ALITALIA/ Dragoni: operazione Millemiglia, vi spiego cosa c’è dietro

- int. Gianni Dragoni

Per GIANNI DRAGONI, i nostri imprenditori hanno messo a disposizione della compagnia di bandiera capitali insufficienti e hanno basato tutto sui debiti e sui favori dei politici

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«Alitalia è una metafora del capitalismo clientelare presente in Italia, con i nostri imprenditori che hanno messo a disposizione capitali insufficienti e hanno basato tutto sui debiti e sui favori dei politici». Ne è convinto Gianni Dragoni, inviato de Il Sole 24 Ore, secondo cui lo scorporo di Millemiglia da parte di Alitalia «è un’operazione puramente cosmetica». Secondo un advisor, dovrebbe valere 250 milioni di euro, ma di fatto è soltanto il preludio a un ulteriore indebitamento che poi qualcuno, si tratti di Air France o dei contribuenti italiani, sarà chiamato a ripianare.

In che senso lo scorporo di Millemiglia è “un’operazione puramente cosmetica”?

Lo scorporo serve a concedere più tempo per trovare una soluzione per Alitalia, che ha finito i soldi e avrebbe bisogno di una ricapitalizzazione. L’operazione Millemiglia non genera entrate e ricavi, a meno che Alitalia non venda delle quote dei partner, un’ipotesi che per il momento non è stata presa in considerazione.

Eppure si parla di un’iniezione virtuale di liquidità da 250 milioni di euro …

L’espressione “iniezione virtuale di liquidità” significa che in pratica non si vedrà un solo euro. Il consiglio di amministrazione realizza uno scorporo e lo fa emergere come se fosse un valore, ma non incassa. Nel creare una società con il portafogli Millemiglia, l’operazione di Alitalia è paragonabile a quella di un privato che rivaluta la sua casa per ottenere un prestito dalle banche. Se però non vende l’appartamento non aumenta il suo capitale. E’ possibile che la prossima mossa di Alitalia attraverso lo scorporo consista nell’ottenere un finanziamento, ma sarebbe pur sempre un debito che si aggiunge a quelli esistenti. Ciò quindi non servirebbe a scongiurare il sostanziale azzeramento del capitale a causa delle perdite.

Alla fine Air France toglierà le castagne dal fuoco alla compagnia italiana?

La fusione è la soluzione più probabile: nel 2009 Air France è entrata nella società privata Cai anche con questo obiettivo. I “patrioti” italiani sono desiderosi di vendere, ma sperano di realizzare una somma simile a quella che hanno investito, o magari anche di incassare qualcosa di più. Bisognerà vedere se ci sarà un accordo sul prezzo di cessione delle quote di Alitalia ad Air France. Come previsto fin dall’inizio, la compagnia francese pagherebbe attraverso l’emissione delle sue azioni, e non attraverso denaro. I soci italiani entrerebbero quindi a far parte di Air France/Klm, che ingloberebbe così anche Alitalia.

Lei è a favore di questa fusione?

Da un punto di vista industriale può essere una soluzione positiva, ma lo era già nel 2008. All’epoca Air France fece un’offerta che prevedeva anche il fatto di prendere su di sé i debiti di Alitalia. Un’eventuale fusione avrebbe salvaguardato maggiormente l’occupazione di Alitalia e non avrebbe caricato sulle spalle dei contribuenti italiani un costo da 5 miliardi di euro generato dal rigetto dell’offerta francese voluto da Berlusconi. Cai ha comprato la parte sana di Alitalia senza i debiti, mentre a 7mila lavoratori è stato garantito per sette anni l’80% dello stipendio pagato dallo Stato.

L’entrata di Alitalia in Air France migliorerebbe la qualità dei trasporti aerei in Italia?

Il punto è che in Italia non c’è nessuno che sia disposto a investire sui trasporti aerei. Gli stessi soci di Cai non hanno investito sullo sviluppo della compagnia, ma hanno comprato una società in attesa di rivenderla ad Air France.

Per quale motivo?

Nessuno dei soci ha interessi nel trasporto aereo. L’unica eccezione è rappresentata da Carlo Toto, che ha venduto AirOne a Cai a un valore più elevato di sei/sette volte rispetto a quello pagato dalla nuova compagnia per Alitalia. E’ stata quindi una svendita di Alitalia e un salvataggio di AirOne di cui Toto ha beneficiato. Colaninno, Benetton, Riva, IntesaSanpaolo, Pirelli e Gavio sono entrati in Alitalia per avere un credito dal governo Berlusconi e ottenere compensazioni e benefici in altri settori di attività. Si sono quindi limitati a mettere un capitale iniziale piuttosto ridotto, in quanto il loro obiettivo non era quello di sviluppare Alitalia, ma di gestirla per il tempo strettamente necessario richiesto da Berlusconi e nel frattempo ottenere benefici in altri settori.

Ma è sicuro di poter muovere queste critiche ai nostri imprenditori, che nel 2008 furono addirittura definiti “i patrioti”?

Alitalia è una metafora del capitalismo clientelare presente in Italia, con i nostri imprenditori che hanno messo a disposizione capitali insufficienti e hanno basato tutto sui debiti e sui favori dei politici. Non dimentichiamoci che Colaninno è l’uomo che scalò Telecom ai tempi del governo D’Alema, quando Pier Luigi Bersani era ministro dello Sviluppo economico, e quindi è la cerniera dei rapporti con il Pd.

 

(Pietro Vernizzi)

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