TERRE RARE/ Cosa nasconde (in Africa) la transizione energetica di Macron

- Roberto Favazzo

La Francia vuole liberarsi dalla dipendenza cinese sulle terre rare, sfruttando i giacimenti in Africa. E Philippe Varin è l’uomo chiave di questa strategia

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Manifestazione di protesta a Bangui, in Centrafrica (LaPresse)

In un articolo di Startmag firmato da Giuseppe Gagliano è stato sottolineato il ruolo decisivo per la Francia in merito all’approvvigionamento dei metalli e delle terre rare. Tuttavia la stampa ufficiale e specialistica del settore della politica estera non ha detto pressoché nulla sull’uomo chiave del progetto francese di affrancarsi dalla dipendenza cinese sulle terre rare. Chi è Philippe Varin e quale ruolo ha l’Africa in questo contesto?

Varin, ex capo del gruppo automobilistico Psa-Peugeot Citroën (ora Stellantis) e del colosso nucleare Orano, ritiene che l’Africa sia un “luogo naturale” per un futuro fondo di investimento che la Francia creerebbe come parte della sua strategia di approvvigionamento di minerali strategici. Questo fondo, che sarebbe finanziato da attori sia pubblici che privati, dovrebbe acquisire partecipazioni di minoranza nelle miniere di cobalto, litio e nichel che saranno cruciali per la transizione energetica e che sono ampiamente presenti in Africa.

La creazione di questo fondo è stata una delle raccomandazioni incluse nella relazione di Philippe Varin per il governo francese sulla sicurezza dell’approvvigionamento di materie prime minerali per l’industria. Il suo rapporto è stato presentato il 10 gennaio al ministro francese per la transizione energetica, Barbara Pompili, e al suo omologo dell’Industria, Agnès Pannier-Runacher.

Il documento sostiene che la Francia dovrebbe riprendere il controllo della sua catena di approvvigionamento minerario. Raccomanda al paese di ridurre la sua dipendenza dalla Cina e di acquisire quote di giacimenti minerari. Secondo il rapporto, senza fare tutto questo sarà difficile portare a termine la transizione energetica o garantire materie prime sufficienti alle tre “gigafabbriche” previste in Francia per la produzione di batterie e magneti.

Finora, la principale presenza industriale della Francia nelle miniere africane si è limitata a Eramet, che gestisce giacimenti di manganese in Gabon, e Orano, l’operatore della miniera di uranio di Somaïr, in Niger, e proprietario del sito di Imouraren nello stesso paese, così come Trekkopje in Namibia. Inoltre, il Bureau de recherches géologiques et minières (Brgm), di proprietà statale francese, supporta molti Stati africani nella mappatura delle loro risorse naturali.

Conclusione? Le ex colonie africane giocano un ruolo sempre più importante per la Francia. Prima di riempirsi la bocca con la retorica della transizione energetica, sarebbe meglio conoscere la realtà effettuale, direbbe Machiavelli.

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