MONDIALI 2010/ La rivoluzione tedesca e le miserie del calcio azzurro

- Sandro Bocchio

In Germania si punta sui giovani, gli stadi sono moderni e funzionali e la cultura calcistica è anni luce da quella isterica e “moviolista” italiana

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Ozil con la maglia della nazionale tedesca (Foto Ansa)

Dall’Under 21 alla Nazionale, dall’Europeo al Mondiale senza soluzione di continuità. E’ questa la straordinaria parabola della Germania, andata a bruciare le tappe forse ancor più velocemente di quanto avrebbero immaginato gli autori di un progetto che ha rivoluzionato un calcio da troppo tempo all’asciutto. Basti ricordare che la Nazionale maggiore ha vinto l’ultimo Europeo nel 1996 e l’ultimo Mondiale addirittura nel 1990: una vita fa. Un digiuno che ha portato il calcio tedesco a interrogarsi su se stesso dopo aver dominato per anni il mondo: una squadra sempre affidabile ma incapace di risalire sul podio più alto. Logico rivoluzionare tutto: con determinazione tedesca e con apertura mediterranea.

Perché la prima ha pensato un progetto che ripensasse il ruolo degli allenatori locali e facesse partire i centri di reclutamento per i giovani calciatori mentre la seconda ha condotto all’accettazione – anche culturale – di calciatori provenienti al di fuori della tradizione culturale del posto. Così la Germania può oggi godersi la fantasia del turco Mesut Ozil, la potenza del tunisino Sami Khedira, la fisicità del ghanese Jerome Boateng e del nigeriano Dennis Aogo, il dinamismo del bosniaco Marko Marin. Un quintetto che, con il tedeschissimo Manuel Neuer, ha vinto un anno or sono l’Europeo Under 21 e che Joaquim Loew ha trasportato paro paro nella squadra maggiore. Che differenza con l’Italia, che la stessa Germania aveva battuto in semifinale. Quell’Italia in cui erano titolari Mario Balotelli, Salvatore Bocchetti e Domenico Criscito, con Claudio Marchisio squalificato: il primo lasciato a casa da Marcello Lippi, il secondo sempre riserva in Sud Africa, il terzo titolare e il quarto meteora.

Una differenza palpabile e manifesta e che dice quale sia in questo momento la distanza caratterizzante le due scuole che hanno fatto la storia del calcio in Europa. Una differenza parzialmente colmata dall’Inter a livello di risultato ma imbarazzante – a nostro danno – se si va a vedere altri parametri. Gli stadi, per esempio, fantastici per chi gioca, eccellenti per chi guarda la partita e sempre pieni di gente. I tifosi, poi, appassionati e mai contro, lontani anni luce dalla violenza verbale e fisica. Quindi le società, che hanno come primo obiettivo quello di far crescere i propri giovani (guardate ragazzi come Mueller, Badstuber, Contento e Alaba nel Bayern Monaco), una televisione mai invasiva, media portati più all’analisi che alla polemica gratuita. In definitiva: la valorizzazione di un prodotto sotto ogni aspetto. Esattamente il contrario di quello che accade in Italia, la cui arretratezza è stata fatta emergere dal tonfo mondiale. C’è bisogno di una rifondazione ma gli attuali dirigenti saranno all’altezza? Permettete un lecito dubbio, specie alla luce delle prime mosse post Sud Africa.

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