SPY FINANZA/ L’attacco della Russia agli Usa via Wall Street e oro

- Mauro Bottarelli

Tra Usa e Russia è guerra geo-finanziaria ai suoi massimi livelli. Lo dimostra l’annuncio di Putin sul vaccino anti-Covid

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Vladimir Putin (Lapresse)

Per capire cos’è accaduto e cosa sta accadendo, bastava aver letto il mio articolo di un paio di settimane fa. E non serve scomodare complottismi: i russi avevano detto chiaramente a inizio luglio che avrebbero comunicato la fase terminale del loro studio sul vaccino anti-Covid fra il 10 e il 12 agosto. E non solo per evidenze e certezze cliniche, bensì perché per quanto la Russia sia un Paese che può apparire in molti ambiti arretrato, ha consiglieri politici e soprattutto finanziari di primissimo ordine. Gente che, per capirci, Usa e Ue si sogna.

Perché Wall Street e l’intero mercato ha reagito così male alla comunicazione di Mosca, quindi? Per una serie di ragioni. Le quali è meglio non siano confuse con il rialzo pavloviano delle Borse europee, innescato unicamente dal risultato incredibile del sondaggio Zew tedesco sulla fiducia degli imprenditori (un proxy diretto della ripresa economica europea, non a caso azzoppato solo 24 ore dopo dagli oltre 1.200 nuovi contagi registrati proprio in Germania). È Wall Street che conta, l’Europa a livello equity è un nano che non spaventa nessuno. E non muove nulla. Chi muove invece è questo: mentre Vladimir Putin annunciava Sputnik e la sua sperimentazione positiva addirittura su una delle sue figlie, Oltreoceano accadeva che la ratio price-to-sale delle cosiddette Fanmag (Facebook, Amazon, Netflix, Microsoft, Apple e Google) raggiungeva 8.33, sorpassando il precedente record di 8.32 toccato nel giugno 2018.

Insomma, Wall Street non solo ormai si basa unicamente sui deliri da espansione dei multipli (e ritorno dei buybacks) del Nasdaq, ma viaggia su un livello di eccessi di valutazione che è tipico dei periodi di picco precedenti l’esplosione di una bolla. Direte voi, cosa c’entra tutto questo con la mossa del cavallo messa in campo da Vladimir Putin? C’entra, perché l’annuncio russo, di fatto, rischia di mandare in frantumi uno dei contrafforti di sostegno accessorio alla tenuta equity americana: ovvero, il cosiddetto pharma-premium. A oggi, infatti, sono 160 i vaccini in fase di sperimentazione nel mondo, un qualcosa che assomiglia sempre più a un enorme circo di business, più che a una seria ricerca dell’antidoto alla peste del momento, con buona pace dell’Oms. E, cosa più importante, stando a uno studio di Goldman Sachs, non è vero che non importa il tempismo nella scoperta del vaccino, come hanno immediatamente dichiarato gli americani colti in contropiede: prima arriva il vaccino, più il Pil statunitense è visto in netto rimbalzo dai minimi entro la fine del 2021. E con le elezioni presidenziali fissate per il 3 novembre, pensate che ai due candidati non interessi avere un boost della crescita economica pressoché assicurato per il primo trimestre del loro mandato alla Casa Bianca? Interessa eccome.

Insomma, la Russia sta di fatto interferendo nelle presidenziali Usa. E senza bisogno di scomodare la panzana degli hacker, semplicemente rendendo noto al mondo che il Re dei rialzi azionari è nudo. Ma Vladimir Putin aveva un altro obiettivo principale. Ed ecco entrare in campo il mio articolo di qualche settimana fa: il capo del Cremlino voleva cacciare i mercanti dal tempio. E lo dimostrano questi due grafici: l’annuncio russo ha infatti avuto come principale conseguenza il crollo delle valutazioni di oro e argento, le prime scese addirittura sotto i 1.900 dollari l’oncia nella notte fra l’11 e il 12 agosto, peggior calo a due giorni dal 2013, mentre le seconde precipitate di colpo addirittura ai minimi dal fallimento di Lehman Brothers.

