SPY FINANZA/ La tattica degli Usa per vincere le guerre senza più missili

- Mauro Bottarelli

La crisi da coronavirus potrebbe determinare cambiamenti importanti negli assetti geo-finanziari mondiali. Gli Usa vanno all’attacco

conferenza stampa donald trump coronavirus usa
Donald Trump (LaPresse)
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Come sarà il mondo post-Covid? Davvero la pandemia rappresenterà la pietra tombale definitiva sugli assetti venutisi a creare negli anni Novanta con l’avvento della globalizzazione e della finanziarizzazione del sistema? Una cosa è certa: il caos. Dal quale, si sa, si può generare di tutto, dipende quale demiurgo prenda il potere e decida come plasmare la kora. Guardate questi due grafici, ad esempio. Il primo mostra come in base a un sondaggio condotto fra il 12 e il 14 maggio scorsi dall’azienda di consulenza per il business, FTI Consulting, il 40% degli americani interpellati si dica pronto a non comprare più nulla che sia prodotto in Cina. La campagna del duo Trump-Pompeo contro Pechino riguardo le responsabilità dirette nella pandemia – dalla teoria sulla nascita nel bio-lab di Wuhan alle accuse di ritardo nella comunicazione della gravità di quanto stava accadendo – sta funzionando alla grande: l’opinione pubblica è orientata, il capro espiatorio su cui basare la campagna elettorale, evitando quindi di dover parlare di economia e 38,6 milioni di nuovi disoccupati in 9 settimane, è servito. Nulla di nuovo, l’America in questo è docente assoluta. E a livello bipartisan, visto che la famiglia Clinton potrebbe tenere dei tutorial al riguardo.

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Ora però guardate il secondo grafico, il quale mostra il dato disaggregato per voci del Pil mondiale a fine 2018: le prime due componenti parlano la medesima lingua del sondaggio e ci prefigurano uno shift senza precedenti, almeno a livello teorico. Ai primi due posti, pressoché identici nel controvalore sulla crescita mondiale, ci sono appunto i consumi Usa e il Pil cinese. Insieme pesano per un terzo esatto della crescita. C’è però un problema, alla luce di quel sondaggio e della campagna anti-cinese della Casa Bianca: se gli americani, fosse anche un 20% reale, davvero smettessero di comprare tutto ciò che è Made in China, chi sarebbe in grado di rimpiazzare quella messe di merci e di mantenere standard di prezzo come quelli del Dragone, in grado grazie a quel combinato di conquistare il più grande mercato del mondo, il centro commerciale a cielo aperto chiamato Usa? E di converso, a chi venderà la Cina sufficienti merci – di ogni tipo, da quelle ad alta tecnologia ai pantaloni da pochi euro – per mantenere quel tasso di sovra-produzione che garantisce il proprio Pil e la possibilità di esportare deflazione, aprendo spazi di manovra strutturali alla Pboc?

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Il patto globalista sino-americano, d’altronde, si basava su questo: la Cina acquista debito Usa e inonda gli Stati Uniti di merci che possono andare in vendita a poco prezzo sugli scaffali dei Walmart e, in cambio, l’America garantisce alle fabbriche di Pechino un mercato terminale di riferimento sufficientemente grande e onnivoro da far proseguire il socialismo toyotista che permette una crescita al 6% e rotti. Se quel meccanismo mercantilista si rompe, è guerra. Guerra vera questa volta, di sopravvivenza e di quota esiziale di mercato. Non le pagliacciate sui dazi cui abbiamo assistito fino allo scorso 15 dicembre, per capirci. E con il barometro relativo all’intensità del commercio di beni globale della Wto che ha appena toccato il suo minimo storico assoluto dalla data della creazione nel luglio 2016, le speranze per una ripartenza cosiddetta V-shaped appaiono decisamente irrealistiche, visto che il Fund Manager Survey di Bank of America rivela come la maggioranza assoluta degli intervistati non veda il livello di Pil globale poter risalire sopra quota spartiacque di 50 prima del quarto trimestre di quest’anno.

Qual è, quindi, il mio timore, anzi la mia quasi certezza distopica riguardo il futuro a breve termine del post-Covid? Ce la mostra questo altro grafico, il quale fa parte di uno studio di Deutsche Bank relativo alla platea potenziale di assets monetizzabili dalla Fed attraverso l’acquisto diretto in seno a ipotetici programmi di Qe open-ended che arrivino appunto al parossismo assoluto di intervento. Potenzialmente, lo stato patrimoniale della Federal Reserve potrebbe arrivare a quota 130 triliardi, se comprasse tutto ciò che è elencato nella tabella.

