WINDJET-ALITALIA/ Di chi è la colpa?

- Andrea Giuricin

Questo agosto è caratterizzato dalla caduta dell’ennesima compagnia italiana. È la volta di Windjet che non è riuscita a volare verso la fusione con Alitalia. Il commento di ANDREA GIURICIN

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Immagine d'archivio

Questo agosto è caratterizzato dalla caduta dell’ennesima compagnia italiana. È la volta di Windjet che non è riuscita a volare verso la fusione con Alitalia e che era in difficoltà da diversi mesi. Lo stesso presidente dell’Enac, Vito Riggio, ha confermato in un’intervista che la situazione finanziaria dell’operatore era molto complicata da diversi mesi. L’arrivo dell’estate non è coinciso con una crescita della compagnia, ma con la sua fine.

La compagnia siciliana in realtà non aveva una struttura di costo come quella di Ryanair o Easyjet e i costi erano simili a quelli di un vettore tradizionale come Alitalia. Windjet dunque era una low price, vale a dire una compagnia che cercava di conquistare quote di mercato con delle tariffe inferiori a quelle di un vettore tradizionale, ma senza avere una struttura dei costi adeguata. Windjet era un piccolo operatore, principalmente basato sulla Sicilia, che (come si vede nel grafico a fondo pagina) aveva solo il 2,3% della quota di mercato, pari a 2,6 milioni di passeggeri annui. Oltre l’85% di questi erano domestici, dato che la quota di mercato nel mercato internazionale era inferiore allo 0,5%.

La fine di Windjet è arrivata nonostante l’interessamento e l’avvicinamento di Alitalia. A gennaio il vettore di bandiera aveva mostrato interesse per acquisire la compagnia siciliana e al contempo Blue Panorama. La fusione con quest’ultima è sfumata molto presto, mentre quella con Windjet sembrava potesse andare in porto. A inizio agosto è arrivato il dietrofront di Alitalia con la motivazione che Windjet non aveva mostrato tutti i documenti necessari per comprendere bene l’esborso di denaro a cui andava incontro il vettore di bandiera. Infatti, Windjet avrebbe portato altre perdite ad Alitalia, che ha visto il primo semestre del 2012 molto difficoltoso con un rosso di oltre 200 milioni di euro.

Il cambio di management e l’arrivo di Andrea Ragnetti ha anche modificato quella che era la strategia dell’ex amministratore delegato Rocco Sabelli, che prevedeva una crescita domestica grazie alle acquisizioni di compagnie minori. L’idea era quella di aumentare il traffico verso Fiumicino in modo da alimentare l’hub che Alitalia aveva creato nello scalo romano. La mossa poteva anche essere vincente, ma l’Antitrust ha stabilito che nel processo di fusione alcuni slot venissero ceduti per una posizione dominante in alcuni scali. In questo modo Alitalia avrebbe perso molte delle sinergie che potevano essere fatte su Fiumicino e la strategia di hub and spokes nello scalo romano sarebbe stata fortemente depotenziata. La vicenda si è quindi conclusa con la ritirata di Alitalia e l’incapacità di Windjet di poter continuare a causa di una situazione finanziaria sempre più delicata.

È dunque possibile dare la colpa ad Alitalia o a Windjet? Sicuramente quest’ultima compagnia è quella maggiormente responsabile del proprio fallimento. Alitalia ha cambiato strategia all’ultimo momento, ma sicuramente sarebbe stato impossibile per il vettore di bandiera trovare i soldi necessari all’acquisto e al mantenimento di una compagnia in forte perdita.

Non è chiaro invece il ruolo dell’Enac. Se il presidente ha detto che sapeva della situazione delicata da oltre un trimestre, non si capisce perché non abbia ritirato la licenza o dato quella temporanea alla compagnia siciliana. Forse l’Enac e il Governo hanno spinto troppo per una soluzione tutta italiana, senza tuttavia averne le capacità. Ancora una volta, come nel caso della vecchia Alitalia, l’Enac ha fatto poco il regolatore e forse è entrato un po’ troppo nella partita.

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