SPY FINANZA/ Il voto in Sassonia-Anhalt cruciale anche per l’Italia

- Mauro Bottarelli

Il risultato delle elezioni in programma domenica in Sassonia-Anhalt può avere conseguenze ben oltre i confini della Germania

Afd in Germania
AfD, estrema destra in Germania (LaPresse)

Prima David Sassoli dalle colonne de Il Messaggero, poi Ignazio Visco nella parte centrale delle sue Conclusioni finali all’assemblea di Bankitalia. L’Italia si è svegliata. Bruscamente. E ha dovuto prendere atto di due realtà. Primo, il 10 giugno il board Bce potrebbe porre fine all’incantesimo che ha completamente sedato il premio di rischio reale nei tassi di interesse sul debito.

Secondo, d’ora in avanti si deve cominciare a camminare con le nostre gambe. Senza più stampelle e antidolorifici. Perché quando il numero uno dell’Europarlamento parla di necessità di un secondo Recovery Fund, mettendo preventivamente in guardia dal pericolo rappresentato in tal senso dalla presenza in sede Ue dei falchi e il Governatore della Banca d’Italia auspica l’emissione di debito comune come new normal, di fatto chiedendo un Recovery perenne, appare palese come il redde rationem sia già nelle corde. E il motivo è semplice, lo spiega questo grafico, contenuto in uno studio della stessa Bce e dedicato al rischio di default sovrano e di re-denominazione in seno all’eurozona durante la crisi pandemica.

Di fatto, la conferma di un’Europa a due velocità: una in grado di viaggiare con la bicicletta in autonomia, un’altra totalmente dipendente dalle rotelle. Le aree rossa e marrone rappresentano infatti i rischi potenziali maggiori cui l’intervento del Pepp ha posto un argine, operando da off-setting rispetto alla pressioni reali di mercato: si tratta esattamente delle due liabilities che ho citato prima. Quindi, tonfo sui conti a causa delle loro insostenibilità e rischio di un re-precing devastante per la nuova valuta in caso di uscita dall’euro.

Segnali. Cui occorre aggiungerne altri, in primis il voto di domenica in Sassonia-Anhalt, regione tedesca dell’ex Germania Est in cui Alternative fur Deutschland è data in vantaggio sulla Cdu di un punto. Primo partito. La destra ultra-liberale, nazionalista e anti-Bce (lasciate stare il fascismo, per favore e andate a vedere il tripudio di bandiere israeliane sul loro sito durante l’offensiva a Gaza delle scorse settimane, prima di conformarvi alle idiozie collettive) che trionfa nella patria che fu di Erich Honecker. Jens Weidmann, silenzioso come quando sta per mettere in campo una delle sue trappole, seguirà con apprensione lo spoglio di quel voto. Quattro giorni prima della conferenza stampa post-board di Christine Lagarde. Perché una cosa è che contro i Paesi cicala del Sud Europa si schierino la ricca Baviera o il Baden-Württemberg, un conto la ex Dddr. Gli Ossie, i cittadini delle cinque regioni povere dell’Est annesse alla benestante Repubblica federale, scelgono chi si oppone proprio allo strapotere di Berlino nelle decisioni. In primis, quelle che contemplano troppa Europa. E la questione ci riguarda. Molto.

Perché più di un analista in Germania comincia a porsi una domanda ulteriore: i Verdi non saranno esplosi troppo presto a livello di sondaggi, rischiando il destino di certi maratoneti sprovveduti che, per troppo entusiasmo, affrontano la gara come fosse una corsa dei 100 metri e scoppiano a metà? Certo, viaggiare sul 23% a livello nazionale rappresenta un abbondante raddoppio rispetto al voto del 2017, ma a inizio anno, quindi solo cinque mesi fa, il consenso era quasi al 28%. E al riguardo, proprio ieri l’International Business Times pubblicava un interessante articolo che metteva in fila le gaffes politiche inanellate dagli ambientalisti nelle ultime settimane (fra cui l’aumento di 16 centesimi al litro della benzina per finanziare l’agenda ambientale, oltre al limite di 130 km/h in autostrada e addirittura 20 km/h in certi centri urbani), unite al disvelamento delle proprie posizioni su temi esiziali della politica nazionale ed estera: la conclusione era chiara, una volta mostrato il loro vero profilo, la gente comincia a pensare che la luna di miele vada interrotta anticipatamente. E che sia il caso di contattare un avvocato.

