SPY FINANZA/ Regionali francesi, un voto cruciale per il destino dell’Europa

- Mauro Bottarelli

Domani in Francia si tiene il primo turno delle elezioni regionali e dipartimentali. Un voto molto importante anche per il resto d’Europa

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Puntuale come morte e tasse, ecco che la farsa dell’onda nera torna a garantire un ottimo alibi all’Europa per evitare di fare i conti con la realtà. Domani, infatti, la Francia andrà al voto per il primo turno delle elezioni regionali e dipartimentali e, come sempre da almeno un paio di decenni, la variabile Le Pen agita i sonni dell’inquilino di turno dell’Eliseo.

Gli ultimi sondaggi indicano infatti consensi in costante crescita per l’ex Front National (oggi RN), movimento che per la prima volta potrebbe ritrovarsi alla guida di in una regione e che, almeno fino ai sondaggi di giovedì, risultava in vantaggio in almeno 6 su 12. Diverso il clima attorno a En Marche, il partito del presidente Macron. Non fosse altro perché queste amministrative, il cui secondo turno è previsto per il 27 giugno, rappresentano il primo voto post-pandemia (quantomeno nella sua fase più acuta di contagio e lockdown) e, soprattutto, un test proprio relativo alla percezione di risposta offerta dall’esecutivo alla peggior crisi interna dalla strage del Bataclan. Guarda caso, via l’obbligo di mascherina e il coprifuoco a tempo di record. Ovviamente, solo un caso fortuito di coincidenza.

E che il test sia tutt’altro che meramente di politica interna, lo spiega il nervosismo che alberga a Parigi. In costante aumento con il passare delle ore. Per il ministro dell’Interno, Gèrald Darmanin, l’eventuale vittoria di RN in una regione porterebbe addirittura un segno satanico sul territorio in questione: quando si scomoda lo stigma del maligno per un presidente regionale, significa essere politicamente alla frutta. E se la destra appare divisa e confusa, la sinistra ancora una volta è catalogabile sotto la sigla del non pervenuta. France Insoumise di Jean-Luc Melenchon è in netto calo e gli ambientalisti sperano in crescenti consensi dopo i risultati promettenti alle elezioni europee del 2019, ma, al netto di queste dinamiche pulviscolari, l’irrilevanza appare l’unica certezza in casa gauche.

Attenzione, però, a un possibile effetto Gilet gialli 2.0, rivelatosi utilissimo a Emmanuel Macron nella sua versione originaria. Tra le novità di queste elezioni figura infatti la partecipazione di liste civiche, all’interno delle quali figurano alcuni candidati provenienti da ambienti apertamente complottisti. Le Figaro ha tentato di nobilitare lo sforzo elettorale insito in questa apertura verso l’uomo comune, parlando di volontà nel rimettere il cittadino al centro del processo democratico, ma dando un’occhiata a profili, slogan e biografie, ciò che emerge è un guazzabuglio di no-vax e dietrologi di vario livello e instabilità mentale. Non a caso, una larga parte di appartenenti a questo universo della società civile sono ex Gilet gialli riconvertitisi in contestatori dello stato di emergenza da virus, battaglia che fanno coincidere con la loro disubbidienza rispetto alla somministrazione del vaccino o all’utilizzo della mascherina. Roba da far impallidire Nelson Mandela e Bobby Sands a livello di estrema adesione alla causa, non c’è che dire.

Comunque sia, un ottimo argomento di allarme sociale a urne chiuse. E in attesa che il primo turno regali al mondo l’ennesima chiamata alla armi contro l’incombente rischio di deriva fascista nella terra che già conobbe l’onta di Vichy, c’è il forte dubbio in molti osservatori non allineati che la Francia si giochi con questo voto una posta molto più alta delle semplici presidenze di regione. Il grado di allarme che Parigi sarà in grado di instillare nell’Europa, infatti, potrebbe operare da supporto alla battaglia di Christine Lagarde e delle sue colombe nel mantenimento in vita del Pepp anche oltre il voto tedesco del 26 settembre, magari attraverso l’utilizzo del mitologico envelop.

