TIM, DRAGHI vs GIAVAZZI?/ Quella frattura dell’Italia che risale a Davigo e Di Pietro

- Gianluigi Da Rold

Pare che Draghi e Giavazzi si siano scontrati sulla gestione del caso Tim. È lo specchio di una inquietante frammentazione che attraversa tutto il paese

draghi sindacati 1 lapresse1280l 640x300
Il presidente del Consiglio Mario Draghi incontra i sindacati (LaPresse)

Secondo voci accreditate, nemmeno sulla questione Tim, con l’Opa lanciata dal fondo americano Kkr, ci sarebbe un’unità di intenti nel governo italiano e in una maggioranza che è forse la più vasta che la Repubblica italiana abbia mai avuto. Si vedrà il 17 dicembre, durante il Consiglio di amministrazione di Tim, quali saranno le novità sia dell’Opa Kkr, sia la posizione della francese Vivendi, di Vincent Bolloré (azionista di maggioranza attuale) e pure quello che spetta al governo italiano con la golden power. Di che cosa si tratta?

Il golden power è lo strumento che permette al governo di opporsi all’acquisto di imprese considerate strategiche nel settore della difesa, dell’energia, dei trasporti e delle telecomunicazioni. Con il golden power, che è stato introdotto nel 2012, l’esecutivo può anche opporsi a determinate delibere aziendali in base all’interesse  nazionale. Di fatto, utilizzando il golden power,  il governo assume poteri speciali per indicare condizioni specifiche all’acquisto di partecipazioni e può anche porre veti in determinati settori.

Ora, a quanto si dice, Vivendi si è avvicinata al governo italiano e ha aperto all’ipotesi di un controllo statale della rete, probabilmente per opporsi all’operazione del fondo americano Kkr. Vero, falso, depistante? Tutto da verificare. Sembra che comunque ci sia un fatto: pare che l’operazione Kkr-Tim abbia dato una spinta all’unificazione delle reti di internet veloce italiane con l’obiettivo di razionalizzare i costi. Così il governo avrebbe ricominciato a crederci, perché ora la manifestazione di interesse del fondo americano spianerebbe la strada a uno scorporo dell’infrastruttura di rete.

Qualcuno ha detto: “Alla fine vincerà chi riuscirà a trovare un accordo con il governo per garantire un assetto stabile a un’infrastruttura così strategica per il Paese”.

Ci sono diversi punti da chiarire e c’è una gestione di tutta questa complessa operazione. Ora, improvvisamente, salta fuori una voce: che si sia creato un dissenso tra Mario Draghi e uno dei suoi grandi amici e collaboratori, Francesco Giavazzi, neoliberista che pare vagamente dissociato, poiché difende il neoliberismo e il liberismo in genere, sostenendo però che è di sinistra, come ha scritto in un libro.

Ci si chiede quale sarebbe il motivo del dissenso tra Draghi e Giavazzi. Secondo Dagospia, che a volte ci azzecca, “Giavazzi, invadente e megalomane, smaniava per avere un ruolo di raccordo sulla questione”. Mario Draghi non avrebbe gradito. Anzi sarebbe arrivata una risposta secca: lo Stato ha la golden power e deve essere l’ultimo a parlare. In sintesi che cosa voleva Giavazzi? Sostituirsi a chi esercita la golden power e a chi deve esercitarla.  Cominceremo a comprendere meglio venerdì 17 dicembre con il consiglio di amministrazione di Tim.

Tuttavia la situazione che si è creata in Tim, anche con le tattiche e i disaccordi eventuali, accennati e non spiegati dettagliatamente, danno l’immagine del momento che vive il Paese e di quale frammentazione soffra la politica e la politica economica italiana.

L’aria che si respira è quella di un’inquietante frammentazione, sia in una grande azienda, sia in Parlamento o meglio nel sistema politico e istituzionale complessivo.

Facciamo qualche esempio: è sacrosanto che in questo momento si parli di pandemia e ci si confronti anche duramente per quello che ha causato e che è ancora causa nell’Europa e anche in Italia. È  poi normale che si discuta con grande animazione dell’elezione del prossimo presidente della Repubblica, ma l’insistenza, le continue discussioni sulle combinazioni possibili di nomi, tra presidente del Consiglio e presidente della Repubblica, sembra che stia diventando ossessiva, al punto tale che si dimenticano i reali e sempre più drammatici problemi del Paese, con il sospetto che li si voglia esorcizzare.

Giorni fa, in un’intervista, Sabino Cassese diceva che l’elezione del presidente della Repubblica non è più importante delle elezioni politiche. Tanta enfasi per il Quirinale sembra sproporzionata.  Cassese ne spiega la causa: “Un tempo i partiti esprimevano grandi politiche; nazionalizzazione dell’energia elettrica, media unica, Cassa per il Mezzogiorno, servizio sanitario”. E oggi ? “C’è una grande enfasi per il Quirinale”. Perché? “ Per l’obiettiva difficoltà del sistema politico. Quattro partiti hanno tra il 15 e il 20%, poi ce ne sono sei tra il 2 e l’8%. La frammentazione è aggravata dal fatto che ciascuno è diviso al suo interno e quasi tutti stanno insieme in una maggioranza che, come ha ricordato il presidente Mattarella, non corrisponde ad alcuna formula politica”.

Aggiungiamo a questa considerazione di Cassese sulla frammentazione del Paese la spaccatura tra Nord e Sud, che è sempre grave, ma che ora per diseguaglianze, lavoro, amministrazione, governi locali, sbandamenti politici continui sta creando veramente due Paesi: a Nord un vassallo della Germania e a Sud un nulla inquietante. È possibile che di tutto questo nessuno parli? E così si potrà intuire in tutto questo la fotocopia dello stato in cui si trovano le nostre aziende, le ultime grandi come Tim, per esempio, ma tra un po’ anche le medie, la spina dorsale della politica industriale italiana che non esiste più.

Intanto stiamo entrando, mancano pochi giorni, nel 2022, e compirà trenta anni esatti la “grande operazione” delle “manine sporche” o “opache” del 1992. Proprio in questi giorni, il giudice Guido Salvini è stato travolto dalla sua memoria e ha raccontato a Il dubbio quale fosse il metodo dell’inchiesta: bisognava arrestare a strascico; i giornali concordavano i titoli tra loro e con i magistrati, mentre c’era la complicità di tutta l’informazione televisiva. Adesso il giudice Salvini se lo ricorda. Mentre una sarabanda di rimbambiti faceva manifestazioni per i giudici, Di Pietro e Davigo, nel “sacro” principio del “pensiero unico” non verificato.

Il suicidio del Paese (basta guardare numeri e percentuali economiche) arrivò allora, oggi ci godiamo gli effetti. Ma sembra che qualcuno non se ne accorga, neppure legge il Rapporto Censis di quest’anno che fa venire i brividi alla schiena.

La vicenda Tim, per tornare a una delle tante attualità raccontate a mezza voce, è una grande metafora di questo Paese suicida e irrazionale, dove ora la maggioranza rimpiange che “non si ritornerà più benestanti come prima”, dove il 50% non va a votare e dove in più ci è arrivata addosso anche una pandemia. Bel problema: da dove ricominciare?

— — — —

Abbiamo bisogno del tuo contributo per continuare a fornirti una informazione di qualità e indipendente.

SOSTIENICI. DONA ORA CLICCANDO QUI





© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori