STATO DI EMERGENZA/ “È una nuova normalità che serve per fare a meno della politica”

- int. Alessandro Mangia

Il Consiglio dei ministri ha prorogato lo stato di emergenza fino al 31 marzo. Vince l’amministrazione, che può fare quello che crede senza la politica

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In aula al Senato (LaPresse)

Il Consiglio dei ministri ha prorogato lo stato di emergenza fino al 31 marzo per fronteggiare l’incremento dei contagi dovuto alla variante Omicron. La misura più saliente è il prolungamento del super green pass in zona bianca fino a quella data. Vuol dire le preclusioni già vigenti per i non vaccinati nei luoghi pubblici come stadi, cinema, discoteche e ristoranti al chiuso. Era necessario? Nelle intenzioni di chi lo ha voluto, sì, secondo Alessandro Mangia, ordinario di diritto costituzionale alla Cattolica di Milano. Perché stato di emergenza vuol dire “deroga alle normali procedure di aggiudicazione e gestione amministrativa” della pandemia e della cosa pubblica. Gestione amministrativa, cioè non politica.

“Ogni libertà è diventata libertà condizionata da una patente che a volte può essere una super-patente rilasciata da una qualche amministrazione che si scrive le regole”. Nessuna “dittatura”, spiega il giurista. È solo puro e semplice Ancien Régime.

Ieri il Cdm ha esteso lo stato di emergenza fino al 31 marzo. Quali poteri conferisce al governo questa proroga?

Come al solito bisogna distinguere tra particolare e generale. Da un punto di vista particolare la proroga consente di tenere in piedi l’impianto amministrativo – fatto di procedure in deroga e poteri speciali: vedi Figliuolo –, che ha preso corpo pezzo dopo pezzo dal gennaio 2020. Non è uno scandalo.

In che senso?

È da prima del Covid che lo “stato di emergenza” del TU Protezione civile viene utilizzato, anche impropriamente, per situazione speciali.

Ovvero?

Si veda il caso dell’Expo in ritardo e delle procedure in deroga che ne hanno segnato l’avvio e la realizzazione. Lo stato di emergenza facilita l’attività dell’amministrazione e salta molti passaggi.

E se passiamo dal particolare al generale?

È il problema che si voleva risolvere scrivendo nel TU Protezione civile (art. 24, comma 3) che “la durata dello stato di emergenza di rilievo nazionale non può superare i 12 mesi, ed è prorogabile per non più di ulteriori 12 mesi”. Considerato che la prima delibera di stato di emergenza nazionale risale al Governo Conte 2 e al 31 gennaio 2020, i conti li può fare da solo.

Appunto: siamo oltre.

Secondo un’interpretazione letterale, sì. Ma leggere quel che sta scritto in Gazzetta Ufficiale è un esercizio banale… Una norma del genere deve essere interpretata e bilanciata. Se no perché ci sono i giuristi? Anche quelli dei ministeri, intendo. E queste cose a Palazzo Chigi e al ministero della Salute le conoscono benissimo.

Dunque 12 più 12 non fa 24 (mesi).

Alle elementari sì, ma all’università della vita – dello Stato –, presso i suoi funzionari, e presso i suoi giudici, queste sono banalità superabilissime. E lo si è visto anche di recente, direi. Ma ci sta. Niente di inaspettato. Anzi.

Ma tutto questo è necessario per far fronte alla situazione?

Bisogna capire cosa si intende per situazione. Se la “situazione” è quella delle partite a scacchi, per cui se si delibera lo stato di emergenza Draghi non va al Quirinale, perché non può lasciare sgovernata una situazione da “stato di emergenza”, allora lo “stato di emergenza” è assolutamente necessario, oppure perfettamente inutile, a seconda dei giocatori. Infatti se Draghi va al Quirinale, bisogna fare un altro governo. E ha idea di quanti faticosi equilibri ministeriali questo romperebbe?

E se mettiamo da parte la tattica politica?

In questo caso, se per “stato di emergenza” si intende un regime in deroga alle normali procedure di aggiudicazione e gestione amministrativa, come si aveva in mente nel 2018 quando si scriveva che lo stato di emergenza non potesse durare più di 12 e 12 mesi, allora non è affatto necessario.

In che cosa si differenzia la gestione dell’emergenza da parte del governo Draghi da quella avvenuta durante il governo Conte?

In molte cose. La prima è che un’emergenza che dura due anni non è più un’emergenza. Lo capisce chiunque. È una specie di nuova normalità che va fatta accettare piano piano. Mica si cambia così, dall’oggi al domani un sistema istituzionale. Bisogna procedere per gradi, in modo morbido, con una sequenza di piccoli fatti compiuti.

E la seconda?

La seconda è che due anni fa certe categorie erano ancora chiare. Lo “stato di emergenza” riguardava la Protezione civile; la “necessità e urgenza” dell’art. 77 Cost. riguardava i decreti legge; lo “stato di guerra” dell’art. 78, quello dei pieni poteri votati dal Parlamento, riguardava un’ipotesi fantascientifica.

