SPY FINANZA/ La guerra sul prezzo del petrolio silenziata dalle bandiere dei diritti

- Mauro Bottarelli

Gli Usa sono impegnati in prima fila in una battaglia per non far scendere le quotazioni del petrolio. Nessuno però sembra accorgersene

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Per capire la gravità di quanto appena accaduto, vi invito a guardare l’intervento alla Fox News di Gleen Greenwood, giornalista e avvocato. Si parlava dell’assalto al Congresso del 6 gennaio scorso e del ruolo dei media nella manipolazione dell’opinione pubblica e l’ospite mise non poco in imbarazzo l’anchorman che stava intervistandolo quando sottolineò come l’intelligence Usa abbia sempre infiltrato i media (l’Operazione Mockingbird fece storia), ma che, almeno fino a poco tempo fa, aveva la decenza di farlo in segreto.

Ora, invece, CIA e FBI operano in quel modo apertamente, infiltrando giornalisti dalla doppia identità e decine di agenti operativi in seno ad aziende del campo informativo. Anzi, il suo gergo fu ancora più crudo: sul libro paga. Di fatto, si è passati dalla manipolazione clandestina delle notizie a quella en plein air. 

Perché è importante rivedere quell’intervista? Perché mentre il mondo dell’informazione si sta concentrando sul caso bielorusso in sede europea e sugli arresti di giornalisti a Hong Kong da parte del regime cinese, gli Stati Uniti hanno operato quanto palesemente mostrato in questa schermata: di fatto, il Governo statunitense attraverso il Dipartimento della giustizia ha requisito e chiuso due website facenti riferimento a media iraniani e mediorientali (palestinesi, iracheni e yemeniti). Sequestrati d’imperio.

Il tutto a poche ore dall’elezione del nuovo Presidente iraniano, il falco ultra-conservatore Ebrahin Raisi, il quale come primo atto ha compiuto quello di dire no a un incontro con Joe Biden. Detto fatto, Washington ha deciso di esportare democrazia. Chiudendo canali informativi. Ovviamente, le anime belle della libertà di espressione a targhe alterne ora scomoderanno il solito argomento: quelle tv sostengono falsità e tesi inaccettabili, quindi giusto che il mondo libero le chiuda. C’è però un problema: perché la Cina viene sbattuta su tutti i giornali per la sua decisione di congelare i beni del quotidiano filo-democratico di Hong Kong, Apple, portandolo alla chiusura forzata e operando arresti di giornalisti e gli Usa vengono applauditi se sequestrano d’imperio canali iraniani? Formalmente, Pechino ha quantomeno dalla sua parte la giustificazione formale di agire in base a una questione di politica interna, essendo Hong Kong a tutti gli effetti territorialmente riconducibile al Dragone. 

Ovviamente, la critica seguente è quella relativa alla nuova legge in vigore a Hong Kong, talmente draconiana e liberticida da permettere di fatto processi senza giuria quando ci si trovi di fronte ad attentati all’integrità e alla sicurezza nazionale. Un problema, prima di business che di democrazia, visto che HSBC, banca britannica ma leader nel Far East, è corsa a rassicurare i clienti al riguardo: tranquilli, chi ha portato capitali non finisce in galera. Messaggio davvero edificante. 

Ora, io capisco che quello della memoria corta sia un problema serio e diffuso, almeno quanto l’insonnia o la perdita di capelli, ma giova ricordare come non più tardi degli anni Settanta e Ottanta, in Irlanda del Nord fossero in vigore le cosiddette Diplock courts, tribunali senza giuria nati in ossequio alla legislazione d’emergenza anti-Troubles (in realtà, anti-IRA) voluta prima dal laburista Harold Wilson e poi portata agli estremi della forzatura del diritto internazionale di Margaret Thatcher. 

Certo, alcune sgradevoli pratiche messe in campo dal mondo libero fanno comodo solo quando occorre darsi una ripulita alla coscienza applaudendo film come Nel nome del padre, dedicato appunto ai quattro di Guildford che pagarono con anni di galera da innocenti certe distorsioni del concetto di giustizia made in Britain. Cosa ci vuole dire, in realtà, quanto messo in campo dagli Usa?

