SPY FINANZA/ Il grande risiko che passa da Russia, Usa e Ue

- Mauro Bottarelli

C’è abbastanza subbuglio sia a livello politico nelle grandi potenze globali, che sui mercati. Un risiko che ha conseguenze importanti

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Lapresse

Piano piano, la matassa si sta dipanando. Anzi, a dire il vero, nemmeno troppo lentamente. E non commettete l’errore di leggere ciò che sto per scrivere attraverso la lente d’ingrandimento dell’autocelebrazione, semplicemente utilizzatelo come uno degli strumenti a disposizione per tradurre la realtà attuale. Attualissima. Quanto tempo è passato dal mio articolo sulla Russia, quello in cui dicevo chiaramente che la crisi economica sta per colpire il Paese – per stessa ammissione del ministro per lo Sviluppo – e che gli arresti di massa compiuti lo scorso weekend dalle autorità durante le manifestazioni anti-Putin erano solo un segnale preventivo e non una reale urgenza repressiva? Pochi, davvero pochi.

Bene, i più attenti di voi – attenti quantomeno alle rastrelliere delle edicole e alle rassegne stampa dei tg notturni o del mattino – avranno notato come ieri sia il Corriere che la Stampa avessero in prima pagina l’ennesima foto-simbolo dell’ennesima Greta della situazione: in questo caso l’eroina risponde al nome di Olga, 17enne che sfida la polizia russa leggendo la Costituzione. Insomma, una girotondina ante-litteram, un personaggio da Giardino dei ciliegi 2.0 dell’era social nel cuore della democratura putiniana. C’è da dire che, forse intenti a risparmiare energie visto il tour de force che li attende in vista delle presidenziali 2020, al Dipartimento di Stato stanno davvero perdendo mordente, fantasia zero. Ma l’importante è che passi il messaggio: Vladimir Putin non è più un moloch inamovibile e quasi esente da critiche, è battibile. E, soprattutto, superabile. In senso sia storico che politico.

E guardate cosa ci dice questo grafico appena pubblicato da Statista, sintesi a sua volta dell’ultimo sondaggio condotto dall’agenzia demoscopica indipendente Levada (parlando di Russia, sappiamo a quale garbato eufemismo faccia riferimento questa formula): oggi il russo medio è più che doppiamente pronto a scendere in piazza contro il potere costituito rispetto a quanto non lo fosse solo due anni fa.

Nel febbraio 2017, infatti, solo il 12% dei cittadini delle Federazione si diceva possibilista rispetto a una sua partecipazione a proteste di massa: nel maggio scorso quella percentuale era salita al 27%. E attenzione, perché se le pubbliche lettrici di Costituzione in favore di telecamere mi fanno subito salire il tarlo del dubbio, il fatto che negli ultimi due anni i cittadini russi abbiano perso pazienza e fiducia nel loro leader e nel governo non deve affatto stupire. Per quanto Washington faccia di tutto per sobillare gli animi, come ha sempre fatto e non certo in splendida solitudine mondiale, non è certo colpa della Cia se Vladimir Putin, al netto delle sanzioni che sul medio termine hanno picchiato duro e del prezzo del petrolio ai minimi, ha passato gli ultimi due anni a spendere come un pazzo unicamente in ricerca e riarmo bellico, tagliando welfare e sussidi, a fronte di un rublo in caduta libera. Chi è causa del suo mal (e delle sue pulsioni imperiali, un po’ fuori tempo massimo) pianga se stesso. E non si attacchi ora al comparire delle varie Olga che tanto piacciono ai media occidentali. Ma andiamo avanti.

Quanto tempo è passato dal mio allarme sul tema delle autonomie, legato direttamente al grido di aiuto che arriva dal Nord produttivo di questo Paese? A fornirmi spunto sulla riflessione in base alla quale, continuando a frustrare le richieste di Lombardia e Veneto, si rischia la secessione reale per via economica e attraverso il proxy dell’imminente recessione, ci aveva pensato l’assemblea annuale di Federmacchine, i produttori di macchinari industriali, il 40% dei quali nasce appunto in Lombardia e che sta patendo gli effetti devastanti del rallentamento dell’economia tedesca, prima per interscambio diretto con il nostro Paese e i suoi distretti produttivi. Et voilà, pochi giorni e nientemeno che Il Sole 24 Ore sparava come titolo di apertura di prima pagina il fatto che la locomotiva dell’export e della produzione italiana – la Lombardia – cominciasse a piantarsi, rallentamento con pochi precedenti. Il tutto in un quadro di crescita generale del Paese certificato allo 0% per l’anno in corso. E guarda caso, l’altro giorno salta fuori un bello studio dello Svimez in base al quale il Sud del Paese sia già in recessione, un -0,3% di proiezione sull’anno contro il +0,3% del Nord: secessione di fatto. Da bloccare non liberando le forze economiche esistenti e creandone di nuove, ma stroncando il progetto delle autonomie. Ma quella secessione, volendo essere onesti e seri, è in atto ormai da anni e anni.

