STORIA/ Stigler e Brown, onore e compassione nei cieli del ’43

- Antonio Besana

20 dicembre 1943, seconda guerra mondiale. Un bombardiere americano B17 decolla da Kimbolton (Uk) per bombardare Brema

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Charles Brown (sin.) (1922-2008) e Franz Stigler (1915-2008) (foto da Wikipedia)

20 dicembre 1943. Il sottotenente Charles “Charlie” Brown è in volo sopra la Manica, ai comandi di “Ye Old Pub”, un B17 Flying Fortress. Fa parte di una formazione di bombardieri del 379° Gruppo dell’Ottava Air Force Usaaf. Sono decollati dall’aeroporto di Kimbolton in Inghilterra. Il loro obiettivo è la fabbrica dei caccia Focke-Wulf a Bremen, in Germania. Il B17 ha un equipaggio di 10 uomini: primo e secondo pilota, navigatore, bombardiere, operatore radio, cinque mitraglieri.

Brema è un target strategico. È pesantemente difesa sia da oltre 250 batterie contraeree, sia dagli stormi da caccia della Luftwaffe che decollano dai vicini aeroporti.

Gli americani iniziano l’avvicinamento al bersaglio ad una altitudine di 27mila piedi (oltre 8mila metri). Il freddo dell’inverno non risparmia gli equipaggi: la fusoliera del B17 non è pressurizzata, e la temperatura esterna è di 60 gradi sottozero. Ancora prima di riuscire a sganciare il carico di bombe l’aereo di Brown è ripetutamente colpito dalla contraerea tedesca. Il motore numero due è colpito, e anche il motore numero quattro è danneggiato. Nella fase di uscita dall’area del target il bombardiere viene attaccato ripetutamente da una dozzina di caccia tedeschi, una formazione mista di Messerschmitt 109 e Focke-Wulf 190 appartenenti al Jagdtgeshwader 11.

In una di questi attacchi viene danneggiato anche il motore numero tre. I sistemi idraulici, quelli elettrici, e l’impianto dell’ossigeno sono danneggiati. La radio non funziona. Il B17 ha perso metà del timone di direzione e parte dell’alettone posteriore destro. La perdita dei sistemi di riscaldamento ha fatto gelare le armi di bordo, che si sono inceppate e non sono più in grado di fornire un’adeguata difesa al velivolo. Su dodici mitragliatrici di cui è dotato l’aereo, solo le due dorsali sono ancora in grado di funzionare. Anche l’equipaggio è stato decimato: il mitragliere di coda è stato decapitato da un colpo della contraerea, il mitragliere di destra è immobilizzato da una profonda ferita alla gamba, quello nella torretta inferiore ha entrambi i piedi congelati a causa del mancato funzionamento del riscaldamento elettrico della tuta di volo, l’operatore radio è ferito ad un occhio da un colpo di cannone, e lo stesso pilota è ferito ad una spalla. Anche le fialette di morfina sono congelate, impedendo i primi soccorsi ai feriti.

L’aereo è davvero in condizioni critiche e perde rapidamente quota. Arrivati a circa 600 metri di altezza miracolosamente i piloti riescono a raddrizzarne la caduta e a tenerlo in aria. Il carburante è sufficiente per rientrare alla base, ma con l’aereo in quelle condizioni sarà molto difficile.

Il comandante si consulta con l’equipaggio su come agire. La decisione di abbandonare l’aereo lanciandosi con il paracadute viene scartata: uno dei mitraglieri ha una grave ferita alla gamba e se si lanciasse non sarebbe in grado di sopravvivere. Con solo uno dei quattro motori funzionante a pieno regime decidono di tentare di ritornare in Inghilterra.

