SPY FINANZA/ La dichiarazione di guerra al Nord che trasforma l’Italia in deserto

- Mauro Bottarelli

Con il Decreto agosto di fatto si dichiara guerra al nord produttivo e si condanna l’economia italiana, rendendo possibile svendite di aziende

Operaio al lavoro con mascherina
Operaio al lavoro con mascherina (LaPresse, 2020)

Dal suo buen retiro di Formentera, immagino che il sindaco di Bergamo, Giorgio Gori, abbia appreso con vivo entusiasmo dei contenuti del Decreto agosto. Lui, l’uomo che a fronte delle scosse telluriche che scuotono da qualche tempo la Lega, ha lanciato l’appello al Pd affinché parta alla conquista di quel Nord abbandonato dal Matteo Salvini in veste nazionalista e lepenista, ora potrebbe passare all’incasso. Magari, in tandem con quel Beppe Sala che ultimamente non ha lesinato stoccate al Mezzogiorno e proposte-tabù come una riedizione delle gabbie salariali per combattere la crisi.

Già, perché quando dentro il Decreto che dovrebbe mettere il turbo alla ripartenza, in attesa del Sarchiapone dei fondi europei, trovi un bello sgravio del 30% per le aziende del Sud, area del Paese che di fatto un vero lockdown produttivo e del commercio non lo ha mai vissuto, il profilo elettorale alla Lauro del provvedimento appare immediato, lampante, cristallino. E per la leadership di Nicola Zingaretti, in parte mortale. Perché in un periodo di caduta assoluta delle certezze e delle roccheforti, alienarsi del tutto il Settentrione del Paese appare davvero una scelta suicida. Resa di fatto possibile proprio dall’assenza totale di rappresentanza di quell’area geografica e produttiva, un tempo fortino inespugnabile della Lega Nord di Umberto Bossi e del centrodestra moderato a trazione Forza Italia, ad esempio in Brianza. Oggi, il deserto.

Il senatore Matteo Salvini ragiona ormai nell’ottica del partito nazionale e nazionalista, di fatto andando in contrapposizione diretta contro chi quell’orizzonte politico ce l’ha nel dna da sempre. Ovvero, l’onorevole Giorgia Meloni e Fratelli d’Italia, non a caso in ascesa continua a scapito proprio dell’ex Carroccio. Perché se c’è una cosa che l’elettore leghista del Nord non può sopportare è di ritrovarsi, quasi per osmosi, in un contesto di concorrenza per chi è più statalista e assistenzialista: quindi, scappa. Gli altri, invece, quei moderati sedotti nell’ultimo periodo dal profilo law and order dell’ex ministro dell’Interno contro l’immigrazione, oggi guardano all’astro nascente – a livello di numeri, non certo di anni di militanza e presenza nelle istituzioni – della Meloni. Insomma, praterie elettorali al Nord per un Pd a forte vocazione territoriale e liberale come sogna Giorgio Gori. E come, fatte salve le pagliacciate del politicamente corretto che piacciono tanto alla borghesia meneghina che deve pettinarsi la coscienza, in fondo non dispiace affatto nemmeno a Beppe Sala.

Il problema è che, al netto dei contenuti del Decreto agosto, quelle prateria potrebbe rivelarsi, da qui a pochissime settimane, un deserto. Quella che, in tempi non sospetti, definivo la Spoon River delle saracinesche chiuse. Basta girare Milano per accorgersene già oggi. E non solo in periferia, anche in pieno centro. Lo smart working a oltranza che ha seguito la fine del lockdown ha di fatto inferto il colpo mortale alla città, già totalmente orfana dei turisti del lusso. Il Governo ha, di fatto, accontentato pressoché totalmente i sindacati e ignorato Confindustria. Perché la sorta di compromesso raggiunto sul blocco dei licenziamenti è nulla più che un giochino di prestigio: alla fine, è stata la linea di Maurizio Landini e soci a uscire vincitrice. Con tanti saluti alle aziende del Nord, soprattutto PMI, che dopo tre mesi di inattività totale, ora si troveranno anche a fare i conti con i diktat economici di Stato e sindacato: l’Unione Sovietica non era molto differente, a livello di pianificazione. E noi vogliamo andare in guerra così, con questa armatura?

La produzione industriale francese è salita ancora, +12,5%. La Germania, se riuscirà a evitare un nuovo lockdown, pare pronta per l’innesco di un trend di ripresa sostenuto e sostenibile: ma l’industria del Nord che opera da subfornitore di quella teutonica, riuscirà a correre altrettanto, visti i pesi che il Governo le ha legato alle caviglie con il Decreto agosto? Anzi, meglio chiamarlo Decreto Landini.

Ammesso e non concesso che, come dicono tutti i protagonisti chiamati in causa, dentro la Lega sia davvero in atto solo un sano confronto di posizioni che però non sfocerà in fronda. Resta un fatto: come reagisce il partito del senatore Matteo Salvini a questa manovra dichiaratamente meridionalista? Qui non si tratta di contrapposizione fra aree del Paese, non si tratta di rinverdire i fasti di un secessionismo d’antan, bensì semplicemente prendere atto del fatto che il Governo ignora scientemente la realtà e si fa scudo delle indicazioni della Commissione Ue rispetto al privilegiare il Mezzogiorno nelle scelte di politica economica. Peccato che i soldi del Recovery fund ancora non ci siano. E non ci saranno mai. Lo ripeto: il Mezzogiorno non è mai stato chiuso per lockdown, a differenza di un Nord che ha visto le regioni trainanti dell’intero Pil nazionale bloccate e chiuse letteralmente in casa a contare le ambulanza che passavano per quasi tre mesi. Questa è stupidità politica ed economica. O malafede elettoralistica in vista del voto regionale di settembre. Tertium non datur.

