SPY FINANZA/ Se il problema per l’Italia è la scelta tra Usa e Cina, non la troika

- Mauro Bottarelli

Non deve più farci paura il ricorso al Mes o l’arrivo della Troika, ma quale scelta si farà nella Guerra fredda tra Usa e Cina

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Lapresse

La situazione sta facendosi seria. Ma seria veramente. E comincio a essere preoccupato. Perché ora non si tratta più di giocare a nascondino con il Mes, qui si sta entrando in uno snodo geopolitico e finanziario di quelli senza precedenti. E farlo con questo Governo, garantito unicamente dall’immunità politica declinata da mandato virologico dello stato di emergenza fino al 15 ottobre prossimo, appare davvero un azzardo. O, forse, qualcosa di ben peggiore. Magari, un cavallo di Troia. Ripeto, lasciate stare le pinzellacchere accessorie, come direbbe Totò. Vi avevo detto che l’Italia avrebbe attivato il Mes settimane fa e che lo avrebbe fatto giocoforza utilizzando un alibi o una cortina fumogena. Detto fatto, un primo sì all’attivazione del Fondo salva-Stati è arrivata sotto forma travisata di innocuo passaggio tecnico nella relazione di maggioranza al Senato in sede di voto sullo scostamento di bilancio. Di fatto, è bastata una frasetta, una formuletta in apparenza innocente: al fine di finanziare e coprire parte di quel deficit monstre, Roma di fatto si impegna a utilizzare tutte – tutte – le risorse europee a disposizione. Mes incluso. Anzi, in primis, visto che il Recovery Fund appare con il passare dei giorni concreto quanto il Sarchiapone di Walter Chiari. Anche in questo caso, vi avevo invitato con largo anticipo a non farvi prendere per i fondelli dalla propaganda.

Inutile far finta di nulla, inutile infilare frasette sibilline nelle ultime righe di un documento ufficiale – come si fa con le polizze assicurative – che nessuno leggerà mai, salvo accorgersi di aver detto sì al Mes quando qualche giornalista che ancora fa il suo mestiere lo farà notare, in punta di documenti ufficiali. L’Italia sta andando incontro a una ristrutturazione soft del suo debito attraverso un percorso di riforme imposte dall’Ue. Piaccia o meno, andrà così. L’alternativa? Quella di Buenos Aires. Ovviamente, accettato questo percorso eterodiretto e posto al comando dell’operazione qualcuno in grado di gestirlo senza dover subire troppi ricatti da parte dei partiti che daranno vita al Governo di salute pubblica che si verrà a creare ad hoc, in cambio avremo una BceE pronta a tamponare gli eventuali eccessi di mercato. E un grado minimo di flessibilità, tanto per poter ancora dire di essere un Paese sovrano. Ma il conto degli errori passati, questa volta andrà saldato. Per intero. Pena un epilogo che potrebbe tramutare il ricordo del 2011 nella proverbiale passeggiata al parco.

Non si scherza più: le casse sono vuote, non a caso alla prima occasione è stato inviato all’Europa il segnale di buona volontà che questa si attendeva attraverso quelle poche righe nella relazione di maggioranza. Ora, una volta che anche la Spagna piegata dai nuovi focolai di Covid giocoforza aprirà a sua volta all’accesso al Fondo salva-Stati, trascinando in automatico nel gorgo anche il Portogallo sovra-esposto ai debiti iberici, allora si potranno rompere ufficialmente gli indugi. E i giornali potranno scrivere l’orrenda parola, l’acronimio della vergogna, in maniera chiara e non nascosto in qualche catenaccio dei titoli d’apertura dedicati al caos nelle Commissioni.

C’è però un problema: questo Governo a chi risponde? Non ditemi agli italiani, perché per le risate potrei rischiare il ricovero. E l’opposizione, ha capito quale sia la posta in palio, quella vera? Io ho il massimo rispetto per l’onorevole Giorgia Meloni e il suo partito, ma scenate isteriche degne di miglior causa come quelle viste mercoledì alla Camera fanno cadere le braccia, in prospettiva: davvero pensiamo che il problema vero sia il rischio contagio connesso al record di sbarchi in Sicilia? O, forse, è la totale impotenza di un Governo che non esiste: l’Italia, ormai, è una Repubblica presidenziale in cui il Quirinale è costretto al ruolo di supplenza-controllo di palazzo Chigi, dove risiede qualcuno convinto di essere Napoleone e di poter bypassare le istituzioni.

Ripeto: il problema reale è in quale parte del campo politico globale stia giocando l’Italia, fra Cina e Usa. Conta solo quello, la questione europea – intesa come conti pubblici che stanno per saltare – è stata risolta, quantomeno nel breve periodo. Con un cedimento si tutta la linea, altro che trionfo a Bruxelles e crociata contro i Paesi frugali. Mentre alle Camere andava in scena lo psicodramma della mediocrità, caratterizzato da interventi che potrebbero tranquillamente divenire materiale per un nuovo personaggio di Maurizio Crozza, dagli Stati Uniti giungeva conferma dello spostamento di 12mila soldati finora di stanza in Germania, moltissimi dei quali ora destinati alla base di Aviano. Strano timing. Perché nelle medesime ore, a Vienna funzionati di primo livello di Usa e Russia riattivavano i colloqui diretti relativi al programma Start di riduzione degli armamenti nucleari, il quale cesserà in automatico il prossimo febbraio in assenza di un esplicito rinnovo fra le parti.