Paradossalmente, il risultato delle elezioni francesi ha molto a che fare con questo: il titolo di Stato greco a 5 anni ha appena virato in negativo come rendimento. Tradotto, per detenere carta da parati ellenica, perfetta per la stagione estiva con i suoi giochi sui toni del bianco e azzurro, occorre pure pagare un premio all’emittente. Ma il problema non è tanto di mercato, quanto politico: la Bce e l’Ue hanno scientemente deciso di risarcire il presunto danno inferto ad Atene dalla Troika (forse scordandosi che se la Grecia non avesse truccato i conti post-Olimpiadi con uno swap, il suo debito negoziabile non sarebbe crollato a zero di valore), di fatto creando i presupposti per un Frankenstein che rischiamo di pagare carissimo. Tutti.

E non tanto perché l’80% del debito ellenico risulti in mano al settore pubblico, bensì perché non è affatto garantito che l’Eurotower possa proseguire nel suo livello di sostegno strutturale dal 2022 in poi. Quando cioè inizierà la vera partita, quella del ritorno potenziale del premio di rischio. Tutto vero: Atene ha ottenuto tantissimo in sede di Recovery Fund, 30,5 miliardi in totale appena sborsati ufficialmente che rappresentano circa un quinto del Pil. In valori percentuali, molto più dell’Italia con i suoi mitologici 209 miliardi ancora in attesa di approvazione. Ma non basta. La Grecia si è appena vista abbuonare altri 750 milioni dall’Europa come premio per le riforme fiscali intraprese e ha goduto di acquisti di debito in seno al Pepp pari a un controvalore di 26 miliardi di euro.

Parliamoci chiaro, quanto la Bce sta operando in favore di Atene è politicamente criminale. In un anno terminato lo scorso 31 marzo, ovvero la durata del Pepp, Francoforte ha acquistato circa un quarto di tutto il debito negoziabile ellenico. E Atene, ovviamente, ne ha approfittato: il controvalore di titoli immessi è aumentato di 3 miliardi solo nel mese di maggio e di 11 miliardi da inizio anno. Il tutto non solo in deroga al limite per emittente del 33% statutario per i programmi di Qe, come mostra questo grafico, bensì alla regola aurea assoluta. Ovvero, l’impossibilità legale per la Banca centrale di accettare debito non investment grade come collaterale per operazioni di finanziamento.

Il debito greco, di fatto, non poteva essere acquistato. Invece, la Bce lo ha comprato con un ritmo senza precedenti. E in base a un principio che rende l’operazione ancora più pericolosa: le detenzioni in mano all’Eurotower sono infatti ritenute come de-consolidate, ovvero non recano con sé codice ISIN di emissione, né tantomeno rispondono appunto al limite per emittente. Di fatto, il mercato le prezza come sterilizzate ex ante, non in capo ad Atene. La quale ha però incassato e, contestualmente, visto appunto il proprio premio di rischio pressoché azzerato artificialmente.

Bene, ora concludiamo il nostro giro d’Europa attorno al voto francese, andando in Germania, dove solo giovedì l’IFO Institute ha tagliato di netto le previsioni per il Pil di quest’anno, dal 3,7% al 3,3% e al di sotto del consensus del 3,4%. Motivo? I colli di bottiglia nella catena di fornitura e la crisi dei microchip stanno rallentando la produzione industriale con una magnitudo che non si era messa in preventivo. Pensate che con le elezioni legislative da qui a tre mesi, Berlino accetterà di arrivare a inizio settembre con il rischio di un nuovo taglio dell’outlook di crescita, mentre Francoforte finanzia il deficit greco allegramente? No, un osso all’opinione pubblica e all’elettorato andrà gettato da parte della Cdu. E sarà quello, molto mediatico e pronta cassa a livello di incassabilità elettorale, della fine della festa per le cicale.

Solo un Paese grande e fondatore come la Francia può quindi evitare una presa di posizione netta della Bundesbank in seno al Consiglio, ma occorre un’emergenza sottostante. Queste regionali, di fatto, cascano a fagiolo. Dopo, non a caso, che il governatore della Banque de France ha dichiarato che la Bce continuerà a garantire stimolo almeno fino a quando la Fed farà lo stesso e che Lorenzo Bini-Smaghi, oggi a capo di Société Générale, ha scritto un acuminato articolo di risposta e attacco contro Wolfgang Schaeuble e l’austerity tedesca pre-Covid sempre sul Financial Times. Il voto di domani in Francia è un voto europeo. Piaccia o meno.

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