SPY FINANZA/ Meno di 72 ore alla partita sul futuro dell’Italia

- Mauro Bottarelli

Ancora una volta l’azione della Bce è stata fondamentale per il nostro spread. Si avvicina però una riunione del board davvero importante

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Christine Lagarde, presidente della Bce (LaPresse)

Non avessi fatto una promessa che intendo mantenere, oggi sarei qui a chiedermi come sia possibile aver già trovato fondi per qualche miliardo di ristori senza dover rimettere mano alla Nadef, come annunciato in conferenza stampa da Giuseppe Conte. Perché signori, delle due l’una: o il Premier ha freudianamente ammesso un falso in bilancio appena compiuto in combutta con il Mef in sede di Consiglio dei ministri oppure qualcosa non torna. Forse stanno utilizzando i fondi Sure per quei risarcimenti a tempo di record, senza trafile ed erogati direttamente sui conti correnti dall’Agenzia delle entrate? O c’è qualche “tesoretto” di denaro che non è stato stanziato dopo la prima ondata di Covid che ora torna comodo, ma che, forse, se fosse stato utilizzato prima ci avrebbe magari evitato un ingresso così traumatico nella seconda? Ma ripeto, ho fatto una promessa: non parlo più dell’Italia. Quantomeno, fino a quando questo Paese non verrà commissariato direttamente e ufficialmente. Fino ad allora, rivolgetevi ad altri per delucidazioni.

Io posso solo dirvi un’ultima cosa, direttamente collegata al nostro Paese: ieri mattina, la Bce ha comprato con il badile Btp. E subito, ad apertura di contrattazioni: basta dare un’occhiata al grafico dell’andamento dei primi 20 minuti di contrattazioni per scoprirlo. Certo, qualche Majakovsky del patriottismo fuori tempo massimo vaneggiava di effetto Standard&Poor’s sul nostro spread calante, a fronte di una Piazza Affari invece subito sotto dell’1%, ma lasciatelo fare: a volte certe patologie passano da sole, basta un bagno un po’ traumatico di realismo e si torna più o meno normali.

Perché cari lettori, se quella fosse la ragione del nostro differenziale di nuovo sotto quota 130, occorrerebbe spiegare anche il perché l’agenzia di rating Usa abbia trattato noi e la Spagna in maniera totalmente differente, a solo un mese l’una dall’altra. Madrid ha infatti subito il taglio dell’outlook, noi la sua promozione da “negativo” a “stabile”. Certo, il dato del calo del Pil iberico è peggiore del nostro (e il peggiore dell’eurozona), ma, volendo far affidamento sul mercato obbligazionario come cartina di tornasole, occorrerebbe ricordare come i Bonos spagnoli a 10 anni paghino ancora un rendimento minore del nostro. Quindi, ufficialmente prezzano una minore percezione di rischio sovrano. Che succede, quindi?

E poi, se l’outlook è tale, occorre quindi ricondurlo a una dinamica di prospettiva: mi pare che sia noi che la Spagna, quantomeno a livello di rischio lockdown totale e stato di emergenza sanitario, siamo messi male allo stesso modo. Eppure, le prospettive di Madrid sono state tagliate di netto, mentre le nostre addirittura migliorate. Cosa sanno a Standard&Poor’s che noi comuni mortali ignoriamo, forse che a differenza del palazzo della Moncloa, in quello con sede a piazza Colonna sta per arrivare – sull’onda dell’emergenza stile 2011 e come invocato a tempo di record da più parti, al riguardo chiedere delucidazioni all’onorevole Renato Brunetta – un nuovo inquilino in versione cavaliere bianco? Insomma, Standard&Poor’s ha promosso il nostro outlook riferendosi alle prospettive future di palazzo Chigi e non del Pil. Ma attenzione, il nodo è un altro. E sta tutto nell’apertura al rialzo dello spread di ieri mattina, prontamente azzerata dall’ingresso in forze di mani invisibili: cosa farà dopodomani la Bce?

