STORIA/ Gli eroi italiani del dicembre ’41: una memoria più grande del fascismo

- Alberto Leoni

Incredibili episodi di eroismo dei soldati italiani mandati a morire contro un nemico molto più forte. Il dicembre 1941 in Jugoslavia, Russia, Nordafrica

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Il teatro delle operazioni 1940-41 (foto da qattara.it)

Nei primi dieci giorni di dicembre 1941 avvenne una svolta epocale nel conflitto che si combatteva da due anni in Europa, Africa e Medio oriente. I tedeschi subivano una pesantissima sconfitta davanti a Mosca e Hitler era costretto a rivedere tutti i propri piani. Il 7 dicembre i giapponesi attaccavano la base di Pearl Harbour e gli Stati Uniti scendevano in guerra con tutta la propria potenza economica e industriale.

Mussolini, nel suo obnubilamento mentale, divenuto ormai costante, era contento della sconfitta tedesca perché ridimensionava l’alleato e dichiarava guerra agli Stati Uniti, rompendo indugi e ambiguità. Il giornalista Giovanni Ansaldo commentò tale decisione con una frase rimasta storica: “Ma Mussolini ha mai visto l’elenco telefonico di New York?”.  A fronte di questo provincialismo, che è sempre stato il male perenne della politica estera italiana, l’Italia era divenuta uno junior partner di grandi potenze come Germania e Giappone. E, tuttavia, l’impegno militare italiano continuava a crescere in misura inversamente proporzionale alle risorse disponibili.

La guerriglia in Jugoslavia e in Grecia comportò perdite crescenti e un impiego che, al settembre del 1943, coinvolse almeno metà del potenziale dell’esercito italiano. Tra le prime divisioni inviate a reprimere l’insurrezione in Montenegro vi era quella degli alpini della “Val Pusteria”. Il 23 dicembre una compagnia rinforzata di alpini era impegnata in un’azione di rastrellamento al confine tra Croazia e Bosnia. Le informazioni raccolte sul territorio davano per certa la concentrazione di formazioni partigiane e il comandante del reparto, capitano Ernesto Contro, nella vita civile avvocato del foro di Milano, avvertì il comando del pericolo. La risposta fu di “attendere istruzioni”. E in tale attesa gli alpini furono circondati il 23 dicembre, si batterono accanitamente e si arresero finite le munizioni. A quel punto i prigionieri italiani furono separati: soldati e graduati da una parte, sottufficiali e ufficiali dall’altra, questi ultimi destinati alla fucilazione qualora non fossero entrati a far parte dei partigiani. Il capitano Contro e il sottotenente Angelo Bescapé rifiutarono e andarono incontro alla morte. A essi si aggiunse anche il sottotenente Ermanno Rizzacasa il quale, avendo la divisa a brandelli, non era stato identificato come ufficiale. Vedendo il destino dei propri colleghi, Rizzacasa uscì dal gruppo dei soldati e si presentò al comandante partigiano come ufficiale, nonostante i suoi uomini cercassero di trattenerlo.

Se questa era la situazione nei Balcani, ancora peggiore era quella in Russia. Qui il Corpo  di spedizione italiano in Russia (Csir) dopo un’avanzata di 200 chilometri a piedi  nella steppa, e durissimi combattimenti, dovette fronteggiare il contrattacco russo.

Dalla metà di dicembre in poi il Csir si dispose a difesa, trincerandosi negli abitati che permettevano una sopravvivenza al terribile inverno russo. Il mantenimento di questi capisaldi era, infatti, essenziale, poiché passare la notte allo scoperto equivaleva a una condanna a morte. Il giorno di Natale due divisioni di fucilieri sovietici e due di cavalleria, aventi come rincalzo altre due divisioni di fanteria, cercavano di schiantare lo schieramento italiano in corrispondenza del settore tenuto dalle divisioni “Celere” e “Tagliamento”. Le Camicie nere, attestate a Woroshilowka, rimasero isolate e furono quasi annientate, perdendo metà degli effettivi. A Nowo Petropawlowka i capisaldi del 3° reggimento bersaglieri furono quasi sommersi dagli attacchi sovietici, compiuti con la tattica della marea umana, incuranti delle perdite. Per motivi di spazio siamo costretti a citare un solo episodio di quel giorno terribile e che riguarda un cappellano militare, quanto di meno politicamente corretto vi sia oggigiorno: una figura che, oggi, è ormai quasi un’eresia a stento tollerata.

