SPY FINANZA/ La “F word” (e i grafici) che guastano i piani della Fed

- Mauro Bottarelli

Apparentemente era andato tutto bene. Con la sua conferenza stampa Jerome Powell pareva aver tranquillizzato i mercati. Ma qualcosa è andato storto

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Jerome Powell, presidente della Fed (Lapresse)

Apparentemente era andato tutto bene. Una bella cortina fumogena messa astutamente in circolo dalla Casa Bianca rispetto al piano Biden dedicato alla middle class e all’infanzia e nessuna aspettativa particolare da parte del mercato, ormai conscio del fatto che le Banche centrali in generale cercheranno di fare il possibile per scollinare l’estate prima di dover fare i conti con un taper dei programmi di acquisto ormai ineludibile. E se alla vigilia della conferenza stampa di Jerome Powell, a gettare un carico da novanta sulle criticità sottostanti dell’economia e del mercato ci aveva pensato nientemeno che un pezzo da novanta come Mohamed El-Erian, ex numero uno di Pimco, con un editoriale su Bloomberg nel quale sottolineava come «la Fed dovrebbe cominciare il ritiro del programma di stimolo adesso ma non lo farà», tutte le principali banche d’affari apparivano sintonizzate sulla medesima lunghezza d’onda: oggi non succederà nulla.

In effetti, gran parte della conferenza stampa era filata via liscia come l’olio. Addirittura, la Borsa aveva festeggiato le parole di Jerome Powell, quel it’s not time yet to think about tapering capace di spedire il dollaro ai minimi da due mesi e il rendimento del decennale a 1,6165%. Poi, però, il capo della Fed ha voluto strafare. Certo di aver gettato al mercato un osso con sufficiente polpa da azzannare, per una volta ha ceduto alla tentazione di dire la verità. Pessimo errore. Per l’esattezza, Jerome Powell ha scomodato la F word. Scatenando questa reazione degli indici, un tonfo immediato e apparentemente inspiegabile.

Ma nella fattispecie, la F word pronunciata non è quella riconducibile al famoso e internazionalmente conosciuto insulto inglese, bensì al vocabolo froth. Tradotto, schiuma. E la frase in cui era contestualizzata era questa: Some things in equities do reflect froth in markets… Si sa, la schiuma va bene sulla birra. Ma nei fatti, è qualcosa di impalpabile. Anzi, qualcosa che fa volume ma che tende a sparire in fretta. Mostrando, ad esempio, quanto il barista abbia fatto il furbo rispetto alla quantità di birra versata nel bicchiere. Una pinta può facilmente diventare mezza. E come l’avventore può arrabbiarsi, avendo pagato per il doppio, così chi opera sulle equities può non gradire che il gestore del munifico bancomat che finora ha finanziato un record dopo l’altro si permetta di ammettere che quei rallies sono in realtà gonfiati. O, quantomeno, ben poco aderenti ai fondamentali. Più che altro perché questi altri due grafici mostrano quanta schiuma ci sia nel bicchiere sempre mezzo pieno della Borsa in tempo di Qe perenne.

Forse Jerome Powell si riferiva a una price-to-sale ratio di 3x sullo Standard&Poor’s 500, record assoluto di tutti i record assoluti e sintomo di vaghissima sovra-valutazione? Oppure al fatto che, stando al misuratore di Goldman Sachs, le condizioni finanziarie sul mercato Usa hanno appena toccato il livello di espansione massima, praticamente il denaro che cresce sugli alberi a disposizione di tutti? Il problema è che il capo della Fed sa che le cose stanno così e anche i banchieri, i gestori di fondi, i traders, i prime brokers. Persino chi fa le pulizie negli uffici dei grandi players ormai conosce le regole del gioco. Anzi, la regola: don’t fight the Fed. Mai fare la guerra alla Fed.

C’è un problema, però. Se soltanto la parola froth ha innescato quella pavloviana reazione di paura, nonostante condizioni finanziarie mai così favorevoli alla Borsa e un Powell rassicurante, quale potrebbe essere il fall-out di una mossa più sistemica, di un azzardo verbale più estremo? Ad esempio, legato all’inflazione. Il capo della Fed ha ammesso che, stante la ripresa economica più forte del previsto, occorre attendersi un tasso di inflazione per quest’anno che vada in overshooting sulle attese e sul target di riferimento, ma, ovviamente, ha nuovamente definito il trend legato a contingenze transitorie. Questo grafico pare dire il contrario: elaborato da Bank of America, calcola il numero delle menzioni del termine inflazione nella voce riferita agli utili delle principali aziende quotate. Il salto più in alto da quando la banca traccia il dato, esattamente dal 2004. E nel 52% dei casi, quel dato ha anticipato di un trimestre un’esplosione di pari estensione del CPI statunitense.

Transitoria? Se è transitoria, perché Ethereum in concomitanza con il bel discorsetto di Jerome Powell è letteralmente esploso al suo massimo record, portando il suo market cap totale sopra quello del platino per la prima volta in assoluto (315,3 miliardi contro 306,5 miliardi)? E l’indice dei prezzi dei generi agricoli di Bloomberg vi pare che sia d’accordo con la definizione di transitorio data da Jerome Powell al trend inflattivo?

Insomma, se quello messo in campo dal numero uno della Fed è stato uno stress test per verificare il grado di iper-sensibilità del mercato a qualsiasi riferimento verso una messa in discussione anche minima dell’attuale regime espansivo, appare decisamente fallito. Il problema, a questo punto, si fa serio. Perché nelle condizioni attuali, cosa accadrà quando le residue forze di mercato ancora presenti obbligheranno Jerome Powell a fare ricorso alla T word? Una T che non sta per transitory legato all’inflazione ma per taper della Bengodi perenne del Qe.

Da qui al meeting di Jackson Hole di fine agosto, occorrerà inventarsi qualcosa. Magari un’altra ondata di Covid, stante il drastico calo della campagna vaccinale negli Usa, come confermato dal Wall Street Journal dopo settimane di grancassa mediatica sul record americano. O una bella crisi internazionale. Qualcosa ci si inventerà. Anche perché nelle stanze che contano comincia a montare un notevole nervosismo attorno al silenzio della Cina, tornata in modalità attesa lungo la sponda del fiume. Questo sì, un pessimo segnale.

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