GYORGY KURTAG/ Attendere l’imprevedibile: gli 8 pezzi per pianoforte op. 3

LUCA BELLONI propone ai lettori l’ascolto guidato di una piccola suite di brani del compositore rumeno-ungherese György Kurtág (Lugoj, 19 febbraio 1926): gli 8 Pezzi per pianoforte op.3. The Day After Tonality: alla scoperta della musica contemporanea    

29.12.2009 - Luca Belloni
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In occasione di queste festività ho pensato di proporre ai lettori una piccola suite di brani, gli 8 Pezzi per pianoforte op.3 del compositore rumeno-ungherese György Kurtág (Lugoj, 19 febbraio 1926).
Le motivazioni di questa scelta sono semplici: amo molto queste miniature e penso possano essere utili per favorire la comprensione di fatti che hanno una stretta attinenza col Natale.

Prima di scendere nel dettaglio però vorrei soffermarmi brevemente sul significato dell’ascolto.  Ascoltare è cosa difficile, tanto più quanto la diamo per scontata, per “già saputa”.  Ascoltare un brano musicale poi è una sorta di paradigma dell’ascolto, in quanto mette a nudo il nostro vero atteggiamento nei confronti dell’Altro, nei confronti del mondo.

Ascoltare richiede dunque innanzitutto un’apertura d’attesa, uno stare a braccia aperte accogliendo quello che ci viene proposto, pronti a coglierne il valore (anche piccolo o infinitesimo).  Spesso però noi riduciamo questo atteggiamento aprendo le porte solo a quello che riteniamo debba entrare.  È una sorta di ridimensionamento dell’orizzonte che viene ridotto alla piccola porzione che posso vedere.

È  qualcosa di molto simile a quello che ci accade ogni mattina.  Iniziando un nuovo giorno difficilmente pensiamo alle infinite possibilità (positive o negative) che si dispiegano per noi ma tendiamo a ridurre tutto a qualcosa di controllabile, di manipolabile, trasformando l’avventura della vita in una pallida routine.

Gli otto brevi brani di Kurtág (frutto della sua prima, incandescente stagione compositiva), con la loro intensa espressività e il loro icastico eloquio, possono dunque servire a introdurci a una modalità diversa di ascolto e quindi di percezione del reale.

Per comprendere ulteriormente come il rapporto con la realtà, quando è vero, sia fonte di creatività propongo due diverse interpretazioni della pagina.  Attraverso il confronto apparirà chiaro che l’approccio alla musica richiede l’impegno di tutta la persona (non importa che si tratti di un pianista o di un ascoltatore), un impegno interpretativo che trasformi un brano in avvincente percorso di scoperta.

Addentriamoci dunque nel cuore della partitura.

Il primo brano (Inesorabile: Andante con moto – I 0’30” – II 0’33”) si apre con una figura implacabilmente ripetuta dalla mano sinistra su cui si staglia un possente disegno in note ribattute, sorta di grido lancinante di un prigioniero.  La meccanica griglia ritmica imposta dall’”ostinato” prosegue mentre la ribellione delle figure ad esso sovrapposte si moltiplica fino a inglobare e annullare quel ticchettìo che si ingigantisce fino ad occupare totalmente la scena e si dissolve quindi nella semplice nota ribattuta che conclude la pagina.

Il brano seguente (Calmo – I 1’32” – II 2’35”) è di segno diametralmente opposto.  Una soffusa melodia – immersa in una sorta di nebbia sonora – viene tratteggiata con pochi semplici tocchi strumentali.  A fronte dello schematismo disumanizzante del numero precedente qui domina l’incertezza, lo smarrimento, il dubbio.

Un violento accordo nel registro acuto ci introduce nel terzo pezzo (Sostenuto – I 2’28” – II 3’30”) che vive di contrasti e di inafferrabili frammenti melodici.  L’erratico procedere ci mostra una realtà indecifrabile e potenzialmente ostile.

