SUPERLEGA/ Una rivoluzione con poche certezze (economiche) e una domanda aperta

- Paolo Annoni

La nascita di una superlega sarebbe una rivoluzione per il calcio europeo, ma avrebbe anche un senso per le grandi squadre

pallone Brighton Bournemouth
Lapresse

Tra le poche “certezze” dopo l’annuncio dell’imminente creazione di una superlega europea di calcio c’è la reazione borsistica del titolo della Juventus, salito di quasi il 18%. L’altra certezza è che la banca d’affari americana Jp Morgan sarebbe pronta a finanziare la lega. Questi due elementi lasciano intendere che la superlega abbia grande senso economico; Jp Morgan lo comprende, forse, meglio di altri per l’esempio dello sport professionistico americano in cui “perdere soldi” a livello societario è praticamente impossibile.

Il senso economico dell’operazione per chi ci partecipa è presto spiegato. Non essendoci retrocessioni, né stravolgimenti nella composizione del campionato è possibile stimare molto bene i ricavi futuri e quindi gli investimenti limitando i rischi. L’inclusione di squadre che rappresentano mercati di riferimento “grandi” consente alle squadre di avere sempre partite che riempiono gli stadi e vendono bene i diritti live a televisioni e piattaforme. La premessa è lo schema attuale, che funziona male per le squadre che hanno alle spalle grandi mercati e tanti tifosi. I campionati nazionali sono spaccati nettamente in due tra squadre che riescono ad accedere stabilmente alle competizioni europee e tutte le altre; la distanza tra poche squadre di “prima fascia” e il resto del gruppo è molto più grande di quanto non fosse 20 anni fa e la causa è facilmente rintracciabile nel valore dei diritti televisivi. In questa situazione fare tante partite, ormai poco significative, nei campionati nazionali è poco remunerativo per chi in Europa deve vincere contro un ristretto gruppo di squadre dalle risorse sterminate. Allo stesso modo le grandi squadre non possono più né permettersi di rimanere fuori dalle competizioni europee per un anno, né di rimanere dentro con il rischio di avere troppe squadre piccole e i big fuori perché a quel punto l’investimento non è più remunerato. 

La Juventus che pure domina in Italia da tempo immemorabile e che in Europa, pur senza vincere, si ferma abbastanza avanti (con sette finali perse) non ha consegnato risultati economici esaltanti. Lo stesso vale per altre squadre che hanno deciso di fondare la nuova lega. Forse la soluzione è “poco romantica”, ma il problema di partenza è evidente. Certamente ci sono annate sbagliate, squadre programmate male, ma nei fatti le competizioni nazionali, nelle condizioni attuali, sono una caricatura di quello che succedeva 30 anni fa e la “piccola che vince” un’eventualità sempre più rara. 

Il modello attuale non è economicamente sostenibile per i grandi club che mettono risorse mentre la superlega nei fatti “uccide” o quanto meno ridimensiona nettamente i campionati nazionali perché per i “piccoli” diventa impossibile fare un giro sulla giostra della competizione europea. La piccola che entra nella grande competizione, anche solo per qualche anno può ripagarsi anni di investimenti e quindi alza la competizione nazionale; nessuno però si illude che Manchester contro Atalanta possa essere economicamente interessante come Manchester-Milan.

Il sistema attuale non funziona perché rimane fisso su uno schema pensato prima che i diritti televisivi sconvolgessero tutto e prima che le competizioni europee diventassero allargate. L’argomento contro gli effetti negativi sulla “competizione” nei campionati nazionali della superlega probabilmente non tiene perché la “superlega” rischia di essere più divertente e contesa dei campionati nazionali e forse anche della Champions league attuale. A pagare il prezzo però sono i campionati nazionali.

L’unica domanda aperta è l’assenza di squadre francesi e tedesche. Forse è uno scetticismo dovuto a un’iniziativa partorita in altri Paesi o forse, e più probabilmente, entrambi i Paesi possono offrire solo un numero limitatissimo di squadre con “grande tradizione e grandi mercati alle spalle”; addirittura solo una o al massimo due a testa. Sullo sfondo rimane l’eterno dilemma se il calcio sia solo sport, solo business o tutti e due. E in questo ultimo caso quale sia l’equilibrio che funziona, più o meno, per tutti.

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