Oggi invece cosa è cambiato?

Oggi abbiamo un senatore avito che ci parla tranquillamente in tv di “stato di quasi-guerra”; lo “stato di emergenza” viene confuso con lo “stato di eccezione”; a sua volta questo “stato di eccezione” viene confuso con lo “stato di necessità e urgenza” dell’art. 77 Cost.; e a questo punto la “necessità” di provvedere sulla situazione, dei quasi-costituzionalisti da campo, può giustificare lo “stato di emergenza” del TU Protezione civile. Con il che vede che il cerchio si chiude? Tutto molto lucido e brillante.

Per prorogare lo stato di emergenza basta un decreto legge?

Certo. Basta un decreto legge del 2021 che modifichi un decreto legislativo del 2018, che parla di 12 mesi più 12. E tutto va a posto. Anche lo Stato di diritto dei costituzionalisti da twitter. Capisce che se le parole si confondono e si usano a casaccio tutto è possibile. E mi pare che si sia lavorato molto per realizzare questo risultato. Ma c’è una terza differenza.

E sarebbe?

Dai Dpcm si è passati ai decreti legge di Draghi. Che ora si possono usare perché il Parlamento è stato spappolato da una riforma demenziale del numero dei parlamentari che impedisce lo scioglimento; da quattro o cinque partiti ridotti a sigle elettorali popolati da cacicchi locali che non contano più dei parlamentari che credono di controllare; da due anni di concentrazione di poteri in capo ai funzionari del Governo; da una stampa che, per professionalità, si tura il naso e tira a fare il suo lavoro in una fase difficile.

Cosa significa?

Significa che in Parlamento si vota di tutto, con il dissenso di qualche irregolare. Sinceramente non vorrei essere il Presidente votato da un Parlamento così. Però, si sa, o Draghi o il caos, si dice. Sa una cosa?

Cosa?

Io mi chiedo se Draghi e il caos non siano la stessa cosa. Però Giulio Sapelli ci ha appena scritto un libro al proposito. Che va letto per capire. Ma mi pare che la formula “O Draghi o il Caos” piaccia anche in Cina. Chissà perché. È un punto su cui riflettere.

C’è un’altra questione, forse completamente diversa. C’è proporzione oggi tra i “fatti” di questa emergenza e gli strumenti di gestione dell’emergenza adottati dal Governo?

Questo lo decidono i giudici ormai. In tempi migliori le valutazioni di proporzionalità tra fatti e misure del Governo le faceva la politica. Che rispondeva agli elettori. Adesso queste valutazioni le fanno i giudici, che rispondono alla legge. Che interpretano loro.

Ma che situazione è?

È lo Stato di diritto europeo, come dimostrano le notizie sullo splendido rapporto tra Bruxelles e Polonia. Draghi è il garante di 25 mld di prestiti a breve termine. E su questo e sull’emergenza Covid governa. Alla Polonia sono stati negati 6 mld di contributi sulla base del Regolamento sullo Stato di diritto. Se ci pensa capisce che in Europa, e non solo in Italia, le parole non hanno più senso. Per cui si può chiamare Stato di diritto lo Stato amministrativo, e cioè la Cameralistica dei funzionari italiani ed europei. E non è detto che in Europa gli italiani siano i peggiori. Anzi.

Dunque la politica è morta? Ci resta solo la pura amministrazione?

Che oggi si viva in uno Stato amministrativo – che non è una dittatura, né uno stato autoritario – dovrebbe essere evidente a tutti. Ogni libertà è diventata libertà condizionata da una patente che a volte può essere una super-patente rilasciata da una qualche amministrazione che si scrive le regole. Si pensa che tutto questo sia nuovo. In realtà è abbastanza vecchio. Questo è quel che ci ha regalato quel Draghi che, a parole, dovrebbe fare da barriera al caos.   

Sembra che la pandemia aiuti la sopravvivenza, in una democrazia in crisi di rappresentanza, di poteri indipendenti dal mandato elettorale. Ipotesi fondata?

Si tratta di un fenomeno in corso in tutto il mondo occidentale, Stati Uniti compresi. È che negli Usa ci sono antidoti forti, e il loro elementare sistema costituzionale sta mostrando forti resistenze alla trasformazione delle società occidentali. E discorsi come quelli che si fanno in Italia sarebbero impensabili.

Negli Usa ne fanno altri, anche più pericolosi.

Dipende dal fatto che gli Stati Uniti, presi dai loro affari interni, e in attesa delle elezioni di midterm del maggio 2022, oggi sono deboli e lontani come non mai. E quindi nelle provincie dell’impero, come è l’Unione Europea, può succedere di tutto. Soprattutto ai suoi confini.

Ad esempio?

Ai tempi di Giustiniano si poteva parlare seriamente di quasi-contratto e di quasi-delitto. Oggi qualcuno parla di quasi-guerra. E in tempi di quasi-guerra può servire anche lo Stato amministrativo. O viceversa. Veda lei. Il diritto è storia. E la storia ha una sua logica.

(Federico Ferraù)

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