Il consensus generale, infatti, prezzava già l’annuncio dell’aumento della disponibilità del Pepp di altri 500 miliardi e il suo prolungamento fino a fine 2021 per il board del 10 dicembre, una sorta di mega regalo di Natale da consegnare strategicamente a voto presidenziale Usa già avvenuto. Ma con una prospettiva di seconda ondata come quella venutasi a creare nell’ultima settimana, l’Eurotower potrà concedersi il lusso di un altro mese abbandonante di relativa inazione, ovvero di operatività come l’attuale e senza annunci di aumento dello sforzo di sostegno? Difficile dirlo, quantomeno a freddo. Una cosa è certa, da subito. Rischia di saltare l’annuncio della fine del bando sui dividendi, atteso dalle banche come la pioggia manzoniana per il 1 gennaio 2021 e ora reso poco strategico e meno ancora popolare dall’aggravarsi delle condizioni macro legate alla pandemia. Occorre che le banche rafforzino i cuscinetti previsionali su perdite più che probabili e aumenti delle sofferenze legate ai ricaschi economici e occupazionali di nuovi lockdown, ancorché parziali: altro che distribuire dividendi.

Come reagiranno però i titoli azionari degli istituti di credito a un eventuale rinvio ulteriore, magari a giugno 2021? A mio avviso non benissimo, ponendo quindi ulteriore tensione sugli indici di Borsa, dipendenti in maniera pressoché esiziale dal peso percentuale del comparto. E sul Pepp, cosa deciderà di fare Christine Lagarde? Lancerà la sua moral suasion, ricordando per l’ennesima volta come la Bce sia pronta a intervenire ulteriormente e aumentare la potenza di fuoco? Basteranno gli annunci ai mercati oppure chiederanno di più, quindi imprimendo un’accelerazione al processo decisionale delle politiche in seno a un board Bce mai come oggi spaccato sul da farsi?

Attenzione alla sindrome DPCM, cari lettori. Perché se i mercati ormai prezzano quei continui aggiornamenti dei decreti di palazzo Chigi per quello che sono, quindi il nulla e il corrispettivo politico del download automatico di un’update del computer, diverso sarebbe l’impatto diretto di una Bce costretta a cambiare idea in corsa. Se Christine Lagarde dovesse sbagliare mossa, scegliendo per la conferenza stampa di dopodomani dei toni troppo soft e poco rassicuranti, dover intervenire emergenzialmente magari già la prossima settimana con un annuncio di ampliamento del collaterale o del controvalore quotidiano di acquisti potrebbe sortire l’effetto contrario. Ovvero, tradire una navigazione a vista. A quel punto, persino gli acquisti di massa come quelli compiuti ieri mattina e capaci di mandare in reverse immediata la tendenza ribassista del mercato verso i nostri Btp potrebbero perdere di efficacia e credibilità.

Nemmeno a dirlo, sarebbero davvero guai. Ma guai seri, perché questo Paese e il suo debito hanno ancora qualche margine di intervento e sostenibilità solo grazie al backstop dell’Eurotower: tolta quella stampella, si cade. Rovinosamente. Attenzione, fra 72 ore si gioca una larghissima parte del nostro futuro e di quello dell’intera eurozona. Chi vincerà in seno al board, tra falchi e colombe? Non dimenticando un particolare tutt’altro che trascurabile: il 15 dicembre Yves Mersch abbandonerà il Consiglio direttivo e lascerà il suo posto all’attuale direttore generale della Banca centrale olandese. Nel pieno del caos che, molto probabilmente, la seconda ondata e il primo mini-lockdown in atto avrà generato nell’Eurozona e nelle sue prospettive macro generali. A quel punto, i margini di manovra per Christine Lagarde si faranno davvero labili e sempre più ristretti.

Di fronte a noi abbiamo un mese e mezzo circa di tempo per salvare l’eurozona nell’assetto che conosciamo, al netto di un voto statunitense che potrebbe mettere in campo tail risks inattesi: sicuri che a Natale, Giuseppe Conte sarà ancora inquilino a palazzo Chigi? Sicuri che il Pepp rafforzato e prolungato che i mercati già prezzano, così come il nostro Tesoro e il Mef, non porterà però con sé delle condizionalità per i Paesi che ne stanno beneficiando di più a livello di finanziamento diretto dei debiti tramite compressione dello spread? Sicuri che non aver attivato il Mes sia stata mossa politica geniale, salvo poi inondare i conti correnti con ristori miliardari che l’Europa si chiederà come vengano finanziati?

Una cosa è certa, una sola: il Recovery Fund è già morto, strangolato in culla. Chi ancora ci fa affidamento in sede di politica di bilancio, o è pazzo o è in malafede. Tertium non datur.

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