissima domanda rispetto alle morti e alle incarcerazioni dei suoi oppositori.

Mostra la reazione di Wall Street alla notizia dei due rialzi dei tassi nel 2023: un tonfo. E la risalita, in contemporanea con una frase di Jerome Powell in conferenza stampa. In grado, da sola, di scacciare via i fantasmi di una chiusura di contrattazioni in profondo rosso: «Non sempre la dots plot si rivela poi un indicatore credibile di quelli che saranno i reali e futuri movimenti dei tassi». Tradotto, tranquilli non ci sarà nessun rialzo, siamo stati costretti a inserire quella previsione nel testo per obbligo di copione. E ha ragione, perché sempre Bank of America nella giornata di lunedì scorso aveva tolto preventivamente molto fascino al Fomc che andava a cominciare, concludendo nel suo report ad hoc che, comunque sia, se anche si avvierà un taper, quest’ultimo verrà bloccato e mandato in modalità reverse non appena lo Standard&Poor’s 500 abbia corretto al ribasso del 10%.

Ormai è tutto in automatico, una vera e propria farsa. Almeno, fino a quando le cosiddette forze del mercato non decidano che è ora di reagire a tutta questa manipolazione. Ma non è certo questo il momento, perché quanto messo in campo da Boris Johnson con la proroga del lockdown appare il più classico dei preparativi per un incidente controllato. E finché c’è il Covid, c’è speranza. Il buon Pavlov sarebbe deliziato dall’accaduto del 16 giugno, financo ammirato dal grado di suggestione collettiva venutosi a creare. E proprio facendo riferimento al risorgente clima da emergenza permanente fatto scattare dalla variante Delta, ecco che sempre mercoledì scorso anche il nostro Paese ha voluto recitare la sua parte in commedia. Mentre il Giappone già mette le mani avanti rispetto ai Giochi Olimpici, fissando a 10.000 persone il limite massimo di spettatori (con mascherina) ammessi per evento o giornata di gare, ecco che in Italia divampava la polemica sulla proroga al 31 dicembre dello stato di emergenza. Anche in questo caso, un clamoroso esempio di condizionamento di massa.

Cosa accadde le ultime due volte che si discusse per il rinnovo, infatti? Eminenti giuristi come Sabino Cassese fornirono la sponda tecnico-culturale alle fanfaronate della politica rispetto al rischio di derive autoritarie. Chiedo venia: vi sentite di vivere in uno Stato in cui sono state cancellate le libertà civili e individuali? Vi sentite un po’ come nella Ddr dei tempi andati, quella de Le vite degli altri? Come nella Bielorussia di Lukashenko, stranamente uscita dal mirino dell’Unione europea a tempo di record dopo la sceneggiata del dirottamento aereo? Non mi pare. Lo certificano, ad esempio e facendo un’incursione nella peggior sentina della cronaca nera contemporanea, le continue risse e la movida impazzita del post-lockdown in molte grandi città: non credo che in un regime autoritario qualcuno possa tirare bottiglie di birra alla polizia e poi tornare serenamente a casa. Anzi, ne sono quasi certo.

Cosa significa eliminare lo stato di emergenza, senza scomodare la Costituzione o i rischi golpistici? Significa eliminare il generale Figliuolo e tutta la struttura di comando, raccordo, organizzazione e logistica che fa capo all’alto militare. Significa smantellarla. Significa non poter più agire in deroga alla burocrazia italiana, quella sì degna dell’Unione Sovietica più kafkiana, ad esempio per l’ordinazione delle dosi di vaccino o rispetto a gare d’appalto per strutture sanitarie necessarie. Non a caso, la discussione sulla proroga è nata dopo la marcia indietro di Boris Johnson. Di fatto, un dubbio più che legittimo. Soprattutto, alla luce del liberi tutti in cui si trasformerà l’estate nelle località di vacanza, stante almeno il trailer che stiamo già vivendo durante i fine settimana metropolitani. Tutto qui. Non c’entrano niente i Dpcm usati come clava contro il Parlamento. Certo, abbiamo già i decreti legge quando serve correre nelle decisioni, ma se salta l’impianto emergenziale di quella struttura, tutto il resto va di diritto a far riferimento alle regolamentazioni pre-Covid. Detto fatto, le dosi di vaccino acquistate e recapitate in una settimana potrebbero richiedere un mese. O due.

È questo l’enorme problema di libertà civile che ci si pone di fronte, è questo il grave rischio democratico che va sventato? Per Lega e Fratelli d’Italia, pare di sì. Casualmente, due partiti l’un contro l’altro armati – pur con un formalissimo e ufficiale sorriso stampato sulle labbra – per la leadership di un centrodestra incapace di trovare un candidato condiviso nella sua culla storica, la Milano che vide nascere Forza Italia da un’intuizione di Marcello Dell’Utri e portò a palazzo Marino il buon Marco Formentini, un leghista doc. Il pericolo è questo: il secondo e terzo partito del Paese, stando almeno all’ultimo sondaggio che tanto deve aver allarmato il senatore Salvini, campano ormai di allarmi e sparate quotidiane, basti seguire per un giorno il profilo Twitter di Giorgia Meloni per rendersene conto. E le rilevazioni demoscopiche parlano chiaro: alla gente piace così, altrimenti non sarebbero appunto il secondo e terzo partito del Paese. Candidati pressoché certi fin da ora al governo nel post-Draghi.

C’è un filo rosso che unisce quanto accaduto a Washington con il clima da Golpe Borghese in sedicesimi che albergava in contemporanea a Roma: la realtà non esiste più. Esistono la sua percezione e la sua distorsione, a seconda delle necessità del caso. Ecco spiegato, quindi, il successo da forza tranquilla 2.0 dell’ex Governatore della Bce: in un mondo che campa di social network e versioni parallele dell’esistente, lui si limita all’azione quotidiana nello specifico, al fare, alla logica semplice del risultato da portare a casa. All’uno più uno che, incredibilmente, fa ancora e soltanto due. Ogni giorno. E senza fronzoli. Piace meno alla gente, magari. Ma ha il pregio di operare come kriptonite per Superman nei confronti dei distorsori di professione, al governo o all’opposizione poco cambia: perché li inchioda al muro della realtà. Obbligandoli a giocare fuori casa, in un campo decisamente ostile.

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