Il tenente Franz Stigler è un pilota da caccia delle Luftwaffe. Nato nel 1915, cattolico, non era iscritto al partito nazista. Durante le scuole superiori, che aveva frequentato in un collegio di religiosi, per un certo periodo di tempo aveva considerato l’ipotesi di entrare in seminario, ma la passione per il volo si era rivelata la sua vera vocazione. A vent’anni ottiene il brevetto di volo e per due anni presta servizio come pilota civile della Lufthansa. Nel 1937, all’età di 22 anni, è chiamato in servizio nella Luftwaffe, dove presta servizio prima come istruttore. Nel 1939 è trasferito ai reparti da caccia, prima sul fronte orientale e poi in Nord Africa, dove presta servizio nel JG27, un reparto di assi che combattevano rispettando un preciso codice di onore: rispetto per le regole, per sé stessi, per il nemico, per chi è indifeso o si è lanciato con il paracadute. Nel dicembre del 1943 è ormai un asso, con 27 vittorie accreditate e decorato con una croce di ferro di prima classe. Sogna la croce di cavaliere: gli basta un solo abbattimento per ottenerla.

Quel giorno ha partecipato ai combattimenti sopra Brema, ed è atterrato a Jever per rifornire e riarmare il suo Messerschmitt 109-G6.

Nel frattempo, il B17 di Brown, lento ed isolato dalla formazione, viene avvistato da terra mentre passa sopra l’aeroporto di Jever. Stigler decolla immediatamente da solo per intercettarlo ed abbatterlo, e in breve tempo raggiunge il lento aereo nemico. Avvicinandosi rapidamente alla coda del B17 lo inquadra nel collimatore si prepara a sparare, ma non riesce a farsi una ragione del fatto che il bombardiere nemico non ha aperto il fuoco su di lui. Decide allora di avvicinarsi.

Quello che vede è incredibile. Il B17 è letteralmente a pezzi: attraverso gli squarci della fusoliera vede alcuni membri dell’equipaggio americano che stanno cercando di salvare la vita ai loro compagni feriti coperti di sangue. Affiancandosi al bombardiere nemico intercetta lo sguardo del pilota americano. Forse sfiora il rosario che la madre gli ha regalato il giorno della cresima, e che tiene sempre nella tasca del giubbotto di volo. Si ricorda quello che il comandante del suo stormo in Africa, il tenente Gustav Rodel, aveva detto ai suoi uomini: “se vi vedo, o vengo a sapere da altri, che avete sparato ad un paracadute vi sparerò io stesso”.

Stigler in seguito dirà che sparare a quell’aereo sarebbe stato per lui come sparare ad un paracadute. A gesti cerca di convincere Brown ad atterrare, o a dirigersi verso il territorio neutrale in Svezia. Brown sembra non capire, e prosegue il suo volo in direzione dell’Inghilterra. Stigler ha ormai preso la sua decisione: scorterà il bombardiere nemico. Se vola al suo fianco i serventi dell’antiaerea tedesca riconosceranno la sagoma del suo Me-109 e non apriranno il fuoco. I due aerei proseguono appaiati fino alla costa olandese. Giunti sul Mare del Nord, Stigler lancia un gesto di saluto al pilota americano e vira per tornare alla base.

Per il resto del conflitto Stigler non ha mai raccontato a nessuno questo episodio: per questo gesto sarebbe stato processato da una corte marziale e condannato a morte.

Molti anni dopo, nel 1990, durante un raduno di aviatori veterani della Seconda guerra mondiale, Charles Brown sente un altro pilota americano raccontare l’episodio di cui lui stesso è stato protagonista. L’altro pilota dice che gli è stato raccontato da un veterano tedesco che ora vive in Canada. Brown è perplesso e inizialmente non crede si tratti proprio della stessa persona. Nonostante ciò, dopo alcune ricerche riesce a entrare in contato con il pilota tedesco. Si parlano al telefono, e l’altro gli racconta alcuni particolari che solo loro due potevano conoscere. Si tratta davvero del pilota che quel giorno ha salvato la vita a lui ed al suo equipaggio! Dopo mezzo secolo, i due si incontrano di nuovo. Tra il 1990 ed il 2008 Charlie Brown e Franz Stigler coltivano un profondo legame di amicizia che li accompagnerà per il resto della loro vita. Moriranno entrambi nel 2008, ad un mese di distanza uno dall’altro. Nessuno dei due aveva dimenticato quello che era successo il 20 dicembre 1943, quattro giorni prima di Natale.

(La biografia di Franz Stigler e Charles Brown è raccontata nello splendido libro di Adam Makos intitolato “An Higher Call. The Incredible True Story of Heroism and Chivalry during the Second World War”, Atlantic Book, 2014, solo in lingua inglese, purtroppo mai tradotto in italiano)

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