TORINO FILM FESTIVAL 2019/ Da Jojo Rabbit a La Gomera: sorprese e delusioni

- Carmine Massimo Balsamo

Torino Film Festival 37, pregi e difetti di questa edizione tra sorprese, conferme e amare delusioni. E la nascita di nuove stelle

torino film festival 37
A white, white day di Hlynur Pálmason

È giunto al termine il Torino Film Festival 37 ed è tempo di bilanci: quali sono state le sorprese di questa edizione? Quali, invece, le delusioni più cocenti? Prima di soffermarci su promossi e bocciati, partiamo dal concorso principale e dal palmares, che ha visto trionfare il film islandese A white, white day, opera seconda del promettente Hlynur Pálmason. Le reve de Noura di Hinde Boujemaa si è aggiudicato il Premio Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, mentre Wet season di Anthony Chen ha ricevuto il premio per la miglior sceneggiatura. Importante riconoscimento per Il grande passo di Antonio Padovan, unico film italiano in concorso: Giuseppe Battiston e Stefano Fresi sono stati premiati come miglior attore protagonista, scelta più che giusta. Premio per la miglior attrice a Viktoria Miroshnichenko e Vasilisa Perelygina per il film Dylda del russo Kantemir Balagov. Infine, Ms. White Light di Paul Shoulberg si è aggiudicato il Premio del pubblico.

Il concorso Torino 37 ha offerto diversi lungometraggi di qualità, senza dimenticare che parliamo di opere prime/seconde: Il grande passo e Dylda sono quelli che hanno convinto di più, sia Padovan che Balagov si confermano dopo un ottimo esordio (Finchè c’è Prosecco c’è speranza e Tesnota, ndr). Giusto citare anche il distopico El Hoyo di Galder Gaztelu-Urrutia, una delle opere più interessanti passate a Torino negli ultimi anni (e che presto vedremo su Netflix…). Passando al TFFdoc, il premio per il miglior film per Internazionale.doc è stato assegnato all’interessante 143 Rue du Desert, ma una visione più che consigliata è Khamsin di Grégoire Couvert e Grégoire Orio, una riflessione originale sul Libano e sulla sua storia. Il premio per il miglior film per Italiana.doc è stato assegnato a Fuori tutto di Gianluca Matarrese, che porta sul grande schermo una storia personale, nonchè la storia di un’Italia in crisi. Menzione particolare per L’apprendistato di Davide Maldi e L’uomo raccoglitore di Demetrio Giacomelli

A differenza di altre edizioni, il Torino Film Festival 37 ha potuto contare su film di apertura e di chiusura di grande qualità: Jojo Rabbit di Taika Waititi e Cena con delitto – Knives out di Rian Johnson sono due ottime pellicole e meritano le migliori fortune al botteghino. Altro lungometraggio da vedere prossimamente in sala è La Gomera di Corneliu Porumboiu, tra i principali esponenti del nuovo cinema rumeno. Non all’altezza delle aspettative The Good Liar di Bill Condon, che meriterebbe un’occasione anche solo per la coppia di protagonisti formata da Helen Mirren e Ian McKellen. Maurizio Zaccaro con Nour ha reso omaggio a Pietro Bartolo, mentre Giovanni Troilo con Frida Viva la vida ha ripercorso la vita di Frida Kahlo con grande maestria. Da non sottovalutare True history of the Kelly Gang di Justin Kurzel e Tommaso di Abel Ferrara, entrambi protagonisti a Cannes. Tutt’altro che soddisfacente Magari, esordio alla regia di Ginevra Elkann.

Se in Festa Mobile troviamo titoli già più conosciuti/attesi, le vere scoperte spesso risiedono in sezioni collaterali e anche quest’anno Afterhours/Onde hanno regalato gioie. Qualche esempio? Partiamo da Guns Akimbo di Jason Lei Howden, con un Daniel Radcliffe inedito: idee innovative, ottima regia e cast di qualità. Di Greener Grass vi abbiamo già detto qualcosa, possiamo aggiungere che a nostro avviso ha vinto il premio di film più folle del Torino Film Festival 37 (ma probabilmente anche dell’anno). Ai limiti dell’assurdo anche il coraggioso Die kinder der toten di Kelly Copper e Pavol Lisk, un Olocausto in versione non-morta e ambientato nel Tirolo, con nazisti ed ebrei zombi. La sorpresa horror è sicuramente The Lodge, diretto da Severin Fiala e Veronika Franz: girato in bianco e nero, riesce a tenere alta l’attenzione (e la paura) dello spettatore. Infine, due chicche dalla sezione Onde: Padrone dove sei di Carlo Michele Schirinzi (già regista dell’ottimo I resti di Bisanzio) e Synonymes didi Nadav Lapid, Orso d’oro a Berlino.

Tanti buoni film e molte scoperte degne di nota, ma non basta. Il Torino Film Festival 37 purtroppo non è stato all’altezza delle edizioni precedenti e questo dovrebbe far riflettere. La colpa del calo di qualità non è certamente riconducibile alla direttrice Emanuela Martini, tra le più grandi esperte di cinema che possiamo vantare in Italia, in grado di dare vita a Festival eccellenti anche con mezzi non eccezionali. «Riduzioni di budget progressive, seppure piccole, danno risultati importanti. Il “non ci sono più soldi tiriamo la cinghia” non porta da nessuna parte. Non si può finanziare tutto, però quando s’identifica un progetto e ci si crede, allora bisogna sostenerlo. Ci vogliono coraggio, volontà e visione. Non si può vivere solo di lustri passati»: a parlare così è Alberto Barbera, direttore del Festival di Venezia ed ex direttore del Museo del Cinema di Torino, e non possiamo che sposare il suo giudizio…

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