Ora, fatevi una domanda: per quale ragione l’uomo che guida il Paese che maggiormente ha diversificato le proprie riserve, vendendo di tutto e acquistando oro fisico con il badile negli ultimi anni, dovrebbe operare in modo tale da far crollare le quotazioni proprio del bene rifugio per antonomasia che dovrebbe garantire la tenuta del rublo e dei conti pubblici in caso di nuova crisi globale e sistemica? Semplice, proprio per la ragione che spiegavo nel mio pezzo: gli Usa temono la corsa dell’oro, poiché un aumento delle valutazioni porta con sé la percezione reale nello statunitense medio di crisi alle porte e soprattutto di inflazione galoppante, al netto delle letture ufficiali. Gli Usa necessitano, affinché possa proseguire lo schema manipolatorio del Qe perenne, di un oro percepito come asset senza più valore strategico: trattare futures aurei deve diventare come operare su titoli azionari ritenuti sottovalutati.

Insomma, a Washington serve che l’oro perda il suo status – psicologico e di percezione, prima di tutto – di bene rifugio per antonomasia. Per Mosca, invece, la necessità è esattamente quella contraria. Per arginare lo strapotere finanziario di Wall Street e la sua capacità di operare come braccio armato delle strategie geopolitiche statunitensi, la Russia deve mantenere vivo il valore intrinseco dei cosiddetti hard assets: in primis, petrolio e oro. Inoltre, se il lingotto diventa alternativa credibile alla moneta fiat in un mondo che stampa banconote come fossero coriandoli a carnevale, chiaramente sulla prima linea del fuoco si ritroverà lo status di moneta benchmark globale del dollaro. Altra ipotesi che certamente non disturba Mosca. Nè tantomeno Pechino, vista la de-dollarizzazione già in corso in Cina e a Hong Kong fra i grandi istituti di credito, “invitati” dai regolatori a operare il più possibile in yuan ed evitare il circuito di pagamento Swift.

Ed ecco che, come mostra questo grafico, Vladimir Putin ha picchiato sul vero anello debole della strategia statunitense: per rendere l’oro appetibile alle masse, al fine di privarlo del ruolo di mero bene rifugio, Washington ha infatti puntato tutto sugli investitori retail, quelli che operano come pazzi su piattaforme on-line come Robinhood. E infatti, il grafico mostra proprio il re-couple fra aumento del prezzo dell’argento e crescita del numero di Gordon Gekko in pantofole che ne detengono posizioni: dopo un bagno di sangue come quello degli ultimi due giorni, che direzione pensate che prenderà la linea verde? Continuerà a crescere o, invece, proseguirà il percorso in tandem con le valutazioni del metallo e comincerà a registrare fughe di massa?

Esattamente ciò che vuole la Russia, sia per l’argento che per l’oro. Appunto, cacciare i mercanti dal tempio. Perché signori, il fatto che sia tutta guerra psicologica attraverso l’abbaglio del mercato lo mostra un dato plastico: quota 1.920 dollari l’oncia toccata l’11 agosto rappresentava il medesimo livello raggiunto non più tardi del 27 luglio scorso. All’epoca, si festeggiò il risultato come una cavalcata trionfale e senza fine. L’altro giorno, il mood era quello da tuffo dal grattacielo stile 1929. In mezzo cosa è accaduto? Semplice, l’afflusso di massa nel mercato dei metalli preziosi, la de-mitizzazione dell’oro come bene rifugio presso la clientela retail. Vladimir Putin, con la sua mossa, ha rimesso le cose a posto: le sue parole sul vaccino hanno stroncato più di una pretesa-attesa di Wall Street rispetto all’effetto boost che questo avrebbe garantito a indici e Pil, quando la bolla tech sarà esplosa o, quantomeno, sgonfiata. Ma, soprattutto, ha reso visibile un avvertimento al mondo: chi gioca con l’oro, rischia di farsi male. Come con l’alta tensione.

È guerra geo-finanziaria ai suoi massimi livelli. Pensate che certe mosse, dalla conferenza sul Libano in chiave anti-iraniana al dichiarato appoggio del Dipartimento di Stato alle manifestazioni di massa in Bielorussia, non c’entrino con l’annuncio del Cremlino e il suo timing? Pensate che non abbia rappresentato, a sua volta, un avvertimento in codice a non esagerare, pena dolori degni del giovane Werther per Wall Street? Ripensateci.

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