TASSE E POLITICA/ Se i tagli agli statali sono più “solidali” della coronatax

- int. Giuseppe Di Gaspare

La proposta del Pd di una “coronatax”, un contributo di solidarietà a carico dei redditi sopra gli 80mila euro, è una misura ingiusta. Meglio trovare altre soluzioni

graziano_delrio_2_lapresse_2017
Graziano Delrio (LaPresse)

Per reperire risorse in funzione anti-crisi da emergenza coronavirus il Pd, qualche giorno fa, ha avanzato la proposta di un contributo di solidarietà a carico dei contribuenti più benestanti: in pratica, per il 2020 e il 2021, i cittadini con redditi superiori a 80mila euro subiranno un prelievo aggiuntivo che inciderà sulla parte eccedente tale soglia. Una sorta di “coronatax” che “in astratto sembra la formulazione più giusta – commenta Giuseppe Di Gaspare, ordinario di Diritto dell’economia nell’Università Luiss di Roma – ma in concreto è non lo è”, perché gli effetti sarebbero diversi tra contribuenti del settore pubblico e contribuenti del settore privato: “La proposta – aggiunge di Gaspare – è uno sforzo piuttosto ardito di immaginazione dell’andamento dei redditi attesi almeno per la gran parte del settore privato, con un Pil previsto in discesa del 10%. Calo tutto nel settore privato”.

In una intervista al Sussidiario lei aveva ipotizzato un abbattimento delle imposte per i settori privati in crisi e decurtazioni retributive nel pubblico. Cosa ne pensa della proposta della “coronatax” sui redditi lordi al di sopra degli 80mila lordi euro per tutti i contribuenti?

Formalmente la proposta è conforme all’articolo 53 della Costituzione, che prevede un’imposizione fiscale proporzionale e progressiva per tutti i cittadini per cui un prelievo graduato con aliquote progressive, secondo scaglioni di reddito crescenti, sembrerebbe quindi giuridicamente ineccepibile.

Non è così in realtà?

No, non lo è. Rimanendo sullo spartito giusto/ingiusto, non sarebbe giusto , in concreto, trattare in modo uguale situazioni diverse, per citare Aristotele. Nella proposta Pd la tassazione aggiuntiva si applica in modo indiscriminato al settore pubblico e a quello privato, che sono situazioni economiche non comparabili, se non addirittura non opposte.

In che senso? Non sono tutti sempre cittadini/contribuenti allo stesso modo?

Ecco, se vediamo la proposta nella prospettiva della fonte del gettito fiscale il giudizio cambia, anzi si ribalta. Non è difficile convenire, infatti, sul punto che l’imposta sul reddito nel settore pubblico sia nella sostanza una partita di giro. Il Fisco direttamente, o tramite il complesso delle pubbliche amministrazioni statali, regionali e locali, trasferisce ai dipendenti pubblici l’importo dell’imposta sul reddito che gli stessi devono corrispondergli, e che viene trattenuta direttamente sullo stipendio. Insomma, l’imposta sul reddito è nel settore pubblico una partita di giro, un gioco a somma zero di finanza pubblica.

E invece il gettito fiscale del settore privato?

Per la finanza pubblica, il gettito, qualitativamente significativo, diciamo a valore aggiunto, è quello generato dal settore privato. Qui il gioco non è a somma zero. Il settore privato è contribuente netto e lo Stato incassa al netto.

Ma questa differenza qualitativa cosa comporta concretamente?

La differenza qualitativa del gettito privato è ovviamente fondamentale per il funzionamento della macchina dello Stato, ma va presa in considerazione anche la diversa situazione personale dei due tipi di contribuenti. Nel pubblico impiego vige il principio costituzionale del “posto fisso”, per dirla con Checco Zalone. Un lavoro sicuro, sulla cui stabilità si può fare ragionevole affidamento. Niente licenziamenti, contribuzioni assistenziali e previdenziali certe. Qui non c’è l’ossessione incombente delle tasse da pagare.

In che senso ossessione incombente? Si può spiegare meglio?

