STATO DELL’UNIONE/ “Von der Leyen ci ha detto che non vuole un’Europa politica”

- Stelio Mangiameli

Un discorso deludente quello di U. von der Leyen sullo stato dell’Unione: povero di indicazioni politiche, zero accenni alla riforma dei trattati. Il resto sono ovvietà e luoghi comuni

gas nucleare
Il Parlamento europeo a Bruxelles (LaPresse)

L’Europa, l’Europa! Dopo il discorso di Ursula von der Leyen sullo State of the Union 2022, l’Europa dovrà aspettare ancora tanto, se mai le future generazioni avranno la forza che manca agli Europei di oggi.

Dopo le vicende disastrose della gestione europea della crisi economica che, per un verso, ha bruciato ricchezza, anziché aiutare a produrla, servendosi di un armamentario burocratico fatto di criteri di convergenza e procedure di bilancio, e che, per l’altro, ha favorito gli interessi di alcuni Stati membri e danneggiato quelli di altri Stati membri, facendo ricorso ad una politica istituzionale asimmetrica, ci si sarebbe aspettati, oggi, un discorso completamente diverso, soprattutto di fronte alla guerra russo-ucraina, in corso di fatto non alle porte dell’Unione, ma dentro l’Unione.

La gestione della pandemia aveva fatto nascere qualche speranza, alimentata dalla Conferenza sul futuro dell’Europa, lanciata dal presidente francese Emmanuel Macron e che ha di recente concluso i suoi lavori.

All’incirca metà del discorso della von der Leyen è stato improntato ad osannare l’eroica resistenza ucraina (discutibile il suo abbigliamento con i colori della bandiera ucraina) e a tratteggiare Putin come un nemico totale al quale non rivolgersi più. L’altra metà è stato povero di indicazioni politiche e il programma tracciato per il prossimo anno appare uno dei meno significativi della storia europea.

Nel suo discorso Ursula von der Leyen ha richiamato ovvietà, come l’economia sociale di mercato, e luoghi comuni, come “il nobile compito di proteggere lo Stato di diritto” e di rafforzare “i legami delle democrazie” nel mondo, che riecheggia una delle parole d’ordine del mainstream della scienza politica statunitense del momento. Molto poco c’è per il sostegno agli Stati membri per gli oneri derivanti dalla crisi energetica e, comunque, non da parte dell’Unione. Ha parlato di nuove idee sulla governance economica, ma rimandando la determinazione di queste al futuro. Forse nel breve periodo saranno derogate le regole sugli aiuti di Stato, ma è poca cosa rispetto al tema e, per di più, tutto andrebbe a carico degli Stati membri. Ha lasciato intuire una politica commerciale europea per l’accesso alle materie prime, ma anche su questo tema strategico le informazioni sono state molto poche.

Attenzione! Tutte le dichiarazioni fatte hanno un certo rilievo, non fosse altro per l’organo dalle quali provengono. Tuttavia, appare inaccettabile che al tema che tutti aspettavano, e cioè quello della riforma dei Trattati per un approfondimento dell’integrazione in campi come la politica estera, la difesa comune, una democrazia parlamentare europea più forte, sia stato dedicato un rigo e meno di un rigo al tema del controllo delle frontiere esterne.

L’Unione Europea ha una storia costituita da “stop and go”, ma questo non dovrebbe essere proprio il momento dello “stop”. Il blueprint (2013) della Commissione prevedeva la riforma delle istituzioni europee per il 2020; la relazione dei cinque presidenti (2015) aveva spostato di cinque anni, al 2025, la riforma dei Trattati europei; il libro bianco in occasione dei 60 anni dei Trattati di Roma (27 marzo 2017) presentava scenari regressivi per l’integrazione europea e, nel 2019, modificando gli impegni assunti, al posto dell’incorporazione del Meccanismo europeo di stabilità (Mes o Fondo salva-Stati) che avrebbe dovuto dare vita ad un “tesoro europeo”, si assiste ad una pessima riforma del trattato intergovernativo con la conseguenza paradossale che l’unione bancaria ha il suo strumento finale, cioè il “fondo di risoluzione unico”, nelle mani di una istituzione intergovernativa.

Con la pandemia, dopo le iniziative del Sure e del Next Generation Eu, avevamo sperato che l’Europa avesse acquistato una maggiore sostanza politica. Certo non tutte le iniziative erano eccellenti, ma sicuramente era stato rotto il tabù del debito comune, non vi era stata la fuga dai trattati come con il Fiscal Compact e il Mes, anzi tutti gli strumenti di finanziamento confluivano nel bilancio dell’Ue e avevano una gestione secondo il metodo comunitario e sotto il controllo del Parlamento europeo.

Ora, nel discorso della presidente von der Leyen di tutto questo e dell’impegno per l’approfondimento dell’integrazione non c’è una parola e torna di moda il tema dell’allargamento, all’Ucraina certamente, ma anche a tutti gli altri richiedenti, con l’eccezione della sola Turchia.

L’allargamento, senza l’approfondimento dell’integrazione, soprattutto con riferimento alla politica estera e di sicurezza comune, compresa la difesa comune, non serve ai cittadini europei. L’allargamento, senza la riforma politica delle istituzioni europee, senza il potenziamento della democrazia e la piena parlamentarizzazione delle decisioni e delle procedure della legislazione, è destinato a creare solo problemi e a determinare il blocco del processo di integrazione, come è accaduto con l’allargamento del 2004, quando subito dopo si arrivò al fallimento del Trattato costituzionale.

È per questa ragione che l’idea di “una Comunità politica europea” avrebbe meritato, non solo un accenno, ma una prima formulazione in questo discorso.

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