TOLO TOLO/ Il passo avanti di Checco Zalone in un film “esplicito”

- Emanuele Rauco

Con il suo nuovo film Checco Zalone prende una parte del pubblico italiano e gli starnuta in faccia un certo comico disprezzo

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Una scena del film

Stavolta Checco Zalone è esplicito. Il fascismo è un disturbo, una malattia che “con lo stress e il caldo vengono fuori” da ognuno di noi. Come la candida. Nel suo nuovo film, Tolo tolo, Zalone ci mette la faccia, le idee e anche la firma essendo il suo esordio alla regia con il suo vero nome, Luca Medici, e fa coraggiosamente piazza pulita delle ambiguità politiche che lo hanno da sempre circondato.

Se il precedente Quo vado? finiva in Africa, questo vi ambienta il suo corpo: il protagonista è un imprenditore che dopo il fallimento di un’attività scappa in Africa per non pagare lo Stato. Qui però è costretto a un’avventurosa fuga dopo che esplode la guerra civile e, con un ragazzo, una ragazza e un bambino del luogo, dovrà cercare di tornare in Italia. Suo malgrado.

Zalone firma la sceneggiatura assieme a Paolo Virzì (a cui forse si deve la struttura da commedia avventurosa di marca Scola/Sordi, guardando a Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa o a Finché c’è guerra c’è speranza) e realizza la sua opera più ambiziosa dal punto di vista produttivo – più di 20 milioni di budget -, narrativo, estetico e anche politico.

Perché stavolta Checco ha deciso di parlare chiaro: se fino a oggi, anche in occasione della canzone “Immigrato” che faceva da lancio a Tolo tolo, ha lasciato che il suo personaggio ondeggiasse e potesse essere interpretato tanto come satira del “buonismo radical chic” quanto dell’italiano “cattivista”, dopo la visione del film è chiaro il senso di ciò che ha sempre fatto come comico, ovvero non sposare i pensieri dell’autore Medici, ma vestirlo del suo opposto. In questo caso rappresentando il lato “malato” dell’italiano che potremmo genericamente definire di destra, il salviniano tipo, deriso e messo alla berlina attraverso il rapporto con l’altro da sé, quello da cui vorrebbe sempre essere lontano, a cui vorrebbe reagire incarnandosi nel Duce.

Per fare questo passo, Zalone immerge la sua comicità popolaresca nella cronaca, nell’attualità, tra guerre civili, milizie, viaggi della speranza e ONG criminalizzate, guardando anche i panni più meschini di casa nostra, le fulminee carriere politiche (il tormentone del vicino paesano che vince un concorso in polizia e diventa leader europeo in un attimo) o le squallide beghe economiche di una famiglia di parenti serpenti. Un’operazione coraggiosa soprattutto perché dopo aver fatto in modo di raggiungere un consenso generalizzato e trasversale (Quo vado? è il film con il maggior incasso assoluto nella storia del cinema italiano), adesso prende una parte di quel pubblico – che almeno elettoralmente è maggioranza nel Paese – e gli starnuta in faccia un certo comico disprezzo.

Il film resta semplice, a tratti basico, pensato appunto per essere compreso da tutti, eppure come prima prova da regista per Medici/Zalone ha acquisito una certa competenza nel montaggio comico, nella regia delle gag e un modo di usare gli elementi della messinscena inusuale per una commedia del genere: per esempio, la lunga e raffinata citazione a Salvate il soldato Ryan, oppure l’utilizzo delle canzoni come intermezzi onirici e digressioni surreali, che approdano in un finale in stile Mary Poppins in cui Zalone (il personaggio) anziché redimersi in nome dell’umanitarianesimo veste provocatoriamente i panni del colonialista anni ’30 – appunto, il fascismo non muore mai davvero – per spiegare le “razze” ai bambini. Ultimo colpo di coda cinico di un film meno direttamente comico, ma in cui la risata cerca di approdare a una consapevolezza diversa, attraverso il cinema, attraverso il racconto. Un passo avanti, probabilmente.



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