SPY FINANZA/ Sos Italia, Mattarella prepara il 2011 e il “cavaliere bianco”

- Mauro Bottarelli

Il decennale greco rende meno dell’1% e Deutsche Bank non è più un problema: sono le ultime follie dei mercati. L’Italia intanto è bloccata

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Lapresse

La cosa positiva del mio lavoro, a dispetto di quanto si possa pensare vedendolo dall’esterno, è che ogni tanto offre la possibilità di farti davvero delle grasse risate. Amare. Ma grasse. Perché la capacità che ha il mercato di superare sempre e comunque se stesso, quando si tratta di auto-conservarsi, ha davvero dell’incredibile. Vi faccio un esempio che, purtroppo, ci riguarda direttamente come Paese. Guardate questo grafico: ci mostra come l’11 febbraio, per la prima volta in assoluto, il rendimento del bond decennale greco sia sceso sotto l’1%. Frazionalmente, ma la barriera psicologica è stata infranta al ribasso. Nello stesso periodo del 2019, quel rendimento era attorno al 4%.

Ora, di quella carta da parati c’è in circolazione sul mercato un controvalore floating di circa 4 miliardi di euro e la cosa che davvero deve far pensare è che la Bce non ha acquistato un singolo titolo di Stato ellenico, essendo ancora escluso dalla platea dei titoli eligibili al programma di Qe: tutta farina del sacco greco quel calo miracoloso del rendimento. Ora, capite da soli che siamo alle comiche. Perché per quanto Atene abbia un nuovo Governo più business-friendly e dato vita al piano di cartolarizzazione di incagli e sofferenze bancarie più grande della sua storia, riproponendosi quindi di rivenderti sotto altro nome e forma la stessa immondizia che detiene a bilancio da un decennio e che ha quasi affossato il sistema nazionale, tutta la pantomima si regge su due presupposti.

Primo, la Bce entro la primavera ricomincerà in qualche forma e per qualche controvalore – all’inizio, magari meramente simbolico – ad acquistare debito greco. È scritto, a Francoforte lo sanno anche i muri e Germania e Francia, per senso di colpa ex post, non avranno nulla da ridire. Soprattutto, visto che gli Usa stanno negoziando con la Grecia il rafforzamento delle sue basi militari, al fine di operare da deterrente contro la rinnovata minaccia militare turca. Quindi, nessuno fiaterà, nemmeno in caso di sforamenti dei parametri per le spese di difesa elleniche.

Secondo, la crisi finanziaria globale è talmente profonda che, giocoforza, il reddito fisso continuerà ancora per un po’ a operare da bene rifugio, registrando continui inflows di capitali. A prescindere da tutto: rating dell’emittente, record passati, solidità reale dello Stato. Basta avere la percezione di sicurezza, tanto ci sono le Banche centrali a operare da backstop. Potrei emettere bond anch’io, se si andrà avanti così. Ora, poi, abbiamo – fresco fresco – il nuovo nemico pubblico numero 1, “una minaccia più grave del terrorismo”. Si tratta, ovviamente, del coronavirus. E a lanciare i toni da crociata emergenziale non è stato un presidente in cerca di consenso elettorale, bensì l’Organizzazione mondiale della sanità.

Cosa vi avevo detto? Si va avanti di emergenza in emergenza: prima l’Isis, poi la Corea del Nord, poi la guerra commerciale Usa-Cina, poi ancora lo scontro Usa-Iran e adesso la grande pandemia globale, la grande paura sotto forma di colpo di tosse e termometro che segna 37,6 di febbre. C’è poco da fare, signori. D’altronde, nel giorno del varco del Rubicone del bond greco e della dichiarazione di guerra al virus dell’Oms, è successo anche dell’altro. Con tempismo olimpico, Standard&Poor’s ha presentato uno studio in base al quale in un worst case scenario che veda la crisi da pandemia prolungarsi troppo, bloccando di fatto il processo produttivo cinese, le banche del Dragone rischiano di veder crescere il loro debito non esigibile di qualcosa come ulteriori 800 miliardi di dollari, passando quindi a una ratio sul totale degli assets del 6,3%. Ingestibile, anche per Pechino. Volete che lo Stato, attraverso la Pboc, non faccia qualcosa?

Anche perché le banche sono la dinamo del meccanismo di trasmissione del credito, quindi in una situazione di emergenza in cui occorre sostenere la ripresa economica in stile 2009, tutto sarà lecito. E non parlo più di un taglio drastico dei requisiti di riserva, parlo di bazooka vero e proprio. D’altronde, il nuovo nemico pubblico numero 1 mica puoi combatterlo e sconfiggerlo con la pistola ad acqua.

