TASSE/ Le scatole e i prestanome che vanificano i risultati della lotta all’evasione

- Patrizia Feletig

Grazie a prestanome e scatole societarie, ci sono contribuenti che riescono a far perdere allo Stato una decina di miliardi di introiti fiscali all’anno

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Lapresse

La lotta all’evasione compare nel programma di governo di qualsiasi schieramento degli ultimi 50 anni. Ci mancherebbe che non lo fosse; non solo per la rilevanza del fenomeno che sottrae, secondo le stime del rapporto The European Tax Gap, alla fiscalità generale l’equivalente dell’11,5% del Pil (dati 2015), ma anche perché alle orecchie dell’elettorato è spacciato come si “fa cassa”. Insomma, ci sarebbe un tesoretto da recuperi da evasione sul quale mettere le mani. Eppure, mentre è arcinoto che l’evasione sia uno dei problemi fisiologici dell’Italia, assai meno conosciuta è la criticità nei recuperi di questo illecito.

Degli oltre 800 miliardi di debiti tributari netti cumulati negli ultimi 20 anni da riscuotere dall’Agenzia delle Entrate-Riscossione (ex-Equitalia), al 31 dicembre 2019 appena 55 sono affluiti nelle casse statali. E ci vorranno molti anni ancora per riscuoterne, al massimo, altri 25 (per un complessivo 10% rispetto al carico netto). In gergo tecnico viene indicato come magazzino di crediti dell’AdER. In valore lo stock di debiti iscritti a ruolo e non riscossi ammonta a 695,6 miliardi di cui il 60% con una prospettiva di riscossione irrisoria se non addirittura nulla.

Questa contabilizzazione, frutto della valutazione della stessa agenzia delle Entrate, è ufficializzata nella Relazione al Rendiconto Generale dello Stato presentata lo scorso 24 giugno dalla Corte dei Conti. La zavorra di cartelle esattoriali è una realtà composita, rappresentata da posizioni inesigibili in seguito a provvedimenti di saldo e stralcio, rottamazione o sospensione da parte del giudice, a queste si affastellano debiti in capo a soggetti falliti, a titolari deceduti o ditte chiuse, oltre ad altri addebiti di evasione non riscuotibili perché i soggetti risultano incapienti.

Anche a se si procedesse con un’eccezionale pulizia radicale, l’invocata pace fiscale, il problema andrebbe a riproporsi l’anno successivo, in quanto, secondo i dati della Corte dei Conti, ogni anno piovono tra i 55 e i 60 miliardi di nuove cartelle esattoriali. La cronicizzazione dell’inabile riscossione non è solo l’effetto di un’approssimazione nelle stime presuntive di evasione che poi non reggono alla verifica giudiziale (200 miliardi sono stati auto-annullati dall’Agenzia delle Entrate dopo l’invio della cartella esattoriale), così come neppure del sovraccarico di riscossioni confluite in massa sull’Agenzia (17 milioni di cartelle esattoriali all’anno con un perimetro d’intervento dal fisco all’Agenzia delle Dogane, all’Inps, ai Comuni, ecc.), ma si spiega anche nell’abilità di numerosi e consistenti morosi a far perdere le proprie tracce.

La lotta alle frodi fiscali non è credibile fintanto che non si applicheranno decise misure di contrasto all’esistenza di prestanome e scatole societarie. Sono autentiche truffe pianificate a tavolino da eseguire con facilità: si mettono in piedi società affidandole a teste di legno, che svolgono attività alla luce del sole, al limite presentano addirittura dichiarazioni fiscali e senza mai versare le imposte dirette, l’Iva e i contributi. L’impunità è blindata. Si stima che questa tipologia di morosità, sottragga – al netto delle sanzioni – una decina di miliardi di flussi alle casse statali all’anno, impoverendo tutti i contribuenti.

Che il problema sia noto all’esecutivo e che abbia deciso di aggredirlo in modo diretto ma non risolutivo, lo conferma un passaggio del Piano nazionale delle riforme appena pubblicato dal Governo per accedere ai fondi europei nel quale non si parla di (indigeribili) condoni, ma, come fa notare Enrico Zanetti, ex viceministro alle Finanze, “l’attività di riscossione sarà indirizzata prioritariamente verso i più solvibili e i crediti che hanno maggiori possibilità di essere riscossi”. Operativamente significa concentrarsi su debitori che hanno disponibilità liquide e beni intestati lasciando perdere prestanomi e scatole societarie. Questi potranno reiterare le loro truffe e continuare a ingolfare la giostra delle cartelle esattoriali senza produrre un euro di gettito effettivo per le casse statali.

Prima di mettere mani all’ennesima riforma fiscale è necessaria un’approfondita analisi su come neutralizzare i perversi congegni che producono questi anomali esigui tassi di riscossione, altrimenti la virtuosa lotta all’evasione rimarrà molto virtuale.

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