STORIA/ MacArthur in Corea: mai volere una “vittoria totale”

- Alberto Leoni

Dopo la vittoria di Inchon nella guerra di Corea, il generale MacArthur si convinse della necessità di una vittoria totale. Fu un errore fatale

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Il generale Douglas MacArthur (a sin.) (LaPresse)

In un precedente articolo è stato raccontato come l’Occidente fu salvato dalla sconfitta nella Guerra fredda durante la guerra di Corea.

Lo spettacolare sbarco a Inchon del settembre 1950 aveva permesso di riconquistare Seul e tagliare la ritirata all’esercito nordcoreano che fu quasi totalmente annientato. Una vittoria colossale, frutto del genio e della determinazione del generale Douglas MacArthur, eccentrico, carismatico, accentratore e manipolatore di chi lo circondava. Ma proprio questa vittoria portò Mac Arthur a presumere di conseguire una vittoria totale che, nello scenario della Guerra fredda, non poteva essere conseguita: di qui la tentazione di trascendere il proprio limite fino a sconfinare nell’arroganza e nella supponenza. L’hybris greca insomma. Di qui discende la dike, la giustizia, il livellamento del torto e cioè la più grande disfatta mai subita da un esercito americano nella propria storia. E tutto questo ad opera del cinese Esercito dei volontari del popolo (di seguito Evp) privo di armamento pesante, di logistica e di mezzi corazzati.

La storia militare ha questo di straordinariamente interessante: che è un paradigma dell’esistenza, personale e collettiva e insegna molto di più di quanto si possa pensare, se non consideriamo questa storia solo come un ozioso gioco intellettuale per colonnelli in pensione: la Storia è molto di più quando si entra nel cuore degli uomini che vi presero parte, dal generale MacArthur all’ultimo fantaccino americano o cinese.

In breve i fatti salienti. Dopo la riconquista di Seul il 28 settembre 1950 MacArthur decise di sfruttare la vittoria fino in fondo perché, come ebbe a dire, “non esiste surrogato per la vittoria”. Solo un completo trionfo avrebbe portato la pace. E la vittoria completa consisteva nel varcare il 38° parallelo (come fu fatto il 10 ottobre), raggiungere la capitale Pyongyang (19 ottobre) e stroncare ogni resistenza arrivando fino al confine con la Cina.

Nella conferenza che si tenne all’isola di Wake tra MacArthur e il presidente Truman (incontro nel quale il generale rimarcò nell’etichetta e nei comportamenti l’arrogante assenza di qualsiasi subordinazione al potere politico del presidente) venne deciso di continuare l’offensiva convinti che la Repubblica Popolare Cinese non sarebbe intervenuta nel conflitto. In realtà il ministro degli esteri Zhou Enlai, da quella testa fina che era, aveva già informato, il 3 ottobre, l’ambasciatore indiano dell’intenzione cinese di intervenire. Il 10 ottobre Mao Zedong costituiva l’Evp come costola dell’Esercito popolare di liberazione (Epl). L’avanzata americana continuò imperterrita con uno schieramento diviso in due grossi tronconi: l’VIII armata concentrata a ovest in direzione del fiume Yalu e della Manciuria: la VII divisione americana e la I divisione marines, riunite nel X corpo, avanzavano da Hungnam verso il bacino del Chosin nella Corea orientale. Il tutto su un terreno asperrimo e con un autunno coreano che già faceva sentire i morsi di un gelo terrificante.

Incuranti della minaccia incombente i comandanti americani spinsero le proprie truppe e quelle degli alleati sudcoreani, inglesi, turchi e degli altri contingenti dell’Onu in una trappola mortale. Non così per il generale Oliver Prince Smith della I divisione marines che fece saggiamente preparare depositi e basi in previsione di una ritirata. Il 1° novembre l’Evp iniziò l’offensiva riducendo a mal partito divisioni americane e sudcoreane. La II divisione statunitense fu quasi completamente distrutta nella ritirata, caotica e tragica.

L’Occidente aveva sottovalutato “quel branco di lavandai”, come li aveva chiamati il generale americano Edward Almond. I soldati cinesi sopportavano privazioni inenarrabili, marciavano senza stancarsi, erano totalmente impavidi e spietati in combattimento anche se rispettavano i prigionieri, a differenza dei nordcoreani. Le armate cinesi attaccavano in massa accompagnando l’assalto con trombe e grida spaventose, oppure si infiltravano tra le difese compiendo imboscate letali. Un nemico assolutamente da rispettare e da temere.

Quanto all’VIII armata riuscì a ritirarsi a stento fino a Pyongyang, poi a Seul  poi oltre il 38° parallelo, abbandonando tonnellate di materiale, tra episodi di straordinario valore e di totale sbandamento. Le cronache di allora riportano una crisi disciplinare americana simile alla nostra Caporetto. Non così per il X corpo e, soprattutto per la I divisione marines. Il generale Smith, conscio di essere circondato e di doversi ritirare verso i porti di Hungnam e Wonsan, fece questo discorso ai suoi uomini. “Al diavolo la ritirata! Non ci stiamo ritirando: stiamo semplicemente attaccando in un’altra direzione!” ed era vero. Per ridiscendere verso sud i marines dovettero conquistare un’altura dopo l’altra, aprendosi la strada tra le montagne, con temperature che andavano da 0° a -30°C per più di 100 chilometri verso Hungnam e altri 100 per Wonsan.

Si può paragonare questa epica ritirata a quella del corpo d’armata alpino a Nikolajewka. Anche qui lo spirito di corpo, la fratellanza d’armi, la responsabilità di ognuno verso tutti fecero la differenza. E mentre il generale Almond perdeva la testa e incitava Smith a ritirarsi distruggendo il materiale, il generale Oliver Prince Smith, soprannominato “the professor” o “the student general” organizzò le cose in modo tale da portarsi dietro non solo tutto il materiale, non solo i feriti ma anche le salme dei caduti: nessuno doveva restare indietro.

In questo gigantesco dramma risalta il comportamento di 219 Royal marine commandos di Sua Maestà britannica, aggregati ai marines. Partiti in una spedizione di soccorso riuscirono a raggiungere gli americani circondati, spezzare l’accerchiamento e ritornare indietro con loro in due settimane di marce e combattimenti, senza dormire quasi mai, venendo posti sempre nei posti più pericolosi, perdendo due terzi degli effettivi. Eppure quei commandos si facevano la barba ogni mattina, a differenza dei marines, ed era sempre impeccabili, col loro berretto verde orgogliosamente indossato in ogni circostanza. Ecco, quando si pensa al corrotto  e rammollito mondo occidentale, illusione pericolosa propria di Hitler, Stalin, Saddam, di Osama Bin Laden, di tutti quelli che, in altre parole, si sono rotti le corna contro questo nostro mondo imbelle, bisogna considerare questa scena al termine della ritirata su Hungnam. Il 6 dicembre 1950 il X corpo si trovava a soli 9 chilometri da un convoglio di autocarri che li avrebbe portati al porto. I cinquanta commandos sopravvissuti, mentre gli americani si trascinavano stremati dalla terribile prova, si misero in riga a testa alta e schiena dritta, aggiustarono il passo come se fossero stati in piazza d’armi e partirono a un ritmo di marcia così sostenuto da lasciarsi indietro gli americani esterrefatti. Perché questo, da sempre, fin dalle guerre persiane, è ciò che l’Occidente è capace di fare: trovare risorse nel proprio cuore anche nei momenti più disperati. E allora non tocca a noi ora dimostrare lo stesso in questo tempo di guerra?

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