Dei mercati Usa, nemmeno parlo più. Perché quando la tua Borsa per restare ai massimi e vendere un’immagine irreale di sé ha bisogno di 80-100 miliardi al giorno di liquidità della Banca centrale, c’è poco da dire. In compenso, l’economia reale rimanda segnali poco piacevoli in vista di un appuntamento elettorale come le presidenziali del 3 novembre. Detto fatto, un’altra finanziaria monstre tutta a deficit è già stata annunciata da Donald Trump, con un enorme investimento – guarda caso – nel comparto difesa, il mitico warfare, a tutto beneficio del Pentagono e del comparto bellico-industriale. E in subordine, del Pil. Tutto si risolve, quando viene lavato senza tante precauzioni nel bucato sporco dell’emergenza. Magari sbiadisce un po’ il colore ma la macchia sparisce.

Che dire, ad esempio, dell’enorme macchia di Deutsche Bank, fino allo scorso Natale in procinto di soccombere alle forze di mercato? Avete più sentito parlare dell’allarme insito nella banca tedesca, nel suo potenziale di destabilizzazione sistemica da derivati? No. Anche perché da inizio anno, il titolo di DB ha già guadagnato il 20% e un fondo californiano è entrato al 3,5% del capitale, sostenendo il piano di rilancio a colpi di dollaroni sonanti. D’altronde, quando sei controparte di contratti over-the-counter per centinaia di miliardi, sei tu che dirigi il banco, per quanto le carte che hai a disposizione siano brutte. E l’America, Fed in testa, lo sa.

Insomma, signori, siamo a questo punto di follia generalizzata e di grande pantomima dello status quo. E il nostro Paese di cosa si occupa? Prescrizione, rinvio a giudizio del senatore Salvini e beghe interne sulla tenuta del Governo. I più feticisti, poi, si arrovellano sul futuro delle Sardine. Nel frattempo, ci sono 150 tavoli aziendali aperti, Air Italy è fallita dalla sera alla mattina (come si possa far fallire l’unica compagnia che garantisce collegamenti aerei con la Costa Smeralda – non con la Val Trompia – appare un mistero), Alitalia invece continua a drenare soldi dei contribuenti per volare in perdita cronica, la ex-Ilva è ancora lungi dal conoscere una soluzione e la produzione industriale è crollata ai minimi dal 2013. E potrei andare avanti, per ore, l’Istat fornisce materiale a ritmo ormai quotidiano.

In compenso, unico Paese in tutta l’Ue, dopo aver firmato un oscuro (nei contenuti) memorandum d’intesa con la Cina, noi italiani chiudiamo le frontiere ai voli diretti da quel Paese, facendolo non poco irritare. Qualcuno, a Roma, sta recitando la penitenza chiesta dal Dipartimento di Stato per quell’incauto accordo della scorsa primavera? L’amico Giuseppi è stato richiamato all’ordine, forse, visto che pare che la decisione della linea dura sui collegamenti diretti sia stata sua e del ministro della Salute, bypassando del tutto quello degli Esteri e principale apologeta dell’ingresso italiano nella Nuova Via della Seta?

E il ministro Gualtieri, l’uomo che pare saper soltanto rivendicare il calo dello spread come pietra filosofale del suo agire, cosa ci dice? Ad esempio, come spiega il risultato record del decennale greco dell’altro giorno? Siamo forse in presenza di un Bonaccini del Peloponneso che ha garantito il medesimo “effetto buongoverno” alla carta da parati ellenica o, magari, è il caso di smetterla di vendere baggianate e ammettere che ormai, qualsiasi debito pubblico è appetibile al mondo per oggettiva e diretta volontà delle Banche centrali? Il +25% di prezzo del bond austriaco a 100 anni (cento anni!) da inizio 2020, dovrebbe forse far suonare qualche campanello al riguardo. Signori, come Italia siamo più nei guai di tutti. Stiamo, silenziosamente e senza che la stampa lo faccia notare (o lo noti), pagando e profumatamente la nostra politica del “piede in due scarpe” a livello di rapporti internazionali tenuta maldestramente nel corso del Governo sovranista e giallo-verde: un po’ amici di Putin e un po’ di Trump, a giorni alterni. Ma anche strategicamente legati alla Cina, pur restando fedeli alla Nato. Ora, è arrivato al tavolo il conto da pagare per quell’annetto di liberi tutti e pressapochismo dilettantesco al potere. Nel momento peggiore in assoluto, in pieno terremoto globale.

Chissà che il Quirinale, nella sua infinita saggezza, non prenda atto finalmente che l’ora del “cavaliere bianco” stia per avvicinarsi a grandi passi, quasi con postura emergenziale e decida di anticiparne lo sbarco. Stile 2011.

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