Tutt’altra situazione di incertezza nel settore privato, a cominciare dai dipendenti privati, sempre più precarizzati, per finire con i grattacapi quotidiani di professionisti, lavoratori autonomi, imprese grandi o piccole per chiudere i conti in attivo. Non prevedibilità dei ricavi e dei redditi nel tempo. Necessità dunque di maggiori risparmi rispetto al settore pubblico. Ricordo sempre con stupore la dichiarazione sulle tasse “bellissime” dell’allora ministro dell’Economia, Padoa Schioppa, che affermava di essere contento di pagarle. Non dubito assolutamente del senso di etica civica che la ispirava, ma capisco anche la difficoltà di provare altrettanta gioia da parte di chi ogni mattina deve tirar su la saracinesca e lambiccarsi il cervello per andare avanti. In realtà ci troviamo di fronte alla rimozione di una fondamentale distinzione tra i due settori.

Rimozione?

La differenza dal punto di vista fiscale tra i due settori era prima molto evidente, ma poi è stata gradatamente rimossa. Non sempre è stato così, anzi. Prima della riforma fiscale del ’72, i dipendenti pubblici, proprio per questa ovvia partita di giro di finanza pubblica, non pagavano imposte sulle loro retribuzioni. Non venivano effettuate trattenute alla fonte. Se avevano altri cespiti, ovviamente, l’imposta doveva essere corrisposta. Va detto che la riforma fiscale del 1972 è fiscalmente più corretta, ma questo non cambia evidentemente la differenza qualitativa nel gettito che rimane inalterata. Ancora negli anni 50 e 60 del secolo scorso, il fatto che le retribuzioni del settore pubblico fossero pagate con le imposte versate dal settore privato era anche un deterrente sociale all’aumento delle retribuzioni per il pubblico impiego.

Tornando alla proposta della coronatax del gruppo parlamentare del Pd, che effetto avrebbe?

Se questo è lo stato dell’arte, la proposta – prendere la dichiarazione dei redditi del 2019 come base dell’imponibile da sottoporre a tassazione aggiuntiva per il 2020 – è un eccesso irrealistico di ottimismo almeno per la gran parte del settore privato, con un Pil previsto in discesa del 10% e tutto nel settore privato. Perciò è anche eticamente discutibile.

Questo spiegherebbe la sua proposta alternativa di tagli piuttosto che nuove tasse?

La proposta di una decurtazione delle retribuzioni nel settore pubblico ispirata al principio costituzionale della solidarietà economica e sociale, riguarderebbero maggiormente le retribuzioni medio alte della dirigenza pubblica sia stabile sia a contratto, e anche il management delle partecipate pubbliche. Una riduzione stipendiale proporzionale e progressiva secondo le classi stipendiali in linea con la Costituzione (art. 53). La trattenuta dovrebbe ridursi via via fino a cessare per gli scaglioni stipendi più bassi e con esclusione del settore sanitario. Questa misura di etica pubblica sarebbe anche al diritto comunitario. In un intervento su lacostituzione.info ho indicato le decisioni della Corte di giustizia europea e della nostra Corte costituzionale cui far rifermento.

Ma non si potrebbe fare anche altro per un recupero più efficiente ed equo del gettito?

Ci sono, certo, altre storture nel nostro sistema fiscale: dall’evasione fiscale, elusione fiscale ed esterovestizioni, a forme varie di patrimoniali mascherate come quelle sugli immobili, alla concorrenza fiscale sleale di alcuni Stati dell’Unione sull’imposta sui redditi da capitale che sottrae al fisco nazionale imposte sui ricavi realizzati nel nostro paese, sui quali sarebbe necessario – da tempo – intervenire. Ma non si può più, tergiversando nell’attesa, continuare a calcare la mano sui privati contribuenti che le tasse regolarmente le pagano, senza compromettere la sostenibilità della ripresa economica. Sarebbe senza dubbio necessaria una visione d’insieme delle misure da prendere in Italia e da negoziare in sede Ue. Ma questo è un altro discorso.

(Marco Tedesco) 

© RIPRODUZIONE RISERVATA