Strage Bologna “Io salvo grazie a un caffè”/ Medico: “Merito di un’infermiera che…”

- Raffaele Graziano Flore

Strage di Bologna, “Io scampato alla morte grazie a un caffè”. A 40 anni dall’attentato parla Franco Baldoni, il medico miracolosamente sopravvissuto grazie a un’infermiera che…

Strage di Bologna, l'orologio
L'orologio fermo all'ora della strage nella Stazione di Bologna (LaPresse, 2019)

Domenica 2 agosto l’anniversario sarà di quelli importanti dato che cadranno i 40 anni esatti dalla strage di Bologna: e in vista delle celebrazioni che quest’anno avranno un sapore diverso, i protagonisti di quei giorni e coloro che, per un motivo o un altro, sono scampati all’esplosione delle ore 10.25 che fu il più grave atto terroristico del Dopoguerra (con 85 vittime e oltre 200 feriti), tornano a parlare. È il caso ad esempio di Franco Baldoni, medico all’epoca 37enne che si trovava nella stazione felsinea assieme alla moglie perché doveva partire in vacanza e che riuscì a salvarsi solamente grazie a… una provvidenziale tazzina di caffè. Intervistato quest’oggi da “La Repubblica”, Baldoni cira infatti di una infermiera che, inconsapevolmente, gli evitò di finire in quel tristemente lungo elenco delle vittime.

STRAGE DI BOLOGNA, IL MEDICO SOPRAVVISSUTO: “MI HA SALVATO UNA TAZZINA DI CAFFE’…”

In quella tazzina c’era il resto della mia vita: un caffè offerto a fine turno ci ha salvato, e se non l’avessi accettato sarei stato con mia moglie Nicoletta nel posto sbagliato al momento sbagliato” racconta ancora il medico che ricorda anche che all’epoca lui era un chirurgo che aveva appena smontato dal suo turno di guardia di notte al “Maggiore”. E proprio a questo punto della sua storia ecco che entra in gioco la fatidica Maria Dolores D’Elia, un’infermiera: “Mi disse che mi vedeva stanco, ‘Prendiamo un caffè, da sola non faccio la macchina da sei’, e io scherzando le diedi della rompiscatole e poi alle 8.45 tornai a casa perché avevamo il treno con Nicoletta alle 10.40 o giù di lì per un fine settimana a Riccione”. Franco ancora non lo sapeva ma quel caffè gli avrebbe salvato la vita.

“RICORDO I CORPI DILANIATI: I MIEI COLLEGHI PENSAVANO FOSSI MORTO”

Nel suo racconto Baldoni spiega anche il motivo per cui quel giorno scelsero di partire in treno e non in auto e poi continua: “‘Biglietti, giornale e caffè?’ chiese mia moglie, ma io l’avevo già preso in ospedale e siamo andati spediti al binario…”. Un percorso breve ma che negli anni il diretto interessato ha rivissuto mentalmente migliaia di volte: “Un botto sordo, una cannonata, ci ha fatto accovacciare a terra, e da sotto i vagoni di un treno che ci ha fatto da scudo ci ha investito una folata di aria caldissima” continua. Il medico avrebbe voluto tornare in ospedale e spiega anche di non essere rimasto sul posto perché sul posto erano già arrivati i primi soccorsi: “I corpi dilaniati dall’esplosione venivano portati via a braccia (…) Era da piangere, la maggior parte dei feriti sarebbero arrivati al ‘Maggiore’, era lì il mio posto” precisa a “La Repubblica” spiegando anche che in ospedale ha trovato i colleghi che piangevano credendolo morto. E la signora Dolores, l’infermiera che a sua insaputa quel giorno fu provvidenziale? “Siamo rimasti ottimi amici con lei. Cosa le direi a 40 anni di distanza? Niente, le offrirei un caffè” conclude Baldoni.

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