Ora, con una recessione globale alle porte e una guerra commerciale che rischia di andare in parte fuori controllo, colpendo al cuore il nostro partner commerciale teutonico, rischia davvero di entrare in una spirale auto-alimentante che questo Governo totalmente incapace potrebbe solo far accelerare. È già tutto lì, sotto i nostri occhi: basta levarsi il paraocchi dell’ideologia e della partigianeria – quantomeno se si fa il mio lavoro – e tutto appare nitido nella sua allarmante attualità.

E che dire dell’ultima mossa di Donald Trump, ovvero annunciare nuovi dazi al 10% su 300 miliardi di merci cinesi dal 1 settembre, il tutto mentre a Shanghai erano formalmente ancora in corso i colloqui proprio sul commercio? Semplice, che il copione – anche in questo caso – pare rispettato alla lettera: serve il casus belli per forzare la mano, in vista del voto 2020 e ora che ha piegato la Fed, la Casa Bianca pare intenzionata ad andare all-in. Le cronache parlano di un Presidente statunitense che avrebbe preso la decisione d’imperio, nonostante il segretario al Tesoro, Steven Mnuchin, gli avesse detto che sarebbe stato più saggio pre-annunciare la mossa alle controparti cinesi in via privata e informale, visto che qualche progresso stava palesandosi. Niente da fare. Per il semplice fatto che i progressi concreti agli Usa, quantomeno al complesso bellico-industriale e a Wall Street, non interessano. Anzi. Serve una Fed che la smetta di ragionare come negli anni Settanta ed entri nella logica del new normal, ovvero del regime di stimolo monetario strutturale.

Volete la conferma? Eccola, ce la offre questo grafico: dopo che Donald Trump ha affondato Wall Street con l’annuncio di nuovi dazi, facendo bruciare agli indici 300 punti in pochi minuti e mandandoli in negativo, le possibilità di un nuovo taglio dei tassi a settembre prezzate dai futures di mercato sono salite di colpo da circa il 60% al 90%. Alla faccia del taglio one and done e del mero aggiustamento di metà ciclo raccontato alla stampa da Jerome Powell non più tardi di mercoledì scorso.

Come vi ho detto ieri, Donald Trump ha domato la Fed. La quale, ora, ha totalmente le spalle al muro. E se come nel 1987 la reazione negativa di mercato al primo taglio dei tassi dovesse portare a una sell-off prolungata sui mercati (come ha fatto temere l’apertura shock dell’Europa di ieri mattina), allora sarà stimolo strutturale. Ciò che serve alla Casa Bianca, la quale ora deve immediatamente pensare a un piano di enorme sussidio federale per l’agricoltura, stante i devastanti dati dell’export di soia verso la Cina usciti l’altro giorno. Dopo aver tradito la classe media che lo ha mandato alla Casa Bianca, dando vita a un mega-stimolo fiscale di cui hanno beneficiato solo majors come Amazon e Apple e gli indici di Wall Street, ora Donald Trump deve lanciare un osso con parecchia carne attaccata al Mid-West agricolo in crisi. E lo farà, statene certi. Basta solo che la situazione con la Cina e sui mercati in generale, peggiori ancora un po’. E come sapete, agosto è il mese perfetto per questo genere di operazioni.

Attenti, ogni tessera sta andando al suo posto. Il mosaico è quasi completo. Prossime fermate? Hong Kong, in tempi molto brevi. E poi Turchia e Venezuela. Perché in questo secondo caso, immagino non vi sia sfuggito come la decisione delle Banche centrali europee di potere vendere e comprare liberamente oro fisico sul mercato presa la scorsa settimana paia – agli occhi Usa – come un bancomat offerto al regime di Maduro, carico di lingotto difesi dai militari russi e pronti a essere venduti. È un Risiko enorme. E solo uno potrà uscirne vincitore.

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