 

I = Lucas Blondeel

 

 

II = Glandy Wen, pianoforte

 

 

Da questo enigmatico atteggiamento prende le mosse il quarto brano (Scorrevole – I 2’50” – II 3’52”) In cui a dominare è l’incessante serie di trilli/tremoli e con lei una sorta di tremore inquieto.  Lo sradicamento, la confusione, la costrizione violenta non possono che portarci a questo punto.  La naturale reazione può (deve!) essere la ribellione.  Chi può accontentarsi di una vita così imprigionata?  Sembra di sentire l’eco della voce di Ungaretti: “Chiuso tra cose mortali/(anche il cielo stellato finirà)/ perché bramo Dio?”. 

Ed è proprio a questa dimensione di ribellione e di inquieto desiderio che ci porta il quinto pezzo (Prestissimo possibile  – I 3’26” – II 4’26”) con la sua incessante e angosciata esplorazione dell’intera tastiera del pianoforte.  Se la domanda esiste perché non deve esserci anche la risposta?  La conclusione, con il suono che si fa sempre più tenue mentre la tessitura si sposta verso l’acuto, appare come un’inequivocabile richiamo a quel desiderio che abbiamo visto frustrato, oppresso, incatenato nei movimenti precedenti.

Il sesto numero (Grave – I 3’59” – II 4’40”) con la sua perorazione potente e l’iniziale “ritorno all’ordine” sembra condurci verso regioni meno inquiete. Le linee musicali appaiono più nette, i contorni delle cose meno precari.

Improvviso irrompe (Adagio  – I 4’27” – II 5’20”) il settimo pannello con il suo singolare incedere.  Accanto a gesti limpidi vi troviamo infatti furibonde interiezioni e nebulosi clusters (“grappoli” di note prodotte con gli avambracci sulla tastiera) che punteggiano il tessuto sonoro.  È evidente che ci troviamo ancora alla ricerca di qualcosa di determinante che, appena intravisto, ci sfugge.

 

I = Lucas Blondeel

 

 

II = Glandy Wen, pianoforte

 

 

L’ultimo numero della partitura (Vivo – I 5’05 – II 5’56”) è costituito per la maggior parte da una serie di glissandi (scivolamenti sulla tastiera del pianoforte) alternati a clusters prodotti con il palmo o con l’avambraccio.  Il vento impetuoso che sembra attraversare l’intera pagina ci porta a – un primo approdo: l’audacia, il coraggio, il desiderio spregiudicato di trovare ciò cui aspiriamo deve essere il primo indispensabile gesto dell’umano cammino.  Così la stentorea affermazione finale con la sua serie di ottave scolpite ci spinge verso l’ignoto con l’animo fremente di attesa.

 

I = Lucas Blondeel

 

 

II = Glandy Wen, pianoforte

 

 

Dunque, se non una risposta, Kurtàg ci mostra quale possa essere la verità di una domanda sul significato della vita (del dolore, della gioia, dell’amore…) e con quale bruciante desiderio esso possa essere ricercato.  Davvero sentiamo qui l’eco delle parole di Benedetto XVI quando ci dice che “Oggi, come ai tempi di Gesù, il Natale non è una favola per bambini, ma la risposta di Dio al dramma dell’umanità in cerca della vera pace”.

Così l’imprevedibilità di questa musica (che si sovrappone senza sbavature a quella che tante volte viviamo nelle nostre giornate) può spalancare un’attesa che non sia chiusa in aridi schematismi, ma sia vera apertura a quello che accade davanti ai nostri occhi.  Così anche l’impossibile Notizia di Dio che si fa bambino per amore dell’uomo può essere presa sul serio e non semplicemente liquidata come retaggio di un’infanzia felice perché inconsapevole del dolore e dell’angoscia.

Ancora una volta la sincerità di un artista come Kurtàg (che ha vissuto e vive sulla sua pelle l’urgenza di quella domanda) ci può aiutare a cogliere il valore e la promessa contenuta in ogni istante.

 

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