Don Antonio Mazzoni aveva 55 anni, ed era veterano della Grande guerra, decorato con due medaglie di bronzo e una d’argento. Il 30 agosto 1917, durante un’offensiva sul Carso, aveva guidato un reparto rimasto privo di ufficiali e l’aveva portato alla conquista della trincea avversaria, venendo decorato con la medaglia d’oro al valor militare. Avversario del fascismo, aveva organizzato l’Azione cattolica nella sua parrocchia per poi tornare sotto le armi durante la guerra. Il 26 dicembre don Mazzoni era coi suoi bersaglieri del 3° quando il reparto fu falciato dal fuoco russo. Un bersagliere era rimasto ferito e si lamentava atrocemente ma andare ad aiutarlo era un suicidio. Il cappellano chiese due volontari e i bersaglieri Gadda e Falcettone lo seguirono in un tentativo disperato. Correndo, zigzagando, i tre riuscirono a raggiungere il ferito nel valloncello, accorgendosi solo allora che era ormai morto. Mazzoni era rimasto ferito a un fianco e amministrò gli ultimi sacramenti al defunto. Proprio allora una granata di mortaio colse in pieno il gruppo, uccidendo Mazzoni e Gadda.

I combattimenti continuarono fino alla fine dell’anno e le posizioni italiane tennero grazie a un contrattacco delle riserve tedesche. Complessivamente gli italiani riuscirono a sopportare l’inverno meglio dei tedeschi grazie alla previdenza del generale Messe che, di propria iniziativa, aveva acquistato e distribuito indumenti invernali. 

Gli italiani stavano imparando a combattere e lo si vide anche in Marmarica, tra Libia ed Egitto, dove gli inglesi, dopo la sconfitta loro inflitta dalla divisione corazzata “Ariete”, tornavano all’attacco. Il 1° dicembre il generale Auchinleck decise di impegnare anche le riserve con una mossa che avrebbe dovuto prendere alle spalle tutto lo schieramento di Rommel passando per Bir El Gobi. Proprio a Bir el Gobi, tuttavia, vi erano i due battaglioni di “Giovani Fascisti” di cui si è trattato in una puntata precedente, eroici, inesperti e incoscienti. Un’incoscienza che lasciò sbalordito il loro comandante, colonnello Fernando Tanucci, quando ispezionò le posizioni la sera del 3 dicembre. Le postazioni difensive erano troppo allargate e disperse, le trincee troppo basse, ma c’era di più e di peggio. I volontari avevano fatto il loro accampamento, cucinato un bel rancio caldo, qualcuno si era anche lavato… Il risultato fu che i ragazzi avevano sprecato ben 4mila litri di acqua in poche ore e il rifornimento più vicino si trovava a Derna, a 400 chilometri di distanza. In più avevano dato fondo anche alle razioni di riserva, così che la situazione viveri era davvero disperata. Fu così che i “Giovani Fascisti” pagarono di persona gli errori commessi e combatterono per i tre giorni consecutivi senza mangiare e con la sola acqua delle borracce. Eppure, incredibilmente, furono proprio questi giovanotti a respingere gli attacchi degli scozzesi dei Cameron Highlanders, così come quelli dei mahratta e dei rajputana. Disciplinati in combattimento, accorti  e valorosi, i “Giovani Fascisti” dissanguarono l’11a brigata indiana, impedendo una manovra che avrebbe potuto portare alla distruzione delle forze italo-tedesche. Rommel riuscì a evitare l’annientamento ma fu costretto a ritirarsi, non avendo più carri, né mezzi, fino ad Agedabia. A condurre le azioni di retroguardia furono ancora i reparti italiani, appiedati e condannati alla distruzione. 

Dei tanti caduti di quei giorni va ricordato almeno un nome: quello del bersagliere Aurelio Zamboni, protagonista di un atto che ricorderebbe quello di Enrico Toti mentre lancia la stampella, se non fosse ancora più crudo e inaudito. A Sidi Breghis, a quota 211, Zamboni stava facendo strage degli attaccanti quando un colpo di mortaio colpiva in pieno la sua postazione, massacrando gli occupanti. Non potevano esserci sopravvissuti tra quei corpi straziati quando si sentì una voce: “Coraggio ragazzi. I bersaglieri del 9° non hanno mai tremato. Taglia qui!”. Era Aurelio Zamboni che si rivolgeva all’infermiere e a questi bastò uno sguardo per capire che non c’era più niente da fare. Un ginocchio era maciullato e il braccio destro quasi completamente staccato. L’infermiere si chinò su di lui e agì in fretta, tagliando ciò che rimaneva e cercando di impedire l’emorragia che stava dissanguando il ferito. Zamboni si accese una sigaretta ma si accorse che gli inglesi tornavano all’attacco per chiudere la partita. I suoi compagni uscirono al contrattacco e Zamboni, rabbioso per non poterli seguire cercò un’arma qualsiasi. Non trovandone, con le ultime forze rimaste, afferrò il proprio braccio destro e lo scagliò contro il nemico gridando: “Non ho bombe, vigliacchi, ma ecco la mia carne e che vi possa far danno!”.

Non una stampella, dunque, come Enrico Toti ma il proprio braccio. Un gesto che rappresenta una determinazione feroce quale non è dato conoscere oggi. Fatto sta che, in una ideale galleria di italiani, Aurelio Zamboni merita un posto e un rilievo che, finora, ben pochi riconoscono.

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