SPY FINANZA/ Patrimoniale o riforma delle pensioni in arrivo per l’Italia

- Mauro Bottarelli

La politica non ha il coraggio di dire agli italiani la verità: i conti stanno saltando, perché il sostegno dell’Europa è soltanto emergenziale e e finirà

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Palazzo Chigi (LaPresse)

Si comincia. In effetti, la tregua della falsa concordia era durata fin troppo. L’onorevole Salvini comincia ad agitarsi e torna a recitare il ruolo che gli è maggiormente confacente: il sabotatore dall’interno, l’oppositore in casa.

Non lo dice il sottoscritto, lo ha detto il ministro Giorgetti ai suoi fedelissimi. Spiazzato non tanto dalla gitarella del segretario a Budapest, quanto dall’innalzamento dei toni sulle riaperture, dopo l’apparente rientro nei ranghi a ridosso dell’ultimo Consiglio dei ministri.

D’altronde, c’è da comprendere il segretario della (fu) Lega: il fiato sul collo di Fratelli d’Italia si fa sempre più presente, giorno dopo giorno. E il rischio di perdere quote elettorali sale, mano a mano che passano i giorni e il malcontento della categorie produttive aumenta. Un cul de sac. Di quelli che possono costarti una carriera, faticosamente creata negli anni. E non senza intuizioni brillanti, occorre ammetterlo. 

Davvero c’è il rischio di una clamorosa rottura, in caso Mario Draghi imponesse le sue cadenze alla ripartenza delle attività, ovvero prima si vaccinano tutti gli over 70 e poi si alzano le saracinesche? Nemmeno per sogno. Per due motivi. Primo, se lo facesse, metà partito si rivolterebbe e seguirebbe il ministro Giorgetti, a sua volta – quel punto – obbligato allo strappo. Secondo, l’onorevole Salvini si intesterebbe in pieno un’esplosione dello spread, alla faccia del backstop Bce. E la narrativa del golpe finanziario, stavolta non reggerebbe. Il problema, però, è generale: la politica sa soltanto raccontare favole. Siamo nel pieno di una cosiddetta finestra di Overton, ovvero un approccio sociologico che serve per testare il livello di accettazione delle scelte politiche da parte dell’opinione pubblica. Una sorta di enorme stress test del Paese e del suo grado di logoramento economico, psicologico e nervoso. 

Il Governo, sinceramente, finora non ha fatto nulla in più rispetto all’esecutivo Conte-bis. Forse, accelerare a livello organizzativo sulla campagna vaccinale. Ma resta il vulnus della scarsezza di siero a disposizione: puoi anche fare iniezioni h24 ma se non c’è il vaccino, inoculi ricostituente. E i vaccini, signori, stanno diventando davvero un’arma strategica. Sputnik ce lo siamo giocato con lo strano affaire delle spie russe, AstraZeneca ormai è diventata una sorta di spauracchio, Pfizer e Moderna mancano. E continueranno a mancare. Mentre Johnson&Johnson, quello talmente efficace da necessitare di un’unica somministrazione, lo vedremo con il binocolo. Perché nello stabilimento di Baltimora, stranamente gli operai sono sempre più distratti. 

Il Governo federale Usa, infatti, domenica ha ordinato all’azienda di riprendere il controllo della situazione nel sito produttivo dell’Ohio, dopo che altre 15 milioni di dosi sono state buttate via. Il motivo? Gli addetti hanno mischiato gli ingredienti con quelli del siero di AstraZeneca, anch’esso prodotto nel medesimo impianto. È il secondo incidente nel giro di pochi giorni: milioni di dosi in meno. E il Presidente Joe Biden, parlando da ospite all’ultimo Consiglio europeo, è stato chiaro: vi aiuteremo, cedendo delle dosi. Ma solo dopo l’immunizzazione totale della popolazione statunitense. Quindi, mettete pure da parte le speranze che avevate riposto nel siero a somministrazione unica. 

La politica non dice la verità, inutile girarci attorno. Perché non ci sono quasi più politici. Abbiamo un tecnico a palazzo Chigi e una serie di miracolati tornati o rimasti al Governo, ognuno ben attento a preservare le proprie prerogative e interessi. Il tutto, ovviamente, benedetto dal greenwashing del bene comune. E quali verità dovrebbe avere il coraggio di dire, la politica, oltre a quella relativa ai vaccini (la quale, occorre essere onesti, sconta il peccato originale di una gestione a livello europeo a dir poco dilettantesca)? 

Primo, smettiamola di parlare di sostegni e ristori. Ciò che è a disposizione, è già stato stanziato. La cassa è vuota, nessuno avrà di più. Chiedete al Mef. Da questo punto di vista, la corsa alla riapertura ha un senso. Non a caso, Mario Draghi è preoccupato. Non tanto e non solo dallo stop al Recovery fund imposto dalla Corte di Karlsruhe al Bundestag, quanto – e paradossalmente – dall’eccessiva forza della ripresa macro dell’eurozona. Testimoniata dagli ultimi dati PMI e, purtroppo, tornata ai livelli di frattura del post-2011: il Nord corre, il Club Med arranca. E sta in piedi soltanto con lo scudo Bce e i fondi Sure per il sostegno alla disoccupazione. La scorsa settimana, l’Italia ha ottenuto altri 2,9 miliardi, arrivando a quota 30 miliardi dall’attivazione del veicolo europeo di sostegno basato sulle emissioni comuni di finanziamento: siamo il principale beneficiario. 

