Stefano Cucchi, la lettera di Ilaria “Non eri solo”/ “Noi condannati all’ergastolo”

- Silvana Palazzo

Stefano Cucchi, lettera di Ilaria: le parole rivolte al fratello dopo che sembrerebbe essere ormai emessa la verità

Processo Cucchi, il superteste
Processo Cucchi, il superteste in aula Francesco Tedesco (LaPresse, 2019)

Ilaria Cucchi ha scritto una lettera al fratello Stefano, pubblicata attraverso il freepress Leggo. La sorella del ragazzo ucciso, ormai è chiaro a tutti come, ricorda i giorni spesi in tribunale per far valere la giustizia e far emergere la verità: “Quanto tempo è passato. 3650 giorni – scrive – un centinaio di udienze. Siamo stremati. Un pubblico ministero come si deve. Finalmente. Lo ascolto ricostruire la verità. È bravo. È preparato. È onesto. È giusto. Ho dietro i miei genitori. Mia madre. Quando Fabio (l’avvocato Anselmo ndr) inizia a parlare di loro mi viene da piangere”. La Cucchi confessa di essere stanca, così come la sua famiglia: “Siamo stati condannati all’ergastolo da coloro che lo pestarono selvaggiamente – prosegue nella sua “missiva” – causandone la morte tra atroci sofferenze. L’ergastolo più dieci anni di tortura”. Ilaria confessa di non provare vendetta nei confronti di coloro che hanno ucciso il fratello: “Sono troppo stanca anche per quelli e, poi, non mi sono mai appartenuti. Ho solo voglia di verità e giustizia – spiega – sentire parlare così il Pubblico Ministero mi restituisce quella fiducia nello Stato che stava vacillando”. Poi la parte finale della lettera: “L’altro ieri era il compleanno di mio fratello. Stefano vorrei tanto dirti che non eri solo. Ma già lo sai”. (aggiornamento di Davide Giancristofaro)

STEFANO CUCCHI: CHIESTI 18 ANNI

La due giorni di requisitoria del processo per la morte di Stefano Cucchi, in cui sono imputati cinque carabinieri, si chiude senza toni gridati e termino choc. Il pm Giovanni Musarò non chiede «pene esemplari, ma giuste». E quindi il magistrato ha chiesto 18 anni di carcere per i due carabinieri che avrebbero pestato il giovane geometra. Si tratta di Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro. Invece sono stati chiesti 8 anni per il maresciallo Roberto Mandolini. Per Vincenzo Nicolardi invece è stata chiesta la prescrizione. La luce è meno fosca per Francesco Tedesco, per il quale è stata chiesa una pena a 3 anni e sei mesi. Soddisfatta la sorella di Stefano Cucchi. «Se ci fossero magistrati come il dottor Musarò non ci sarebbe bisogno di cosiddetti eroi o della sorella della vittima che sacrifica dieci anni della sua vita per portare avanti sulle sue spalle quella che è diventata la battaglia della vita», dice Ilaria Cucchi. Nel corso della sua discussione, il legale della famiglia Cucchi, l’avvocato Fabio Anselmo, ha letto la lettera scritta dal geometra la sera prima di morire. «Caro Francesco, sono al Pertini in stato di arresto. Scusami se sono di poche parole, ma sono giù di morale e posso muovermi poco. Volevo sapere se puoi fare qualcosa per me». La missiva era indirizzata ad un operatore del Ceis, la sua comunità di recupero. «Si è sostenuto che Stefano non avesse più interesse a vivere, ma questa lettera, scritta a fatica tra dolori atroci, dimostra che voleva vivere e avere un futuro», il commento di Anselmo. (agg. di Silvana Palazzo)

STEFANO CUCCHI, CHIESTI 18 ANNI PER DUE CARABINIERI

Nel processo bis per la morte di Stefano Cucchi si apre l’ultimo giorno di requisitoria. Nell’aula bunker di Rebibbia, il pm Giovanni Musarò spiega che questo «non è un processo all’Arma dei carabinieri». D’altra parte nella vicenda sulla morte del geometra romano, arrestato nel 2009 per droga e morto una settimana dopo nel reparto detenuti dell’ospedale Pertini di Roma, «i depistaggi hanno toccato picchi da film dell’orrore». E dunque Musarò chiarisce che «questo è un processo contro cinque esponenti dell’Arma dei Carabinieri che, come altri esponenti dell’Arma oggi imputati in altro procedimento penale, violarono il giuramento di fedeltà alle leggi e alla Costituzione, tradendo innanzitutto l’Istituzione di cui facevano e fanno parte». Alla fine della requisitoria saranno poi espresse le richieste di condanna per i cinque imputati. Sotto processo ci sono Francesco Tedesco, che ha ammesso il pestaggio a nove anni di distanza, i colleghi Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro, accusati come lui di omicidio preterintenzionale. Ma Tedesco è accusato pure di falso e calunnia assieme al maresciallo Roberto Mandolini, invece il militare Vincenzo Nicolardi risponde solo di calunnia. Al momento, come riportato da Agi, sono stati chiesti 18 anni di reclusione per i carabinieri Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro.

STEFANO CUCCHI, “DEPISTAGGI DA FILM HORROR”

Il pm ha ricostruito in tribunale la drammatica morte di Stefano Cucchi. «La responsabilità è stata scientificamente indirizzata verso tre agenti della polizia penitenziaria», ha detto Giovanni Musarò. Ma a proposito del depistaggio spiega che ha riguardato anche «un ministro della Repubblica che è andato in Senato e ha dichiarato il falso davanti a tutto il Paese». Il riferimento è ad Angelino Alfano, che nell’aula del Senato, in qualità di ministro della Giustizia, venne chiamato a riferire sulle circostanze della morte di Stefano Cucchi. «Un pestaggio violentissimo in uno stato di minorata difesa. Sono due le persone che lo aggrediscono. Colpito quando era già a terra con calci in faccia, di questo stiamo parlando. La minorata difesa deriva dal suo stato di magrezza», ha proseguito l’accusa. Non era una magrezza patologica, ma dovuta al fatto che doveva combattere nei pesi “super mosca”. Proprio sulla sua magrezza, spiega il pm, si è speculato, così come sulle sue condizioni di salute. «Venne fatto passare per un sieropositivo e tossicodipendente in fase avanzata, nulla era vero. Stefano Cucchi stava bene prima del pestaggio».

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