TASSE E POLITICA/ I numeri dell’evasione che mettono in crisi i piani del Governo

- Stefano Masa

I dati Istat parlano di un’economia non osservata al 12,1% del Pil. Il piano del Governo punta a un recupero dello 0,4%

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Agenzia delle Entrate - Lapresse

Lotta all’evasione senza se e senza ma. Il tema è all’ordine del giorno. Parliamo di un nobile intento, un atto giusto, un impegno assoluto. Chi non vorrebbe procedere in tale direzione? Purtroppo, in Italia, i “senza se e senza ma” identificano quei soggetti evasori e/o elusori che si caratterizzano per la loro costante inafferrabilità. Non è possibile (e corretto) circoscrivere il “fenomeno” solo all’attuale momento storico del nostro Paese, bensì stiamo parlando di una vera e propria caratteristica che riportiamo (con significativo segno meno) ogni anno nel bilancio dello Stato Italia.

Il recente report – 12 ottobre 2019 – Istat “L’economia non osservata nei conti nazionali / Anni 2014-2017” identifica il valore della Noe (economia non osservata) a 210.852 milioni di euro ovvero pari a un’incidenza del Pil di oltre dodici punti percentuali (12,1%). Tenuto conto che la stima del sommerso economico è stata rivista per l’intera serie storica 2011-2017, i valori (in milioni di euro) degli ultimi anni sono rispettivamente: 207.696 (2016), 208.379 (2015), 212.022 (2014) con un rapporto Noe/Pil sceso dell’1% (dal 13% del 2014 all’attuale 12%). Nonostante quest’ultimo in diminuzione, il dato riconducibile al “non osservato” è ampiamente lievitato dal 2016 a oggi: +3.156 milioni di euro (+1,5%).

Estendendo ulteriormente la serie storica, e riprendendo pertanto i valori a partire dal 2011, si registrano valori in costante aumento. Prima di giungere ai 212.022 milioni del 2014 si è passato dai 202.989 (2011) ai 205.585 (2012) e successivamente a 206.984 (2013): cifre – ovviamente – in milioni di euro.

Come si legge nello stesso documento redatto dall’Istituto nazionale di statistica, l’economia non osservata rappresenta «la parte di attività economica di mercato che, per motivi diversi, sfugge all’osservazione diretta della statistica ufficiale e pone problemi particolari nella misurazione statistica. Essa comprende, essenzialmente, l’economia sommersa e quella illegale. Le principali componenti dell’economia sommersa sono costituite dal valore aggiunto occultato tramite comunicazioni volutamente errate del fatturato e/o dei costi (sotto-dichiarazione del valore aggiunto), o generato mediante l’utilizzo di input di lavoro irregolare. Ad esso si aggiunge il valore dei fitti in nero, delle mance e una quota che emerge dalla riconciliazione fra le stime degli aggregati dell’offerta e della domanda. Quest’ultimo tipo di integrazione contiene in sé, in proporzione non identificabile, sia effetti collegabili a fenomeni di carattere puramente statistico, sia fenomeni ascrivibili all’esistenza dell’economia sommersa non completamente colti attraverso la stima da sotto-dichiarazione e da lavoro irregolare».

Nel 2017, analizzando l’intera Noe per singole “voci di costo” (per il nostro Stato e quindi per tutti noi), si possono evidenziare le seguenti ripartizioni percentuali: la cosiddetta sotto-dichiarazione rappresenta il 46,1%, il lavoro irregolare il 37,3%, le altre componenti (mance, fitti in nero e integrazione domanda-offerta) ammontano al 7,6% mentre le attività illegali pesano per un 9%. Nonostante il passare degli anni, le proporzioni appaiono molto simili.

 

I dati sono inequivocabili come le stesse dinamiche che, al fine di poter essere arginate, impongono un intervento da parte dello Stato. E proprio in quest’ottica, la recente Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza 2019, cerca di massimizzare il proprio agire. Nel cosiddetto “III.2 Percorso programmatico di finanza pubblica”, l’esecutivo stima risorse per il finanziamento degli interventi previsti dalla manovra di bilancio per il 2020 pari a quasi 0,8 per cento del Pil assicurate da alcuni ambiti di intervento. Tra questi, ci sono le «nuove misure di contrasto all’evasione e alle frodi fiscali, nonché interventi per il recupero del gettito tributario anche attraverso una maggiore diffusione dell’utilizzo di strumenti di pagamento tracciabili, per un incremento totale del gettito pari a 0,4 per cento del Pil».

A conti fatti, la lotta all’evasione (o al cosiddetto “non osservato”), corrisponde al 50% dell’intera manovra e le linee programmatiche che la rappresentano sono chiare (rif. IV.2 Principali iniziative in risposta alle raccomandazioni / Lotta all’evasione fiscale – CSR n. 1): «L’azione di contrasto all’evasione fiscale è un obiettivo prioritario del Governo e sarà affrontato attraverso un piano organico e un’ampia riforma fiscale basata sulla semplificazione delle regole e degli adempimenti nonché su una più efficace alleanza tra contribuenti e Amministrazione finanziaria. La lotta all’evasione fiscale sarà perseguita anche agevolando, estendendo e potenziando i pagamenti elettronici e riducendo drasticamente i costi di transazione».

La dichiarazione d’intenti è assai chiara, ma si teme che l’attuazione possa essere di difficile applicabilità per via del vasto territorio oggetto di copertura. La perplessità è dettata da alcuni riferimenti che le stesse istituzioni nazionali hanno già evidenziato nel corso dell’anno corrente: a gennaio, Banca d’Italia, ha approfondito il tema del contante attraverso il periodico approfondimento “Questioni di Economia e Finanza (n. 481) – L’utilizzo del contante in Italia: evidenze dall’indagine della Bce “Study on the Use of Cash by Households (SUCH)”. Successivamente, a giugno, è arrivata l’analisi del Comitato di Sicurezza Finanziaria (CSF) con la propria pubblicazione “Analisi nazionale dei rischi di riciclaggio di denaro e di finanziamento del terrorismo”. Da quest’ultima emerge un dato eclatante: nel 2016, «relativamente al campione di soggetti residenti in Italia», «il contante è stato lo strumento più utilizzato nei punti vendita: l’86% delle transazioni è stato regolato in contati rispetto al 79% registrato nell’Area euro» e lo stesso CSF avverte: «Pertanto, si ribadisce l’influenza molto significativa dell’economia non osservata sul livello di rischio del paese».

Con questi numeri e modalità è obbligatorio agire, sapendo, fin da ora, che il previsto e formalizzato intento pari allo 0,4 per cento del Pil potrebbe non essere sufficiente.

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