SPY FINANZA/ Le verità su Recovery fund e Qe vengono a galla

- Mauro Bottarelli

Ci sono alcune informazioni e notizie che conviene conoscere per capire cosa sta realmente accadendo con le mosse delle Banche centrali

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(LaPresse)

Il castello di carte sta miseramente crollando. Un pezzo dopo l’altro. Non so voi, ma io, più passano i giorni e le tessere del mosaico vanno drammaticamente ad adagiarsi al loro posto e più mi sento come Edward Norton nella scena finale di Fight club, quando osserva i palazzi del Sistema crollare sotto il tritolo del suo iconoclasta alter ego, Tyler Durden. Più che altro, mette malinconia osservare come le cosiddette classi dirigenti europee stiano perdendo tempo nel lucidare le maniglie sul Titanic. Voi pensate davvero che arriveranno mai i soldi del Recovery fund, quantomeno in quella forma apparentemente ordinata, ordinaria e senza condizioni capestro di vincolo? Lo sappiamo tutti che è solo una pantomima. E che l’ok al Mes è già stato comunicato, ora si attende solo l’esito delle regionali per trovare la miglior formula per venderlo all’opinione pubblica. D’altronde, avete notate come sia passato sotto silenzio il fatto che all’interno del Recovery Plan sia contemplata l’alta velocità Torino-Lione, la famigerata Tav? Di fatto, M5S ha ceduto. Accettando il piano Ue di finanziamento, ha dato via libera anche al cosiddetto eco-mostro del trasporto. Reazioni? Zero. In compenso, ieri arresti eccellenti in Val di Susa fra chi si oppone all’opera. Coincidenze, ovviamente.

E volete sapere perché si è dovuto dire sì al Mes, in sede di Ecofin? Semplice, lo mostra questo grafico: il nostro spread, fisso ormai in area 150 punti base, vive in base a questo new normal di controvalore di sostegno in acquisti quotidiani della Bce. Se calasse, arriveremmo a 200 in due giorni. E poi ancora più in alto, non fosse altro per la ratio debito/Pil che ci ritroveremo a gestire a fine anno dopo 100 miliardi di scostamento e un crollo del Orodotto interno lordo per ora ancora a due cifre.

Possono vendervi tutte le idiozie del mondo rispetto all’appetibilità dei nostri Buoni del Tesoro: sono balle. Chi li compra, o lo fa per speculare o lo fa perché consigliato da chissà chi. Ma sono carta pressoché straccia, perché dipendono totalmente dall’operatività della Bce. Alla faccia di chi teme il commissariamento e la Troika. Oltre che dagli acquisti sistemici di banche e assicurazioni, entità i cui scopi e ragioni sociali dovrebbero essere differenti ma tant’è, il doom loop ormai è un tratto distintivo della cultura italiana, come la pizza margherita. Pensate che l’accoglienza in pompa magna riservata dal presidente Mattarella al suo omologo tedesco ieri a Milano sia dovuta davvero unicamente alla riconoscenza per i nostri connazionali curati nelle terapie intensive tedesche durante i mesi più bui della pandemia? Ovviamente no. Non potendo far affidamento su un Governo degno di questo nome, il Quirinale ha dovuto operare in modalità di supplenza istituzionale e di buon senso politico-diplomatico: pensare di fare la guerra alla Germania non è solo folle, è autolesionista. E la prima carica dello Stato ieri lo ha dimostrato nella maniera più alta e illuminata possibile ai geni che prefiguravano una nuova Europa a guida italico-sovranista e addirittura scrivevano piani di riforma della governance della Bce. La stessa che, avendo giustamente gettato quei deliri ciclostilati nel cestino non appena ricevuti, oggi sta tenendo artificialmente in vita il nostro debito. Di fatto – questione sostanziale e dirimente – con l’ok tacito ma vincolato a certe conditio sine qua non della Bundesbank. Su mandato della Corte di Karlsruhe.

Insomma, comunque la si giri, sempre di Germania si tratta. Piaccia o meno. E infatti, guarda caso, ecco che saltano fuori obblighi post-elargizione dei fondi europei, soprattutto legati a riduzioni delle ratio di debito e al ridimensionamento del deficit. Scusate ma il Recovery Fund, a differenza del Mes, non era privo di condizionalità? Altra balla che ormai la realtà sta svelando impietosamente. E state certi, da martedì prossimo in poi di altarini ne salteranno fuori dieci al giorno. In maniera abbastanza bipartisan, quantomeno all’interno dell’allegra brigata di governo. Ma non buttiamoci giù. Nel meraviglioso mondo del debito buono e dell’helicopter money che ci salverà tutti dalla povertà, le miserie politiche e umane non conoscono latitudine.