Tanto che Handelsblatt, il quotidiano economico-finanziario tedesco, sintetizza così il momento: «I Verdi possono godere ancora di ottimi risultati nei sondaggi ma alle elezioni mancano ancora quattro mesi. Può succedere ancora molto». E per quanto si possa pensare che sia un problema tutto tedesco, giova invece ricordare come molti – troppi – in Europa abbiano fatto pesantemente conto su un partito ambientalista come ago della bilancia nel prossimo Governo tedesco, proprio in virtù delle sue posizioni anti-austerity e favorevoli al debito comune. E per questo contano le elezioni di domenica in Sassonia-Anhalt. Psicologicamente, l’elettorato indeciso o deluso che oggi sceglie i Verdi nei sondaggi potrebbe trovarsi di fronte alla plateale (e concreta) vittoria di Alternative fur Deutschland, seguita però dalla disfunzionale scena di un processo post-elettorale in totale impasse.

Nessuno vuole infatti parlare con AfD per governare insieme in coalizione, creando i presupposti per un poco teutonico caos istituzionale o per un ancora peggiore ribaltamento nei fatti del risultato delle urne. Ovvero, AfD che giocoforza decide di lasciare il campo e mettersi all’opposizione con numeri da maggioranza, lasciando che nasca un’ennesima Grosse Koalition a livello regionale. Con tutte le sue incoerenze e incompatibilità di fondo. Detto fatto, in molti potrebbero ripensarci e, in vista del voto nazionale, scegliere l’opzione utile e concreta: Cdu o Spd.

Attenzione allo spoiler che il voto apparentemente locale e senza significato di domenica potrebbe poi rappresentare per l’Italia in vista dell’appuntamento autunnale con una tornata di amministrative che chiamerà alle urne circa 14 milioni di italiani, di fatto legislative sotto mentite spoglie. Pd e Lega sono nello stesso Governo ma litigano quotidianamente. E se il partito di Matteo Salvini patisce sempre di più l’ascesa di Fratelli d’Italia, tanto da spingerlo a estemporanee uscite in campo europeo che sortiscono come unico effetto suscitare l’irritazione anche di Forza Italia, Enrico Letta deve fare i conti con una Cgil sempre più sul piede di guerra contro l’esecutivo e con le tensioni della sinistra interna del partito. Il rischio di implosione è alto, al netto di un Recovery Fund totalmente monopolizzato dalla cabina di regia personale di Mario Draghi.

Non a caso, saltano fuori – a turno – specchietti per le allodole come il Ddl Zan o lo ius soli o il voto ai 16enni. Di fatto, tutti alibi per evitare di fare i conti con il vero leader della sinistra, Maurizio Landini. Senza contare i dati macro dell’eurozona, in continuo miglioramento alla luce del PMI manifatturiero tracciato da Markit che proprio ieri ha segnato per maggio un lusinghiero 63.1 contro attese di 62.8: in contemporanea, lo STOXX 600 – l’indice benchmark europeo – segnava un nuovo record assoluto. Difficile poter imporre le ricette di Sassoli o Visco a un Weidmann che deve fare i conti con un’inflazione che in Germania è passata dal 2% su base annua di aprile al 2,5% di maggio, oltretutto con l’incognita della Sassonia-Anhalt e quella ben più grande del voto del 26 settembre.

Infine, attenzione a questo grafico, relativo alla voce veramente importante per l’Europa post-pandemica: letto attraverso la dinamica occupazionale, il gap fra soft data sempre più in miglioramento e hard data che restano invece in stagnazione non è mai stato così ampio.

Bene, è proprio all’interno di quello spazio sempre più divaricato che vanno a inserirsi exploit come quello elettorale di AfD o la quota di sostegno extra-parlamentare di cui gode Maurizio Landini, unica reale opposizione al Governo che non sia quella di Giorgia Meloni. Perché quando il lavoro non c’è o quando comincerà a mancare, in ossequio a possibili licenziamenti nell’industria post-blocco o fallimenti a catena di zombie firms, il rischio è quello che la gente apra gli occhi del tutto – brutalmente e di colpo, dopo mesi di retorica della ripartenza e promesse di sostegno – e prenda atto del fatto che il Pepp sia servito – come tutti i Qe – solo a calmierare gli spread sovrani, mettere il turbo alla Borsa e puntellare i bilanci bancari. A quel punto, la politica avrà un problema. Grosso. E anche Bankitalia.

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