STORIA/ Chi ha davvero sconfitto l’Armata rossa il 16 agosto 1920 a Varsavia?

- Alberto Leoni

La marcia del 15 agosto a Varsavia, sospesa quest’anno per il Covid, ricorda quando, nel 1920, la Polonia fermò l’Armata rossa salvando l’Europa

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Trockij, Lenin e Kamenev nel 1919 (Foto dal web)

La notizia non è di quelle da prima pagina. In Polonia la sfilata del 15 agosto è stata annullata causa Covid. Il problema è che, polacchi a parte, ben pochi sanno o ricordano che, esattamente un secolo fa, dal 6 al 20 agosto 1920 venne combattuta una delle battaglie più decisive della storia del mondo. La fine della prima guerra mondiale non portò pace all’Europa, soprattutto alla frontiera orientale. Nel 1919, in Russia, i bolscevichi stavano vincendo la guerra contro le armata bianche e premevano alle frontiere dei paesi confinanti cercando di esportare la rivoluzione. Le tensioni e gli scontri più importanti furono quelli tra l’esercito bolscevico e le truppe della neonata repubblica polacca, formate da veterani della prima guerra mondiale e assistite da esperti francesi, che ottennero numerosi successi. Nell’estate del 1919 il presidente della repubblica polacca, il maresciallo Josef Pilsudski, tentò di costituire una grande unione tra Lituania, Polonia e Ucraina per contrastare la Russia bolscevica. Il 7 maggio 1920 i polacchi entravano a Kiev, capitale dell’Ucraina, accolti come liberatori.

Le potenze occidentali non videro positivamente tale offensiva e lo stesso Pilsudski si accorse che l’esercito polacco era praticamente solo a combattere con poco o nullo aiuto ucraino, con linee di rifornimento estese e un fronte troppo vasto da coprire.

L’Armata rossa sferrò una serie di micidiali controffensive che tra giugno e luglio ridussero l’esercito polacco a mal partito mettendolo in fuga ovunque: frutto questo sia di una forte superiorità numerica (120mila uomini contro 80mila) sia dell’abilità di comandanti come il ventisettenne Mikhail Tuchacevskij o l’impetuoso Semjon Budënnyj, comandante della Konarmija, la leggendaria Armata a cavallo immortalata nell’omonimo romanzo di Isaac Babel.

Mentre i polacchi si ritiravano precipitosamente, le potenze dell’Intesa cercavano di trattare con la Russia bolscevica e di trattenerla al di là della linea Curzon, ossia quello che sarebbe stato il confine tra Polonia e Unione Sovietica nel 1945. Il risultato delle trattative fu un completo fallimento. Per Lenin e Lev Trockij, comandante dell’Armata rossa, si aprivano prospettive di egemonia mondiale: se la Polonia fosse stata conquistata, e non c’era motivo di dubitarne, l’esercito rosso sarebbe arrivato alla Germania squassata dalle rivolte e dagli scioperi e la Rivoluzione si sarebbe diffusa in tutta Europa. Per questo motivo ogni risorsa della Russia bolscevica venne indirizzata allo sforzo bellico, per dare una forza incomparabile all’imminente offensiva a Occidente.

Di fronte alla minaccia bolscevica tutta la Polonia si mobilitò. Intere divisioni di volontari affluivano verso il fronte, composte da vecchi, giovani, artigiani, operai, professionisti, sacerdoti, tutti animati da uno spirito di resistenza indomabile, frutto della consapevolezza che, in quelle settimane, si sarebbe decisa la sorte dell’Europa e della cristianità intera.

Intanto, nella capitale polacca, si viveva in attesa dell’imminente battaglia casa per casa. Dall’Occidente arrivavano aiuti militari inadeguati rispetto all’emergenza e consiglieri militari francesi tra i quali un giovane maggiore: Charles De Gaulle. A Varsavia rimase anche il nunzio apostolico Achille Ratti, futuro papa Pio XI, che non aveva voluto lasciare i cristiani polacchi senza la presenza della Chiesa cattolica.

Il 12 agosto le armate bolsceviche attaccavano Varsavia e Tuchacevskij inviò il più e il meglio delle sue divisioni a nord per accerchiare la città sguarnendo però il centro del proprio schieramento. La ricognizione aerea polacca passò l’informazione a Pilsudski. Questi lasciò la V armata di Sikorski schierata verso nord alla propria sinistra con poche forze e concentrò i propri reparti migliori a destra per la controffensiva a est, correndo il rischio che le difese a nord della città potessero crollare sotto l’urto dei bolscevichi. In questa circostanza i polacchi dimostrarono una schiacciante superiorità nell’attività di intelligence, decifrando i messaggi radio e intasando le comunicazioni radio russe, inserendosi nelle frequenze nemiche e trasmettendo lunghi passi del vangelo di Giovanni. In tal modo l’estrema ala destra bolscevica restò quasi priva di ordini, avanzando verso la Germania senza dare alcun supporto alla battaglia di Varsavia.

Il 14 agosto cadde Radzymin, a 23 km da Varsavia e il 15 il generale Sikorski difendeva la linea che correva lungo il fiume Wkra, ma con un tale affanno che Pilsudski fu costretto a sferrare la controffensiva con ventiquattr’ore di anticipo. Il 16 agosto le truppe d’assalto polacche travolsero il centro bolscevico e aggirarono le retrovie di Tuchacevskij, catturando la sua artiglieria d’assedio e minacciando tre armate di annientamento. La XVI armata russa venne schiacciata, la cavalleria di Tuchacevskij e la IV armata rossa furono costrette a ritirarsi nella Prussia orientale dove furono internate.

Polacchi, lituani e russi firmarono la pace con il trattato di Riga del 25 ottobre 1920, pur sapendo che si trattava di una tregua all’interno di un conflitto inconciliabile tra comunismo e Occidente. Una vittoria che il visconte D’Abernon paragonò a Maratona o Salamina come la “diciottesima battaglia decisiva nella storia del mondo”. Così importante che, qualche anno dopo, le due pareti della cappella polacca nella basilica della Santa Casa di Loreto vennero affrescate con dipinti che celebravano le due vittorie di questa nazione determinanti per la cristianità: Vienna 1683 e, per l’appunto, Varsavia 1920.

Questi i fatti. Il problema è come vengono raccontati e, purtroppo, anche da parte di chi valorizza questo episodio, come i cattolici più conservatori, ciò avviene in modo carente, privilegiando l’aspetto miracolistico con aggiunta di apparizioni mariane. Eppure cosa è più significativo per noi: un prodigio che ci tolga la responsabilità e la fatica di vivere o il miracolo di milioni di cuori eroici, disposti a dare la vita, insieme a un uso inesausto dell’intelligenza e della volontà? Citando Woody Allen: “Perché Dio non mi dà un segno, un miracolo? Che so, il passaggio del Mar Rosso o mio zio che offre un pranzo?”. Oggi abbiamo bisogno della seconda ipotesi: questo è il vero miracolo incontrabile che può salvare il mondo.





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