SPY FINANZA/ Il nuovo allarme che arriva dalla Cina

- Mauro Bottarelli

Il dato sul Pil cinese è stato accolto positivamente dai mercati. In realtà l’economia di Pechino non gode di buona salute come sembra

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Quotazioni alla Borsa di Shanghai (LaPresse)

Le Borse asiatiche e quelle europee ieri mattina hanno festeggiato. In maniera sobria, per carità. Ma con la tensione crescente, a partire dall’affaire turco che rischia di mandare in fibrillazione tutti gli emergenti, grasso che cola. Ma cos’hanno festeggiato, per l’esattezza? Il dato sul Pil cinese del secondo trimestre, la cui pubblicazione era attesa un po’ come la cartina di tornasole del reale grado di rallentamento dell’economia mondiale, al netto della disputa commerciale e della tregua tutt’altro che granitica uscita dal G-20 di Osaka. Tutto come da previsioni degli analisti, un bel +6,2%. Che visto e preso così, senza metterlo in prospettiva, rappresenta davvero qualcosa da festeggiare, non fosse altro per il paragone umiliante con i tassi anemici cui ormai è abituata l’Eurozona nel suo complesso.

Peccato che quel dato, a livello trimestrale, sia il più basso dal 1992, ovvero da quando vengono tracciate le serie storiche “moderne”. Per capirci, nel picco della crisi economica post-2008 il minimo che si toccò nelle letture a tre mesi fu del +6,4%. Il tutto non esattamente in un contesto di contrazione assoluta dello stimolo monetario interno, visto che nel mese di giugno il cosiddetto Total Social Financing cinese – ovvero l’operatività diretta della Pboc nell’economia, attraverso iniezioni di liquidità, taglio dei requisiti di riserva bancari e concessione agevolata di nuovi prestiti in yuan – è stato pari a 2,260 triliardi di yuan, il massimo da tre mesi e oltre le attese di 1,9 triliardi. Il tutto, giova ricordarlo, dopo le iniezioni monstre di gennaio e marzo. Solo a livello di nuovi prestiti in yuan erogati, il mese di giugno ha segnato un aumento di 1,660 triliardi. Insomma, diciamo che non si può certo imputare quel dato del Pil prospetticamente deludente a una politica di forte contrazione e controllo del credito. Anzi.

E, infatti, ecco che pur in un contesto generale di crescita in netto e storico rallentamento, le tre voci principali si sono mostrate al pubblico come il classico bicchiere mezzo pieno. Le vendite al dettaglio sono salite addirittura del 9,8% contro un precedente dell’8,6% e un’attesa degli analisti dell’8,5%; la produzione industriale è cresciuta del 6,3% contro il 5% precedente e attese per un +5,2%; infine, gli investimenti su assets fissi sono aumentati del 5,8% dal 5,6% precedente e contro aspettative di un +5,5%. Insomma, ottimismo. E, di fatto, tenuta dell’economia interna.

Ma grazie a cosa? Se vogliamo essere sinceri, solo due sono le ipotesi credibili. Primo, la manipolazione dei dati. Secondo, proprio la continua attività della Pboc, alla faccia delle promesse di Xi Jinping e del suo piano quinquennale per una fine della stagione del credito allegro. Ora, guardate questo grafico: ci mostra un qualcosa che, a livello tendenziale e di ciclo, potrebbe davvero rappresentare uno spartiacque. Il Surprise index macro relativo alla Cina di Citi è infatti arrivato al classico punto di svolta: o ha toccato il fondo e ora può solo risalire oppure si rischia davvero di impantanarsi in una spirale auto-alimentante.

E, attenzione, questo risultato certamente è imputabile alla guerra commerciale, visto che l’export verso gli Stati Uniti a giugno ha patito un calo su base annua del 7,8% e l’import ha segnato un -7,3% decisamente peggiore delle attese, ma, sia a livello di stimolo monetario diretto nell’economia che a livello di politiche di incentivazione e sgravio (vedi il comparto sensibile dell’auto e degli elettrodomestici), l’economia di Pechino sta vivendo ormai da mesi e mesi in un regime di Qe effettivo permanente, ancorché travisato e mimetizzato. Più del solito, per capirci. Ma nonostante questo, ad esempio, i default aziendali aumentano a vista d’occhio. Così come il livello di indebitamento corporate, il quale lo scorso anno ha pesato per due terzi del totale del Paese, qualcosa come oltre 26 triliardi di dollari. La maggior parte del quale gravante su aziende che di corporate in senso stretto hanno poco, essendo a totale o parziale controllo statale.