E guardate questa tabella contenuta nel report presentato il 22 marzo scorso dalla Commissione Ue al Parlamento europeo, proprio relativo ai fondi Sure e al loro utilizzo. Da sola, ridicolizza il quadretto sovranista uscito da Budapest pochi giorni fa: guardate a livello di interessi sul debito, quanto hanno risparmiato grazie ai fondi si sostegno all’occupazione (nel nostro caso, senza contare gli acquisti blocca-spread del Pepp) Italia, Ungheria e Polonia. Grazie alla maledetta Europa, abbiamo risparmiato qualcosa come 2,83 miliardi. Solo grazie ai fondi Sure. 

E signori, quel solo ha un senso molto preciso: perché quei soldi sono i soli che vedremo. Ecco cosa non ha il coraggio di dire la politica: il Recovery fund è soltanto un’idea, un’intuizione, un miraggio. Nessuno Stato, di fatto, ha presentato ancora nulla. Noi stessi, come Italia che beneficia sulla carta dell’esborso di fondi maggiore (i mitici 209 miliardi), stiamo avvicinandoci alla scadenza di presentazione di fine aprile con un documento che è quello partorito dal Governo Conte 2. E sapete perché? Perché Mario Draghi sa che quei soldi esistono solo sulla carta. E cerca di spingere, giustamente, su leve di ripresa differenti. In primis, vaccinazione a ritmo israeliano nella speranza di non perdere almeno l’estate per il comparto del turismo. Poi, però, arriveranno i nodi. Quelli veri. Fine del blocco tout court dei licenziamenti, fine del blocco degli sfratti, fine della presa in giro dei ristori e dei sostegni che sono sempre in dirittura d’arrivo. 

Tradotto? Potenziale esplosione, un’altra volta, delle sofferenze bancarie. Sistema creditizio che torna sotto pressione, spread che ne risente a causa dello storico e mai risolto doom loop fra banche e Tesoro e via con il solito cortocircuito. Certo, abbiamo la Bce che almeno fino alla primavera del 2022 garantirà acquisti sul livello attuale. Ma non andrà oltre. Ovvero, se la marea della tensione obbligazionaria salirà, spinta anche dalle prospettive inflazionistiche e la ripresa della parte più produttiva dell’eurozona farà naturalmente tornare in pista un minimo sindacale di premio di rischio sul debito, la Bce allo stato attuale non basterà più. Ma non potrà fare di più. 

Guardate questa immagine, arriva dritta dall’account Twitter della Bundesbank e riporta il concetto chiave dell’intervento di Jens Weidmann all’incontro del 31 marzo tenutosi all’International Club of Frankfurt Economic Journalists. 

Signori, dopo aver detto stop a Christine Lagarde rispetto all’ampliamento dell’ammontare di acquisti (si accelera ma a saldi invariati e senza envelop), la Banca centrale tedesca ha ribadito – subito dopo la decisione shock della Corte di Karlsruhe – che la politica monetaria non è un totem che si autocalibra in stato di isolamento rispetto al contesto macro. Deve adeguarsi a esso e ai suoi mutamenti. Tradotto, se mezza Europa torna a crescere, continuare con un sostegno di questo livello rischia di rivelarsi controproducente. E dannoso. Perché? Per il motivo spiegato fra gli applausi proprio da Mario Draghi al Meeting di Rimini: il debito cattivo. Il malinvestment da ciclo espansivo, tanto per dirla con un concetto chiave della Scuola austriaca. Non a caso, Jens Weidmann è stato chiaro. Non solo ha bocciato il modello di intervento monstre messo in campo dagli Usa, dicendo che non può e non deve essere un esempio per l’Europa ma, soprattutto, ha sottolineato come «superata la crisi del coronavirus, sarà necessaria fermezza nella politica monetaria». 

Ed ecco cosa la politica dovrebbe avere il coraggio di dire, se realmente avesse a cuore il destino del Paese: i conti stanno saltando, perché il sostegno dell’Europa che finora li ha mantenuti in area di sostenibilità è da considerarsi non solo emergenziale ma anche non più in fase di crescita espansiva, bensì di pre-ritiro. Lo dicono le dinamiche macro. Per mesi, alcuni economisti vi hanno blandito con la favola di un’Europa dell’austerity ormai andata in pensione e con l’illusione di un new normal basato su politiche di Qe divenute strutturali e sistemiche, addirittura prodromiche alla mutualizzazione del debito. Balle. E l’improvvida uscita di Mario Draghi sugli eurobond al Consiglio Ue, mentre si parlava di emergenza vaccini, ha gridato al mondo che il Re è ormai quasi in mutande. Alla nudità manca poco. 

L’alternativa? Parliamoci chiaro: o i lockdown da pandemia che garantiscono alla Bce uno scudo emergenziale per proseguire con il supporto vitale o la patrimoniale e la riforma draconiana del sistema pensionistico. Tertium non datur. L’era delle illusioni e delle false promesse, utilizzata dai cantori della stamperia globale per costruirsi carriere e consensi, sta finendo. E Mario Draghi è stato messo a palazzo Chigi per questo dal Quirinale, sicuramente non per cestinare le primule o tentare di moltiplicare i ristori con approccio laico al mistero biblico. 

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