ALITALIA/ Da Giappone e Israele la ricetta per il salvataggio

- Guido Gazzoli

Alitalia ha recentemente annunciato più di 600 esuberi, dopo averne prodotti 10000 nel 2008 e più di un migliaio in questi anni. GUIDO GAZZOLI spiega i motivi di questo assurdo fallimento

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E così quello che ai più era parso inevitabile è accaduto: Alitalia ha annunciato più di 600 esuberi, dopo averne prodotti 10000 nel 2008 e più di un migliaio in questi anni. Saltano agli occhi i vari proclami trionfalistici dei presunti “patrioti “ che hanno sempre visto il raggiungimento del fatidico pareggio di bilancio per l’anno successivo e che adesso (nonostante l’evidenza) parlano di crisi del settore come fattore scatenante dell’ennesima debacle. Fattore innegabile, per carità, ma allora ci sarebbe da chiedersi se il Giappone sia parte di questo mondo o si sia trasferito momentaneamente su Marte, visto che i conti della sua compagnia aerea di bandiera, la Jal, che fino a due anni fa versava in una condizione ancora peggiore di quella della vecchia Alitalia, viaggiano adesso talmente a gonfie vele da aver realizzato i più alti profitti della sua storia ed essersi attestata al terzo posto tra le compagnie aeree asiatiche.

Misteri della finanza? No, perché lo Stato giapponese, coproprietario della linea aerea, ha adottato un piano che, come molti altri vettori in situazioni analoghe, era veramente industriale e basato sulla conoscenza del settore. Cosa che pare non sia mai appartenuta a chi ha guidato il piano Fenice, visto che la prima mossa è stata quella del licenziamento di gran parte del know-how aziendale e dell’azzeramento di interi settori ad altissima cultura tecnologica (si pensi alla manutenzione) in nome del risparmio più accentuato, ma senza un minimo di accenno di sviluppo.

E siamo arrivati al punto di aver eroso quasi completamente il capitale sociale, nonostante gli aiuti di Stato, di ritrovarsi senza nulla di proprietà (la flotta è stata rimodernata sì, ma con aerei in leasing passati dalle sei società appartenenti ad Airone – vera beneficiaria di tutta la “privatizzazione” di Alitalia, visto che aveva un debito con Banca Intesa di cui era ad l’attuale Ministro Passera) e, soprattutto, senza un vero piano. Insomma, i difetti della vecchia Alitalia riappaiono completamente in quella che sembra la rivisitazione del gattopardesco pensiero del mutare tutto per non cambiare nulla.

E difatti l’incapacità di fare ricavi prosegue, mentre ci si intestardisce nel continuare a basare il proprio network su di un settore, quello del medio raggio, dove la concorrenza delle low cost (che non sono solo Ryanair, si badi bene) è impossibile da contrastare, e a considerare marginale il settore dove tutte le aerolinee guadagnano (quello del lungo raggio), invece che di vitale importanza.

D’altronde è impossibile pretendere di affidare una formula 1 a un neopatentato e che questi vinca il mondiale: il discorso potrebbe estendersi anche ad altri settori (Fiat in primo luogo) e la dice lunga sulla sostanziale incapacità che hanno certi “imprenditori”, ben sponsorizzati da uno Stato che pare essersi trasformato in socialista nei loro confronti (e liberale con i meno abbienti o i più deboli… sic!).

Come se questo non bastasse, venerdì scorso si è svolta a Roma, davanti alla sede del ministero del Lavoro, una manifestazione degli ex lavoratori di Alitalia, evento coinciso con la loro messa in mobilità: si è trattato del più grande licenziamento in Italia dall’avvento della Repubblica. Ben 4500 lavoratori dell’ormai ex compagnia di bandiera si sono trovati fuori dal perimetro lavorativo, con poche se non nulle speranze di essere reimpiegati. Si è così mestamente conclusa la storia di una compagnia che nell’arco dell’ultimo ventennio si è trasformata da uno dei pochi vettori veramente globali (il cui network comprendeva tutti i continenti) a un fallimento annunciato, su cui si è intervenuti con una medicina che è stata peggiore del male.

Pensare a quanto ognuno di questi dipendenti, in massima parte detentori di un know-how tecnologico spesso invidiato dai concorrenti, sia costato alla collettività – non solo nel dramma della cassa integrazione e della mobilità, ma anche quando occupavano il loro posto di lavoro in termini di costi per la loro preparazione – ingigantisce ancora di più la voragine monetaria, ma anche la superficialità con la quale si sono collocati nel cassonetto dell’inattività permanente.

Ma perché molti vettori si sono salvati in questi anni, nonostante la crisi? Per lo più grazie a interventi realizzati, lo ripetiamo, seguendo schemi propri della cultura del trasporto aereo: Air France nel 1991 e El-Al nel 1999 hanno risolto le loro crisi con interventi analoghi a quelli di Jal. Quando non operati da esperti del settore, sono stati realizzati da manager con un altissimo spessore, non solo etico; basti pensare al caso della compagnia israeliana (El-Al) che, passati i sabbatici due anni per il raggiungimento del pareggio, senza tagliare un posto di lavoro, né i salari, nel 2006 ha realizzato i più alti profitti a livello mondiale. Merito soprattutto dell’italiano Michele Levi, ex console onorario d’Italia a Tel Aviv (pare uno scherzo ma non lo è) che coinvolse gli addetti della compagnia (dai quali apprese l’esperienza del settore), in un’operazione che pareva impossibile agli inizi, dato che lo stesso Presidente israeliano, Shimon Peres, definiva El-Al “un rottame”.

Certo, vedendo le facce di quei dipendenti che venerdì scorso a un certo punto hanno formato una catena umana tra il ministero del Lavoro e quello delle Infrastrutture sono tornate in mente le promesse di sviluppo certo che trionfavano nei comunicati roboanti sia di Berlusconi che dei suoi “patrioti”: la ricollocazione di tutti coloro che nei sette anni erano fuori dai requisiti pensionistici di allora era quasi assicurata e per gli altri la pensione pareva un comodo finale di una cassa integrazione “privilegiata”. Che la riforma Fornero ha di fatto annullato. Il risultato è un licenziamento di massa che lascerà a terra alla fine del percorso della mobilità più di 3000 persone, una compagnia aerea che, a causa di politiche errate, non decolla e anzi continua a produrre “materiale umano” per il cassonetto della Cig.

Il tutto in uno dei pochi paesi al mondo dotati di vantaggi impensabili per altri: vocazione turistica, forte emigrazione ai quattro angoli del globo e un nord-est che, crisi o non crisi, è un bacino di traffico di prim’ordine che gli altri vettori stranieri ci hanno eroso.

Viste le potenzialità che Alitalia aveva si può senz’altro dar ragione a tutti coloro (Berlusconi, i suoi uomini, Passera, ma anche i tanti esponenti dell’opposizione, Veltroni in prima linea) che hanno creato quello che, a ben vedere, si può definire un “miracolo”… di un Paese che non ha un sistema di relazioni industriali degno di questo nome… insomma, di una nazione senza futuro. Grazie.

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