Primo, il web non è affatto libero. Il web è un campo di battaglia, il più sofisticato di tutti. Persino più dei mercati finanziari. E altrettanto efficace. Cosa c’è alla base dell’interesse statunitense per l’Iran in queste ore, forse le esecuzioni di dissidenti ordinate negli anni dal neo-presidente, non a caso ribattezzato il boia? No, l’accordo sul nucleare di Vienna. Più precisamente, il suo stallo. Il quale sta garantendo il vero risultato di base: allontanare l’addio alle sanzioni e con esso la possibilità che i 700.000 barili di petrolio che la Cina ha comprato quotidianamente sul grey market da Teheran almeno fino all’aprile scorso, alla faccia del blocco imposto da Donald Trump, si riversassero sul mercato ufficiale, schiantando verso il basso valutazioni del barile che stanno invece continuando a crescere e che puntano verso i 100 dollari entro fine anno. 

E quei 700.000 barili rappresentano potenzialmente solo l’inizio, quanto già a disposizione pronta consegna: in vista della fine delle sanzioni, infatti, l’ormai ex Presidente Rouhani aveva dato disposizione di preparare gli impianti a un ritorno forza quattro alla produzione. Si parla quindi di milioni di barili potenzialmente sul mercato, pronti a mandare a zampe all’aria gli sforzi dell’Opec per giungere a un punto di equilibrio che risollevasse i prezzi. Tradotto, la necessità per Paesi come l’Arabia Saudita, notoriamente attentissimi ai diritti delle minoranze (gay in testa, visti gli strepiti in atto sulla legge Zan), di giungere a un break-even fiscale in grado di tenere a bada i deficit di bilancio dell’unica voce del loro Pil. 

E a spiegare la fretta e l’azzardo posto in essere dagli Usa con la loro mossa, ci pensa questo grafico: nonostante un balzo del 400% nel numero di lavoratori del comparto fracking statunitense, la produzione di petrolio statunitense non sta salendo. 

Stando a dati della Primary Vision, quel numero è sufficiente a malapena a mantenere il livello di output di quest’anno stabile. Il tutto dopo un crollo dell’85% della forza lavoro nel settore durante la pandemia: oggi il numero di squadre al lavoro nei pozzi è di 235, in netto aumento dalle 45 del 22 maggio 2020. Ancora un 6% di aumento ed entro fine anno si arriverà a 250, ma questo non sarà sufficiente a garantire un aumento della produzione: di fatto, l’America ha perso la competitività a livello globale che lo shale oil le aveva garantito negli anni dell’Amministrazione Obama, tale da aver fatto ventilare la fine stessa dell’Opec nella sua versione storica alla luce del nuovo duopolio extra-cartello fra Stati Uniti e Russia. E quanto accaduto ha avuto un timing preciso: ieri, infatti, si è aperto ufficialmente il Qatar Economic Forum, il cui argomento di discussione principale fra i Ceo e Cfo presenti era praticamente uno solo, alla faccia della svolta green: il prezzo del petrolio a 100 dollari al barile. 

Attenzione, quindi, a cosa sta accadendo dietro le quinte. Perché se quanto successo sul web non ha avuto eco, è soltanto perché la strategia è ormai condivisa: silenziare ciò che è scomodo, tramutare in attacco alla libertà qualsiasi atto che possa invece nuocere agli interessi del manovratore. E l’Amministrazione Biden sta tenendo fede alla promessa fatta prima al G7 e poi al vertice Nato: gli Usa sono tornati. Ieri mattina, infatti, la Cina ha reso noto come il suo esercito sia pronto a rispondere a tutte le provocazioni. Il motivo? Il passaggio nello Stretto di Taiwan del distruttore della Marina statunitense, USS Curtis Wilbur, per quello che Washington ha definito un transito di routine. 

Qualcuno sta giocando con il fuoco. E con le nostre libertà. Ma quelle vere, non i capricci interessati di presunte e sbandierate violazioni dietro strisce arcobaleno. 

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