Vi pare un caso che, nel pieno delle trattative, Washington annunci lo spostamento di migliaia di suoi soldati operativi qualche centinaio di chilometri più verso la frontiera Est? Signori, la base friulana sta per diventare il caposaldo del nuovo fronte orientale della Guerra Fredda 2.0. E noi stiamo vivendo questo momento di svolta epocale senza un Governo, se non nella persona del presidente del Consiglio e della sua onnipotenza politica garantita fino al 15 ottobre. C’è da aver paura, stavolta veramente. Perché qui non siamo più di fronte alle ipotesi ridicole di Troika o di scenario greco (voluto dai governi greci, spreconi e truccatori seriali di conti pubblici), siamo di fronte a una Yalta silenziosa cominciata nel 2001 con l’attacco alle Torri Gemelle, consolidatasi e finanziarizzatasi con la crisi del 2008-2009, evolutasi con quella sovrana di tenuta europea del 2011 e quella delle equities cinesi del 2015 e ora nel pieno del terremoto globale, in era di Qe perenne e sistemico. In era di debito globale. Siamo alla fine della chimera criminale della globalizzazione senza regole sancita in maniera mediaticamente allarmistica dal Covid-19.

Signori, serviva tagliare le filiere e rendere la Cina meno in grado di ricattare il mondo con la sua liquidità, la sua sovraproduzione e la sua concorrenza monetaria sleale: pensate che altrimenti staremmo ancora qui a sorbirci bollettini quotidiani globali del virus, se non ci fosse un’agenda geopolitica sottostante? Quante epidemie hanno falcidiato l’Africa o l’Asia negli scorsi anni, senza che un solo tg aprisse bocca? Aviano diventerà l’avamposto del controllo Nato sui russi nel Mar Nero, ma anche il nuovo Muro di Berlino nei confronti della Cina, la quale a sua volta ha dovuto rallentare in maniera quasi mortale il progetto di nuova Via della Seta e si espande a macchia di leopardo, colonizzando a colpi di yuan un’area di interessi strategici alla volta. Africa in testa, non a caso. E noi, Italia, Paese che ha pagato con il sangue e le stragi di innocenti degli anni di piombo il suo ruolo di confine naturale fra Est e Ovest, andiamo incontro a questa agenda del secolo con il governo Conte e Rocco Casalino?

Capite da soli che deve per forza essere strumentale agli interessi di qualcuno, questa sceneggiatura da film di Mel Brooks che incontra e si fonde con il ben più inquietante Dottor Stranamore di Stanley Kubrick. Dimenticate il Mes, quello è un incidente della Storia, polvere su un mobile. La questione reale, oggi, è quale decisione prenderà l’Italia sul nodo 5G, a fronte delle mosse dichiaratamente filo-Usa già prese dalla Gran Bretagna e della balbuzie in ordine sparso dei Paesi Ue, Germania in testa. Davvero possiamo accettare, in nome dell’appartenenza atlantica e dell’obbligata penitenza che dobbiamo compiere come Paese per mondare mesi e mesi di politica estera da manicomio dei Cinque Stelle, che un esercito di soldati operativi statunitensi arrivi ad Aviano, tramutando il Friuli in una piccola Crimea del grande Risiko globale, senza che il Parlamento sia chiamato a trattare il tema con l’importanza e la priorità che esso merita?

Per quanto pensiamo – come sistema Paese – di poter tenere il piede in due scarpe, la seducente sneaker del Dipartimento di Stato e il più classico mocassino della liquidità cinese? Davvero pensate che dietro le partenze record dalla Tunisia di questi giorni non ci sia una regia che vada oltre la mera attività criminale degli scafisti? Chi comanda, davvero, in Africa a colpi di prestiti e investimenti? Davvero pensate che il frutto marcio delle Primavere Arabe eterodirette e tradite sia esploso in questo momento, solo perché la bella stagione favorisce le traversate? Ripensateci. Perché qui non si tratta più della casse vuote del Tesoro, realtà nota a tutti da tempo. Né della necessità di ristrutturazione del nostro debito, segreto di Pulcinella almeno dal 1992. Qui si tratta di decidere da quale parte stare nella guerra in divenire per i nuovi equilibri globali. E quanto andremo a ricordare e commemorare domani, nel suo drammatico quarantennale, pare un lugubre monito, un nodo al fazzoletto madido di lacrime e sangue di un passato che ancora galleggia nell’empireo dell’inconfessabile e del segreto di Stato. Un memento di come questo Paese abbia già pagato prezzi molto alti al suo ruolo politico e al suo collocamento geografico. Oltre che, proprio, al suo voler tenere il piede in troppe staffe.

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