Vogliamo parlare di Jerome Powell e della Fed, ad esempio? Lasciate pure stare la reazione a caldo dei mercati alla decisione di tenere fermi i tassi per altri tre anni e prolungare pressoché indefinitamente i 120 miliardi di acquisti mensili in seno al Qe, sapete qual è il vero problema? Che è finita la credibilità della principale Banca centrale al mondo. Estinta. Ridotta a barzelletta. Per capire il motivo che ha portato il board a quella decisione, apparentemente da colomba, bastano questi due grafici. Il primo mostra come il 15 settembre scorso lo Standard&Poor’s 500 abbia visto la ratio fra sotto-gruppo migliore (quello tecnologico) e peggiore (quello energetico) spingersi al massimo dal 2000, 74 punti percentuali di divaricazione. Come andò a finire all’epoca, è noto. Basta uno scossone più forte del necessario e il combinato di liquidità di nuovo in riserva nel sistema, mancanza di hedging difensivi e abuso di opzioni call da parte di investitori retail totalmente all’oscuro dei meccanismi di Borsa farà il resto: un tonfo epocale.

Insomma, si è tentata la carta della rassicurazione formale, volendo evitare l’annuncio di nuove misure dirette di sostegno in quella che era l’ultima riunione del Fomc prima del voto. Insomma, si è cercato di evitare la strumentalizzazione politica, sia in un verso che nell’altro. Il mercato, come si è visto, non ha gradito. Ma ancora più serio è quanto contenuto nel secondo grafico, il quale mostra una dinamica sottostante che merita attenzione. Stando a dati appena resi noti dal TIC (Treasury International Capital), nel mese di luglio gli investitori esteri hanno scaricato bond corporate statunitensi per un controvalore record di 54,3 miliardi di dollari, il massimo a livello mensile da quando vengono tracciate le serie storiche e un netto aumento dai 16,6 miliardi venduti a giugno. Cosa accadrebbe a quel debito, se per caso la Fed non lo acquistasse a piene mani come sta facendo dallo scorso marzo, operando anche su carta con rating junk attraverso l’operatività su Etf?

Come leggere quindi la voce zero relativa a quel comparto contenuta nel resoconto dell’attività di mercato della Federal Reserve relativa al mese di agosto? Una cosa è certa: senza il backstop della Banca centrale, un’ondata di default corporate travolgerebbe gli Usa. Di colpo. Wall Street compresa. La Fed ha le spalle al muro, signori. Ma questo lo sapete da tempo, mi pare. E ora, cosa può accadere? Stando a calcoli di JP Morgan, entro la fine di questo mese il mercato equity dovrà affrontare vendite forzate per circa 200 miliardi di dollari di controvalore. Per l’esattezza, un ribilanciamento record di portfolio dei piani pensionistici Usa, di quello statale giapponese GPIF e di Norges Bank. A detta della banca d’affari statunitense, “il flusso di ribilanciamento più negativo dall’inizio della crisi da Covid”.

Insomma, vendite obbligate con ammontare record stanno per entrare in scena in uno dei peggiori momenti di illiquidità del mercato. Cosa dite, la Fed ha voluto inviare un messaggio a qualcuno in vista delle elezioni? Limitandosi a un compito formalmente espansivo, ma senza nuovi stimoli diretti messi sul piatto, quale impatto avrà questo primo, limitato stress test di fine trimestre su un mercato assetato di liquidità, disorientato dalla Banca centrale e in cerca di un centro di gravità politica permanente in vista del 3 novembre? Anche perché, proprio ieri è stato comunicato come la scorsa settimana 860mila statunitensi abbiano fatto richiesta di primo sussidio di disoccupazione: il tutto a sette mesi dall’inizio del lockdown e con un valore che è quattro volte il normale dell’epoca pre-Covid e che va oltre ogni singolo picco raggiunto durante l’intera crisi finanziaria post-Lehman.

Ora, agitate tutte queste informazioni come fossero ingredienti di un cocktail e ditemi, mentre le versate lentamente in una coppa da Martini: il Qe serve davvero ancora a qualcosa che non siano la dilatazione estrema della bolla azionaria e il travisamento del debito in risorsa e veicolo di progresso ed eguaglianza, tanto per ammansire masse di pecoroni al pascolo brandenti Btp Futura freschi di stampa?

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