MERCATO AUTO/ Le trenta tasse che fanno perdere 114 milioni allo Stato

Con 340 milioni di fatturato bruciati e 114 di tasse non riscosse il superbollo sulle auto di lusso è stato un fiasco. Proprio come nel caso della tassa sulle barche. Parola di LORIS CASADEI

09.10.2012 - int. Loris Casadei
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Il superbollo per i Suv e le auto di grossa cilindrata è un autogol del governo Monti. Il secondo, dopo quello della tassa sulle barche. Il nuovo balzello infatti causerà un danno per l’erario pari a 114 milioni di euro di mancati introiti. Mentre già la tassa sulle barche, che secondo i tecnici avrebbe dovuto garantire un introito di 155 milioni di euro, ne ha portati finora solo 24, facendo in compenso scappare nei porti di Croazia e Francia la maggior parte delle barche ormeggiate nel Bel Paese. Numeri ben più importanti se paragonati ai 6,7 milioni di Iva evasa (e ancora da recuperare) nella frode sul “leasing tedesco” che il comando provinciale della Guardia di Finanza di Bolzano ha scovato l’altro giorno. Per la cronaca, le Fiamme Gialle bolzanine hanno sventato una frode messa in atto da una società con sede in Germania che acquistava le auto di lusso dai proprietari italiani ai quali poi venivano noleggiate con contratti a lungo termine al fine di consentire loro di sfuggire alle “noie” provenienti da redditometro, superbollo e maximulte per eccesso di velocità. Come detto è di 6,7 milioni di euro l’Iva evasa, mentre i beni sequestrati ammontano a 4 milioni di euro e 120 sono le vetture coinvolte, fra le quali Ferrari, Porsche, Audi, Bmw e Mercedes. Di tutto questo e della tassazione sulle auto cosiddette “di lusso” abbiamo parlato con Loris Casadei, ex presidente di Unrae e per lungo tempo direttore generale di Porsche Italia.

La Gdf di Bolzano ha sventato un marchingegno ben rodato per frodare il fisco…

Anche se ancora non si conoscono i dettagli del reato, immagino che per configurarsi come tale debba trattarsi di vetture acquistate in Italia e non successivamente esportate. In questo modo l’immatricolazione estera sarebbe configurabile come reato fiscale. Personalmente sono convinto che qualsiasi azienda che offre servizi che portano come vantaggio una non visibilità fiscale si macchi di un reato innanzitutto di tipo morale, oltre che di un illecito vero e proprio.

Ma le tasse sull’auto da noi sono così salate?

Su questo il governo italiano è colpevole. Lo dico perché l’Italia non è più un Paese chiuso, bensì profondamente inserito all’interno della comunità europea, in un mercato dell’auto sempre più aperto, e quindi deve per forza di cose guardare anche alle condizioni legislative e ai prezzi di tutti i paesi circostanti. Proprio come deve farlo per qualsiasi altro tipo di bene. L’auto ha poi una particolarità di natura formale: essa è cioè un bene mobile e per questo motivo deve essere iscritta in un pubblico registro. Il problema è che questa situazione di obbligo formale della registrazione, che ha cent’anni di vita, è di fatto utilizzata dallo Stato per tenere sia l’auto, sia le imbarcazioni sotto un pesante fardello di tipo fiscale, che non è nemmeno competitivo rispetto agli altri paesi europei. E questo provoca danni a non finire.

Tipo?

Le faccio solo qualche esempio. I costi per immatricolare un’auto in Italia sono 15 volte superiori a quelli sostenuti per immatricolarla in un Paese dell’est Europa; sono 5 volte superiori che in Austria e Germania. E per immatricolare un auto in Italia bisogna pagare quasi 30 tasse differenti, di cui l’Ipt (l’imposta provinciale di trascrizione, ndr) è solo una tra le più onerose.

Trenta tasse?

Sì. E come se non bastasse, le aziende italiane, se vogliono utilizzare automobili come mezzi per svolgere la loro attività, le cosiddette flotte aziendali, si trovano a dover sostenere fardelli di non detraibilità dei costi di acquisto che sono assolutamente esagerati rispetto al resto d’Europa. Questa è una situazione che mette le aziende italiane in condizione di svantaggio per quanto riguarda la competitività con le loro sorelle europee. Cosa che invece non succede quando devono acquistare un computer o un macchinario.

Almeno lo Stato ci guadagnerà qualcosa. È la filosofia perseguita dall’esecutivo quella di risanare i conti pubblici…

Nemmeno. La supertassa introdotta a dicembre per le autovetture con un motore di potenza superiore ai 185 kw (le cosiddette auto di lusso) è stata un fallimento. Sul possesso di simili mezzi c’è infatti un balzello di 20 euro aggiuntivi per ogni kw che eccede i 185. Ma è stato un vero e proprio autogol fiscale, dannosissimo per  l’erario. Nei primi 9 mesi del 2012, infatti, le automobili di questa tipologia immatricolare sono state solo 5652 contro le 10113 dei primi 9 mesi del 2011. Si tratta di un dato dell’Unrae al netto della crisi. La causa è solo il superbollo. Questo significa che il comparto ha perso 340 milioni di euro di fatturato, ma anche che il governo ne ha persi 60 milioni di Iva riscossa in meno, 3,7 di Ipt e 3,5 di bollo non riscosso dalle regioni. Si tratta di 67,2 milioni di euro di perdita, mentre il superbollo ne farà incasserà solo 6. Questo significa un danno per l’erario nei primi nove mesi dell’anno di circa 60 milioni di euro che, a fine anno, saranno 114. A cosa è servito il superbollo, mi domando allora?

E a cosa è servito?

È stata una misura demagogica che ha contribuito a ridurre i consumi in Italia per stimolarli all’estero. E questo è un discorso che vale per numerosi beni e servizi italiani.

Lei cosa ne pensa in definitiva?

Penso che il governo abbia l’immagine di un mercato dell’auto chiuso, come lo era in anni che sono ormai lontani. Ma così non si fa altro che deprimere i consumi interni. E credo di interpretare il sentimento di tutti coloro che hanno amore per l’auto. Quando dico che il governo deve smettere di porre lacci e tagliole a tutti quelli che vogliono investire e consumare in Italia e che dovrebbero essere incentivati a farlo, non penalizzati. Mentre un altro tema fondamentale da un punto di vista fiscale e normativo è quello di sviluppare una legislazione in tutto simile a quella dei paesi vicini che sono concorrenti a pieno titolo nel mercato.

 

(Matteo Rigamonti)

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