E come ci si finanzia se si annega nel debito, se si è un’azienda e se si sa che – nonostante i proclami ufficiali – la Banca centrale è sempre pronta a intervenire come prestatore di ultima istanza? Emettendo carta da parati sotto forma di bond, come se non ci fosse un domani. Ed ecco che la Cina vede il proprio mercato obbligazionario corporate portare in dote un outstanding di bond pari a un controvalore totale di 1,72 triliardi di dollari, secondo al mondo soltanto a quello della Disneyland dell’unicorno debitorio chiamata Stati Uniti con i suoi inarrivabili 5, 81 triliardi. E signori, l’accelerazione in atto nelle emissioni che vede pareggiato il proprio ritmo da quello del numero di default (ufficiale) su bond corporate, arrivati lo scorso anno a quota 125, cinque volte in più rispetto solo al 2015, ricorda drammaticamente gli echi della crisi del 2008. Lo scorso anno in Cina, oltre 18mila aziende sono finite in tribunale con i libri contabili per dichiarare bancarotta, il doppio esatto che nel 2017.

Eppure, la Borsa cinese scoppia apparentemente di salute e i titoli azionari delle aziende del Dragone sono molto appetibili e appetiti anche in Occidente, anche da Fondi di investimento spesso molto precauzionali e conservativi nella loro scelte, non fosse altro in formale ossequio dei loro obblighi statutari. Certo, quando al mondo ti trovi ad avere a che fare con 13,5 triliardi di dollari di controvalore di bond che per essere detenuti richiedono anche un plus all’investitore, avendo rendimento negativo, qualsiasi cosa sembri promettere un profitto, diventa oro. Ma lo è davvero?

Perché cari lettori, tutti i numeri delle criticità che ho appena messo in fila, non sono affiorati in Germania o Francia o Italia, bensì sono divenuti strutturali nel sistema economico e finanziario di un Paese che vive da sempre in un regime di sussidio monetario e incentivazione economica permanente. Ovvero, traslando il dato cinese nel mondo normale, quel 6,2% del secondo trimestre di quest’anno va dimezzato, di netto. Forse anche un po’ di più. Il tutto, poi, in balia della variabile impazzita e tendenzialmente in regime di peggioramento (causa approssimarsi delle presidenziali Usa) della guerra commerciale, comodo freno alla crescita che, proprio in virtù del suo carattere strumentale e calibrabile in base alle necessità, in realtà si configura come potenziale dinamo in fieri di un Qe emergenziale in piena regola, se l’economia dovesse piantarsi. Gli Usa lo sanno e, infatti, hanno tolto le clausole penalizzanti per Huawei in cambio degli acquisti agricoli cinesi, hanno mollato l’osso su Hong Kong, abbandonando il progetto di strumentalizzazione eterodiretta delle proteste, preferendo l’eclatante quanto sterile minaccia di vendita di armi a Taiwan. Per ora solo sulla carta e destinata a restare tale, almeno per adesso.

Serve una cortina fumogena, come sempre ormai in quest’epoca di dissimulazione. Gli Usa ora hanno un’altra priorità più stringente di cui occuparsi, la questione turca dopo l’affronto dell’arrivo delle batterie russe S-400 e il compiersi dello scoperchiamento del vaso di Pandora della convivenza fra F-35 dell’Alleanza e l’arma più micidiale del “nemico” per neutralizzare la minaccia dal cielo. Washington prepara sanzioni, Erdogan prepara un taglio shock dei tassi di interesse per tentare – vanamente – di difendere il cambio della lira, tanto da aver licenziato il troppo raziocinante capo della Banca centrale. Qualcuno parla di Turchia come prossimo Venezuela, se Ankara non tornerà in fretta a più miti consigli. Nel frattempo, l’uomo che doveva essere spazzato via dalla marea gialla di protesta e dal voto europeo, dopo aver piazzato tutte le sue pedine nelle nomine delle nuove istituzioni comunitarie, domenica ha addirittura flesso i muscoli militari del suo Paese, declinando il tutto in chiave parossisticamente europea e lanciato la sfida a Washington e Pechino nella corsa allo spazio come nuovo orizzonte militare globale.

Siamo in uno snodo che definire storico è dir poco. Ma, quasi, non ce ne accorgiamo. O forse sì, cominciamo giocoforza a farlo. Perché si sa, è cronaca di questi giorni: a tenere il piede in due scarpe, si rischia di cadere. Rovinosamente.

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