Cosa accadrà, adesso? Cosa dirà Giorgio Gori, al ritorno delle vacanze? Darà vita a una sua corrente personale e nordista, aprendo di fatto una fronda interna al Pd? E Beppe Sala, cosa farà? Una cosa è certa: attenzione a lasciare senza rappresentanza politica la parte produttiva del Paese, la quale sta già oggi gridando il proprio disperato appello per sopravvivere. Attenzione, tutti. Perché c’è un forte rischio insito in questa dinamica di scollamento, duplice in realtà.

Primo, la possibilità di una politicizzazione quasi da arco costituzionale parallelo e silente di Confindustria, di fatto l’unica ad alzare la voce con accenti di buonsenso in difesa dell’impresa. Sono certo che Carlo Bonomi non abbia mire politiche, ma il rischio che giocoforza si ritrovi coinvolto in una sciarada di ruoli appare ogni giorno più alto, stante il carattere palesemente statalista e anti-mercatista dell’azione politica del Governo e dell’opposizione. E l’associazione degli industriali, di fatto, vive da sempre questo dualismo interno fra Nord e Sud, esplicitatosi negli anni in base alle presidenze espresse e alle loro provenienze geografiche e di cluster. Oggi il rischio frantumazione in nome dell’interesse supremo della sopravvivenza di qualche decina di migliaia di aziende è alto come non mai, talmente alto da costringere il Governo a prendere una posizione netta e scegliere la potenza organizzativa e di deterrenza ricattatoria del sindacato.

Secondo, la Germania non aspetta. Se il comparto della subfornitura industriale del Nord non sarà in grado di reggere i ritmi di ripresa teutonici, giocoforza gli imprenditori di quel Paese dovranno prendere atto delle mutate condizioni operative e scegliere al ribasso, sacrificando la specializzazione e l’eccellenza italiana e scegliendo la produttività e i ritmi di lavoro di Paesi concorrenti al nostro Settentrione, magari a Est. Dopodiché, sarà davvero game over.

Pensate però che Lombardia, Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Trentino-Alto Adige e Piemonte accetteranno questa logica? Pensate che la risposta al Covid e al lockdown sia un esercito di dipendenti statali, cassintegrati a oltranza e percettori di reddito di cittadinanza? Se volete la guerra civile, quella combattuta a colpi di partita Iva e disobbedienza fiscale, andate avanti su questa strada. Poi, però, non lamentatevi più per le incursioni predatorie di soggetti esteri verso i nostri gioielli imprenditoriali, non evocate più il 1992, la svendita sul Britannia e altre amenità: perché questo Decreto agosto rappresenta una sorta di lasciapassare per qualsiasi raider imprenditoriale straniero che intenda fare shopping a prezzo di saldo. O, magari, sperate in una calata di massa di presunti businessmen cinesi, carichi di contante statale, pronti a colonizzare il Nord, esattamente come hanno fatto con la Grecia?

Fossi Giorgio Gori, anticiperei il ritorno da Formentera e taglierei corto il resto delle ferie agostane: se davvero ha a cuore la questione del Nord, questo è il momento di entrare in campo. Prima che la Spoon River delle saracinesche d’autunno lo tramuti per sempre in un camposanto. E per quanto io prenda atto delle smentite che giungono dalla Lega, dubito che Giancarlo Giorgetti e Luca Zaia accetteranno ancora per molto che una simile prospettiva politica di svuotamento della rappresentanza delle istanze del Nord possa passare dall’avere carattere meramente ipotetico a crisma di realtà fattuale. In mezzo, la Confindustria di Carlo Bonomi. Involontaria e forse inconsapevole pietra angolare di un gioco politico ed economico senza precedenti. Per pericolosità. Ma anche per carattere spartiacque.

Parliamoci chiaro: il Decreto agosto è una dichiarazione di guerra contro il Nord, il diritto d’impresa, i sacrifici di chi tenta di ripartire e, in ultima istanza, chi ha sofferto i lutti e le conseguenze economiche e sociali del lockdown. Quello vero. E, contestualmente, una dichiarazione d’amore verso la logica dell’assistenzialismo, del sussidio e di chi anche durante il (breve, parlando del Sud) periodo di chiusura totale ha potuto comunque godere del proprio stipendio puntuale, spesso e volentieri tramutando lo smart working in alibi per ferie aggiuntive. E non lo dice il sottoscritto, bensì un giornalista dichiaratamente di sinistra e progressista come Federico Rampini di Repubblica. Vediamo ora chi accetterà onere e onore di rispondere a questo atto ostile, prima che sia tardi.

Per finire, una domanda più generale, quasi di scenario: davvero pensate che Mario Draghi metta a repentaglio la sua legacy professionale e il suo buon nome internazionale per mettersi alla guida di un deserto economico sul modello della Ddr?

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