STORIA/ “La Battaglia del San Martino? Con la Resistenza non c’entra nulla”

- int. Franco Giannantoni

La battaglia del Monte San Martino in Valcuvia (Varese) fu davvero l’inizio della resistenza partigiana in Italia? Probabilmente è una pagina che va riscritta

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Partigiani italiani (Foto dal web)

“Importante pagina della lotta di liberazione della provincia di Varese”, come la definisce Enzo La Forgia in Se non ci ammazza i crucchi di Francesca Boldrini o “pagina di eroismo militare fine a se stesso, da rispettare, ma non di guerra partigiana” come assicura invece Franco Giannantoni, storico varesino molto attento alla rilettura di pagine note e meno note legate alla seconda guerra mondiale, riprendendo il concetto di fondo contenuto nel più recente studio Battaglia del San Martino. La risposta nazifascista alla resistenza passiva? Nell’imminenza di un nuovo appuntamento per ricordare i fatti del 14-16 novembre 1943 in Valcuvia, a due passi dalla sponda lombarda del Lago Maggiore, l’episodio divide ancora gli storici – che lo considerano l’inizio della lotta partigiana in Italia – sul suo valore non tanto ideale, su cui tutti concordano, quanto pratico.

Giannantoni, la lettura che lei offre di quei tragici tre giorni è controcorrente rispetto alla vulgata ufficiale: si è sempre parlato di uno dei primi atti della Resistenza partigiana, invece?

“Se la Resistenza fosse stata quella del San Martino, oggi saremmo tutti dietro un filo spinato. Un episodio da rispettare, certo, ma che con la Resistenza non c’entra nulla. Il colonnello Carlo Croce è un eroe risorgimentale, un militare cresciuto alla scuola sabauda che raccoglie pochi uomini, nemmeno tutti fidati, in cima ad una montagna che non può essere difesa. Dalla Grande Guerra eredita l’idea di guerra di posizione. Tra accettare l’invito del Comitato militare Cnl di Varese al comando di Luigi Ronza e del Cnl di Milano di abbandonare il monte e quello del Servizio informazioni militari di Badoglio di resistere passivamente in attesa degli Alleati, Croce sceglie il secondo e sbaglia di grosso”.

La storiografia prevalente indica il fallimento del Gruppo Cinque Giornate nell’enorme disparità di uomini e mezzi a disposizione.

“Altro elemento che va a detrazione dell’intelligenza militare di Croce. Con sé aveva 180 uomini male armati, organizzati in una disciplina di tipo risorgimentale, che furono attaccati con duemila soldati tedeschi e fascisti suddivisi in avieri e carabinieri. Perciò dico che la Resistenza fu altra cosa. Ma la verità storica fa ancora fatica ad emergere. Si preferisce andare avanti con le cerimonie, le trombe, le bandiere e le autorità che non lasciano segno. Peccato che la verità sia un’altra”.

Quale?

“Gli stessi uomini che con lui ripararono in Svizzera la sera del 16 lo sottoposero ad una sorta di processo interno per aver favorito lo scontro armato in maniera dissennata. Allora Croce venne preso in carico dagli americani e inviato a difendere gli impianti elettrici in Valtellina, dove venne infine catturato con in tasca l’elenco completo di chi aveva combattuto al suo fianco. Uno ad uno vennero presi e spediti in campo di concentramento. Lo stesso colonnello morì pochi giorni dopo”.

Solo un atto di eroismo, una pagina di storia da riscrivere? La discussione è aperta. Certo è facile constatare come un fatto del genere, nemmeno l’unico in provincia con tali caratteristiche (ce ne furono a Voltorre, Cugliate Fabiasco, Castello Cabiaglio, fra Arcumeggia ed il Cuvignone), avvenne in un territorio a dir poco accondiscendente verso il nazifascismo: “Signore, signorine e ragazze di Varese vanno incontro ai tedeschi in viale Magenta dando loro fiori e sigarette: se ne accorgeranno” scrisse monsignor Alessandro Proserprio, prevosto della città, nel liber chronicus. Ma questo è un altro discorso.

 

(Riccardo Prando)

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