Ovviamente è solo un lavoro teorico, quasi parabolico nella sua natura di improbabilità. Il problema, però, resta: fino allo scorso inverno, nessuno si sarebbe nemmeno posto il problema di mettere mano e dedicare tempo a un lavoro simile. Semplicemente, perché la retorica era quella dell’economia americana mai così forte dal 1969. Oggi, dopo la continua espansione della platea di assets eligibili come collaterale e per l’acquisto diretto da parte della Banca centrale, quell’elaborazione ha invece un senso. Quale? Porre tutti in guardia sulla tentazione faustiana degli Usa per riprendersi l’egemonia mondiale a livello economico, mettendo a frutto le macerie lasciate dai lockdowns globali: utilizzare la Fed e la sua operatività straordinaria come mezzo ordinario di risoluzione dei conflitti con altri metodi. Insomma, monetizzare debito invece che sganciare missili.

Quel potere d’acquisto figlio della deterrenza che garantiva un livello simile di consumi negli Usa, infatti, nella mente da monetarismo faustiano di qualcuno può essere sostituito – nel brevissimo termine e in nome dell’emergenza – dal Pil “parallelo” del Qe perenne e sostanziale. D’altronde, l’estremizzazione di questa dinamica – ovvero, quell’helicopter money sempre meno tabù – cos’è, se non la possibilità di vivere senza lavorare o produrre, avendo comunque garantito un reddito per vivere e, soprattutto, consumare? Magari consumare meno ma mettendo a dieta forzata la controparte, ovvero la sovra-produzione cinese non più necessaria per riempire gli scaffali dell’outlet America.

Fidatevi, nella testa di qualche pazzo alberga questa idea. La quale, oltretutto, porta con sé l’effetto collaterale di nascondere le bolle ed evitarne l’esplosione, visto che ci penserà la Banca centrale ad assorbirne le onde d’urto, operando da camera di compensazione. Vi faccio un esempio. Alla fine, la scorsa settimana anche un gigante come JC Penney ha gettato la spugna. La catena texana di grandi magazzini ha optato giocoforza per il Chapter 11 e ora tutte le proprietà verranno allocate in una nuova real estate company. Pessimo timing. Il problema sta tutto in quest’ultimo grafico, infatti. Perché la decisione è giunta in contemporanea con il nuovo minimo storico dei Cmbx serie 6, arrivati a prezzare solo 62,83 dollari, 10 dollari in meno di metà marzo: un calo sostanziatosi mentre il resto del mercato rimbalzava dal 30% dai minimi.

Insomma, il Big short 2 prosegue in maniera frenetica. Cosa siano i Cmbx serie 6 è presto detto: sono il veicolo preferito da chi scommette sul crollo del mercato real estate commerciale legato ai grandi malls. Insomma, si va long sul default risk. L’indice Cmbx serie 6, di fatto, traccia il valore di 25 commercial-mortgage-backed securities, ma, soprattutto, ha una particolarità: sconta al suo interno un 40% di esposizione a proprietà retail. Un trend di lungo periodo quello della crisi del settore, ma che il lockdown ha ampliato ad ambiti ulteriori rispetto ai soli outlets o malls: l’intero comparto real estate commerciale sta sprofondando. In fretta. Stando a Bloomberg, solo in maggio 167 prestiti Cmbs 2.0 sono entrati in modalità delinquencies, più del doppio rispetto ai 68 di aprile. Ora, tornate un attimo all’ultimo grafico e guardate il controvalore percentuale di mercato degli assets legati al comparto del real estate commerciale Usa: sono i terzi in assoluto, dopo mercato azionario e immobiliare abitativo. Addirittura, prima del mercato dei Treasuries.

L’effetto pare garantito: il settore, in grado in questo caso di andare a toccare anche gli interessi privati del Presidente Trump, fra resort e campi da golf, può essere salvato senza bagni di sangue fra detentori di cartaccia e locatari, mentre la Fed può tranquillamente espandere il proprio stato patrimoniale in nome del patriottismo insito nella sua opera onnivora, garantendo l’illusione di un effetto moltiplicatore e placebo sull’economia reale attraverso la monetizzazione di assets altrimenti meramente finanziari. Due piccioni con una fava. Anzi, per dirla all’americana, due piccioni con una pietra. Già, perché in Europa puntiamo tutto sul blandire la preda, mentre Oltreoceano (e Oltremanica) puntano a distruggerla, abbatterla. Differenza di atteggiamento e impostazione fondamentale, in un mondo come quello che ci aspetta dopo la pandemia e il lockdown. Ma dubito che in Europa ci si stia ponendo il problema.

Anzi, le ultime mosse della Bce mi fanno pensare che ormai certi modelli di follia monetaria stiano intaccando anche il minimo sindacale di pudore che dovrebbe caratterizzare l’operato statutario di una Banca centrale. Perché dannarsi a creare Pil o generare occupazione che garantisca redditi da trasformare in consumi, quando si ha una stamperia che può ciclostilare il denaro e, ad esempio, garantire un reddito universale per tutti, tramite l’helicopter money che verrà spesa in supermercati, centri commerciali o e-commerce? Stiamo entrando a grandi passi nel Regno del faustiano. Senza nemmeno accorgercene.

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