STORIA/ 1860, Garibaldi e quell’incredibile (e resistibile) presa di Palermo

- Alberto Leoni

Secondo articolo dedicato alla battaglia di Palermo del maggio 1860. Gli errori dei borbonici e la mossa che regalò a Garibaldi la vittoria

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Giovanni Fattori, Garibaldi a Palermo (1860), particolare

È il momento culminante, decisivo della spedizione dei Mille. La prima scarica dei cacciatori borbonici è stata micidiale: i picciotti si disperdono fuori dalla strada. Per i garibaldini non c’è scelta che un attacco frontale su fronte ristretto con l’ausilio dei carabinieri genovesi e del battaglione comandato da Bixio. Il ponte dell’Ammiraglio viene preso e così anche il ponte delle Teste. Gravi le perdite garibaldine. L’attacco prosegue senza sosta, senza dare tregua ai borbonici i cui comandi sono totalmente sorpresi e non sanno imbastire una reazione efficace. Ora si combatte a porta Termini, dove i borbonici fanno un fuoco d’inferno sulle colonne attaccanti con due pezzi di artiglieria a prendere di infilata gli attaccanti.

Ancora una volta il morale saldissimo dei volontari è l’elemento vincente della battaglia. Le perdite sono percentualmente altissime, soprattutto tra gli ufficiali. Cade ferito a morte l’ungherese Lajos Tüköry: restano feriti Benedetto Cairoli e Stefano Canzio, mentre Bixio viene colpito al petto da una pallottola che egli stesso provvede a strapparsi dalla carne. Ancora un poco e arriva Garibaldi con il resto della colonna per un nuovo attacco alla baionetta. Porta Termini è presa e così anche la barricata retrostante. I garibaldini hanno sfondato e sono arrivati alla Fieravecchia. Sono le quattro del mattino del 27 maggio e la battaglia di Palermo è appena cominciata perché, da questo momento, tutta la città si rivolta contro i borbonici e attacca le truppe d’occupazione con ogni mezzo a disposizione. Le campane suonano a martello perché le autorità hanno portato via i batacchi.

La reazione borbonica non è diversa da quella attuata dagli austriaci a Brescia nel 1849 nella stessa situazione: bombardare la città in modo indiscriminato per porre fine alla rivolta. Va detto che si tratta dello stesso sistema che useranno i Savoia con Palermo ribelle nel 1866 durante la “rivolta del sette e mezzo”. Strade e case sono ridotte in macerie e le vittime civili sono molto numerose. L’esercito borbonico brucia e saccheggia 200 case nel quartiere dell’Albergheria ma questo provoca la risposta collerica e vendicativa dei palermitani. Ma adesso, il 27 maggio, la battaglia si fa accanita, casa per casa.

Garibaldi costituisce il suo quartier generale a piazza Pretoria e da lì inizia a impartire ordini di governo, dimostrando di saper abbinare l’offensiva militare a quella politica. A mezzogiorno del 27 tutta Palermo è in mano agli insorti all’infuori del palazzo, del forte di Castellammare e del palazzo della Zecca. Il 29 gli insorti prendono la cattedrale e tengono sotto tiro piazza Palazzo. I palermitani combattono per ogni dove costruendo barricate, attaccando i soldati e i poliziotti. Immediati i contrattacchi borbonici che riprendono la posizione, seguiti da nuovi attacchi garibaldini fino a quando il bastione Montaldo rimane in mano garibaldina.

I borbonici hanno 20mila uomini ma questa superiorità numerica è annullata in un combattimento urbano. In più, come gli austriaci a Milano, patiscono la carenza di viveri e, in effetti, la strategia del generale Landi è di una stupidità abissale. Concentrare le proprie truppe a Palermo significa doverle sfamare. Meglio sarebbe stato far combattere i reparti più combattivi e tener fuori dalla città le altre truppe per isolare la città e costringerla alla fame e alla resa, come aveva cercato di fare Radetzki a Milano nel 1848.

Dopo tre giorni di combattimenti Lanza si ritrova con 200 morti e 800 feriti e, soprattutto, senza viveri sufficienti, e non ha la tempra di un Radetzki mentre Garibaldi ha l’iniziativa in ogni settore. Alle nove del mattino del 30 maggio propone l’armistizio a Garibaldi con una mediazione britannica che è sfacciatamente favorevole al generale guerrigliero. La proposta viene immediatamente accettata da Garibaldi ed entra in vigore a mezzogiorno proprio mentre la colonna di von Mechel sta rientrando a Palermo e sta attaccando gli avamposti garibaldini. Sembra che von Mechel abbia strada libera, ma viene avvisato dal generale Lanza dell’armistizio appena entrato in vigore e deve cessare la lotta proprio quando potrebbe ribaltare le sorti della battaglia.

I colloqui armistiziali si svolgono a bordo della fregata inglese Hannibal e Garibaldi vi presenzia con l’uniforme da generale piemontese. Viene accordato il rifornimento alla guarnigione borbonica con l’evacuazione dei feriti e delle famiglie dei funzionari. Garibaldi ne approfitta per rifornirsi di munizioni, dato che la sua situazione rimane molto precaria tanto da fargli meditare di ritirarsi da Palermo. Ed è allora che ha un nuovo colpo di genio.

La sera del 30 maggio si affaccia al balcone del palazzo pretorio e annunzia: “Il nemico mi ha fatto ignominiose proposte, o popolo di Palermo, ed io, sapendoti pronto a farti seppellire sotto le rovine della città, le ho rifiutate”. La folla radunata grida la propria volontà di resistere e si appresta a una nuova resistenza, costruendo nuove barricate. Una mossa magistrale di guerra psicologica perché il colonnello Buonopane riferisce al generale Lanza dei preparativi e di come tutta la città sia in rivolta. Alle sei di sera del 31 maggio la tregua scade e i borbonici si preparano ad attaccare nuovamente le posizioni degli insorti ma Lanza, impressionato dal resoconto di Buonopane, chiede una proroga di tre giorni. Lanza cede su molti punti, primo fra tutti quello sul possesso della Zecca i cui fondi permettono a Garibaldi di pagare i volontari siciliani. Un cedimento vergognoso, questo sì, ma come si può giudicare quello della corte di Napoli?

Il generale Letizia e il colonnello Buonapane si recano dal re per ricevere istruzioni e questi non ordina la ripresa dei combattimenti, ma lascia ai generali la facoltà di continuare a combattere: i quali sentendosi così abbandonati anche dal proprio governo, non si assumono la responsabilità di continuare una lotta che, obiettivamente, si fa sempre più difficile e di esito incerto. Dopo un’ulteriore proroga, il 6 giugno il generale Lanza firma la capitolazione che comporta l’evacuazione della città da parte delle guarnigione, completata solo il 19 giugno.

I più combattivi generali borbonici come Bosco e von Mechel schiumano di rabbia al pensiero di essere stati battuti dalla pavidità dei propri capi ancor più che dal valore del nemico. Pare che proprio von Mechel e Bixio si affrontino a muso duro al porto durante l’imbarco concludendo con un “Ci rivedremo!” che avrebbe avuto compimento a Maddaloni il 1° ottobre 1860.

Ma questa è un’altra storia: iniziava la vera e propria invasione del Regno delle Due Sicilie da parte del regno di Sardegna col quale era ufficialmente in pace. Iniziava, in un modo o nell’altro, il processo di unificazione dell’Italia come noi la conosciamo, con la miscela di eroismi e di viltà di cui siamo tuttora fatti.

(2 – fine)

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