SUPERBONUS 110%/ La buona idea che si sta trasformando in un flop

- Natale Forlani

Non sono state risolte le criticità del superbonus al 110% sulle ristrutturazioni e ora sembra tardi per riuscire a porvi rimedio

cantiere opere costruzioni lavoro 4 lapresse1280 640x300
LaPresse

L’idea di rimettere in moto il settore delle costruzioni con l’accoppiata degli appalti pubblici per le nuove infrastrutture e dell’aumento delle detrazioni per le ristrutturazioni degli edifici residenziali per migliorare il risparmio energetico e la sicurezza sismica delle abitazioni era stata accolta positivamente da tutte le forze politiche e dall’opinione pubblica. Oltre l’esigenza di modernizzare le infrastrutture e di migliorare la qualità ambientale degli edifici, i comparti dell’edilizia hanno generato storicamente un importante effetto di trascinamento positivo sul complesso delle attività economiche. Un fattore colpevolmente trascurato nel corso dell’ultimo decennio e che, secondo uno studio della Banca d’Italia, ha motivato una parte significativa del divario negativo della crescita italiana rispetto la media dei Paesi Ue.

Tuttavia, sin dal primo decreto oltre un anno fa dal Governo Conte-2, per varare il superbonus, che introduceva le detrazioni del 110% per le spese relative alle ristrutturazioni degli edifici residenziali finalizzate a migliorare il risparmio energetico (ecobonus) e la tenuta sismica (sisma bonus) numerosi esperti del settore avevano messo in evidenza la mole delle incongruità del provvedimento destinate a compromettere gli obiettivi enunciati.

La prima incongruità è legata all’evidente sproporzione della detrazione, il 110% della spesa sostenuta, che valorizza beni privati con un costo a carico dello Stato superiore alla spesa, destinata a vanificare il positivo conflitto di interesse tra committenti e fornitori delle pregresse detrazioni, dal 50% al 65% della spesa sostenuta sino a un massimale di 96 mila euro, per l’obiettivo di far emergere la massa del lavoro sommerso che continua a rappresentare una piaga storica del settore delle costruzioni.

Il risultato pratico è stato quello di incentivare in via di fatto l’interesse dei committenti e dei fornitori a caricare sullo Stato il massimo dei costi possibili, obbligando in parallelo le istituzioni a introdurre una abnorme mole di obblighi a carico dei committenti in termini di prezziari di riferimento per i prodotti da utilizzare, di massimali di costo per metro quadro e per i volumi dei singoli interventi, della necessità di asseverare e certificare le prestazioni da parte di professionisti prima, durante, e dopo i lavori previsti. La pur positiva decisione di poter cedere alle banche il credito di imposta in cambio dell’anticipo dei pagamenti e del trattenimento di una quota pari al 10% dei benefici ha comportato in parallelo un’ulteriore produzione di documenti finalizzati a mettere in sicurezza gli istituti di credito da eventuale inadempienze.

Tutto questo per stabilire la responsabilità di eventuali inadempimenti o di false dichiarazioni esclusivamente in capo ai committenti, con il contorno di minacce, sanzioni e penali di varie natura a loro carico, salvo concedere a questi la possibilità di rivalersi in una fase successiva con i certificatori, i progettisti o i fornitori.

Tutti questi adempimenti, in termini di costi di progettazione, intermediazione, certificazione e di lievitazione di prezzi, ed esclusione di alcune tipologie di spesa , hanno ridotto di fatto il valore effettivo del risparmio del committente dal 110% a poco più del 70%. Una cifra di poco superiore ai benefici delle precedenti detrazioni, ma con un aggravio in termini di oneri per lo Stato, obblighi burocratici, lungaggini amministrative, lievitazione dei prezzi dei prodotti e delle forniture (in alcuni casi sino al 100% o tali da impedire il proseguimento dei cantieri), vanificando un modalità storica collaudata ed efficace per la gestione delle detrazioni fiscali previste.

A distanza di oltre un anno dal primo decreto, sono meno di 15 mila i progetti autorizzati per l’utilizzo del superbonus (tra i quali circa 1.400 riguardanti i condomini) per un impegno di spesa di poco superiore ai 2 miliardi di euro, un quarto rispetto alla originale previsione. Il tema di come semplificare il modello di intervento rimane l’oggetto principale dell’attenzione del legislatore, ma nel frattempo l’aspettativa di poter ristrutturare il patrimonio mettendo interamente il costo in gobba allo Stato ha scatenato le aspettative di albergatori, commercianti, professionisti, di poter allargare l’ambito dell’intervento del superbonus per un tempo più lungo e per le tipologie immobiliari non residenziali. In parallelo sono in molti i committenti, soprattutto quelli interessati a interventi inferiori ai 100mila euro, ad aver rinunciato alla possibilità di usufruirne preferendo in alternativa le vecchie detrazioni.

Il modo con il quale è stato concepito e messo in opera il superbonus rappresenta in modo esemplare la deriva della nostra classe dirigente e di cosa ci possiamo attendere per la gestione dei 220 miliardi di euro del programma Next generation Eu. Purtroppo non il solo e, probabilmente, nemmeno l’ultimo.

— — — —

Abbiamo bisogno del tuo contributo per continuare a fornirti una informazione di qualità e indipendente.

SOSTIENICI. DONA ORA CLICCANDO QUI

© RIPRODUZIONE RISERVATA