TREGUA IN ISRAELE/ Il problema resta aperto: chi ha regalato i palestinesi ad Hamas?

- int. Camille Eid

È stata raggiunta una tregua tra Israele e Hamas. Ma in questa guerra la vera novità si registra sul fronte interno e coinvolge gli arabi israeliani

Israele contro Hamas
Guerra Israele-Hamas a Gaza (LaPresse, 2021)

Tra Israele ed Hamas è stato raggiunto un accordo “simultaneo e reciproco” sul cessate il fuoco. La tregua è in vigore dalle 2 di stamattina. Fino a ieri si è assistito ad alcuni lanci di razzi dal Libano meridionale verso Israele nord: “Hezbollah ha smentito ogni responsabilità per il lancio di questi razzi” ci ha detto Camille Eidgiornalista libanese residente in Italia e collaboratore di Avvenire “si tratta di azioni di gruppi isolati di palestinesi. Bisognerebbe ricordare che in Libano ci sono tutt’oggi 350mila profughi palestinesi che attendono da anni di tornare a casa loro. Su quel fronte dalla fine della guerra del 2006 si verificano solo incidenti sporadici grazie alla presenza dell’Unifil”.

Quello che quasi tutti gli organi di stampa sembrano ignorare o lasciare in secondo piano, è come sia nata questa nuova guerra, in modo completamente diverso dalle precedenti, in seguito all’iniziativa di elementi di estrema destra israeliana che hanno provocato i palestinesi di Gerusalemme est: “L’altro grande elemento di novità sono state le prime manifestazioni della storia nei giorni scorsi che hanno visto insieme palestinesi che vivono a Gerusalemme e in Cisgiordania, una cosa che Netanyahu non aveva previsto e che segna una svolta di cui non conosciamo le conseguenze”.

Sono stati lanciati anche missili dal Libano. È un nuovo fronte?

No, è dal 2006 che gli incidenti in quella parte dei confini israeliani sono minimi grazie alla presenza delle forze di interposizione dell’Onu. Purtroppo in Libano ci sono oltre 350mila profughi palestinesi abbandonati da anni e tra loro qualche gruppo ha interesse a trascinare il Paese nella nuova escalation.

C’è però il sostegno iraniano ad Hamas e gli interessi in questa area sono tanti.

Certo, e questo aspetto viene spesso sottovalutato. Vediamo, infatti, un movimento sunnita come Hamas ricorrere all’Iran sciita per trovare sostegno, dando a Teheran la possibilità di presentarsi al mondo islamico come l’unico difensore dei diritti dei palestinesi. Ma perché lasciare all’Iran questo monopolio? È un gravissimo errore.

La polemica sempre aperta è che Hamas sfrutta la questione palestinese. Recenti sondaggi in vista delle elezioni legislative, poi rimandate dall’Autorità palestinese, davano una vittoria schiacciante di Hamas. Questo vuol dire che il popolo palestinese ormai sta con loro?

È vero: i sondaggi prevedevano una vittoria di Hamas alle elezioni del 22 maggio, poi annullate. Comunque, i palestinesi stanno con Hamas perché non vedono un’alternativa valida. È ovvio che sia così.

Perché?

Abu Mazen non prende posizione, è inattivo, da anni non conta più nulla. Si è attaccato come pretesto per rinviare le elezioni al fatto che Israele non concedeva il voto ai palestinesi di Gerusalemme est, ma è stata una scusa perché sapeva che avrebbe perso. I palestinesi si sentono abbandonati da tutti, anche dai paesi arabi che stanno firmando accordi di pace con Israele. Il rinvio di queste elezioni ha mandato a picco il processo di riconciliazione inter-palestinese tra i due governi di Ramallah e Gaza. In questo modo Hamas si è rafforzata, denunciando un colpo di stato di Abu Mazen. Tutto questo porta al rafforzarsi delle parti fondamentaliste in Israele e a Gaza.

Nessuno si sta accorgendo della grande novità in atto: per la prima volta nella storia lo scorso martedì migliaia di arabi israeliani hanno manifestato con i palestinesi contro gli espropri e i soprusi. Che significato ha? 

Questo è l’aspetto di grande novità che Israele deve affrontare. A Netanyahu faceva comodo continuare a denunciare Hamas come forza terroristica staccata dal popolo palestinese,  dicendo che la sua guerra è contro una aggressione terroristica e misconoscendo il fatto che la scintilla è stata a Gerusalemme. La novità adesso è che anche gli arabi che vivono all’interno dello Stato di Israele, circa il 20% della popolazione, si dichiarano parte integrante del popolo palestinese, e questo preannuncia degli sviluppi che ancora non conosciamo.

Lei è stato recentemente accusato di difendere Hamas e attaccare Israele. Cosa risponde?

Non difendo affatto Hamas e aborro le ideologie fondamentaliste, a qualsiasi religione appartengano. Ho al mio attivo un libro e decine di articoli sui movimenti radicali islamici, facilmente consultabili. Sono critico di Israele perché la sua politica di espropriazione e di annessione continua finisce per attizzare il radicalismo invece di combatterlo. Capisco che possa dare fastidio il fatto che un cristiano maronita come me difenda i palestinesi. Ma per me è una questione di principio e di giustizia. I libanesi hanno avuto un’amara esperienza con la presenza armata palestinese, ma ciò non mi ha mai impedito di credere nella giustizia della loro aspirazione a uno Stato sovrano in cui vivere in pace. Lo faccio anche dal punto di vista umano, di fronte a uno squilibrio informativo spesso incondizionato a favore di Israele. 

Ci spieghi.

L’episodio dello sgombero dell’edificio della stampa dieci minuti prima di bombardarlo perché in una stanza di quel palazzo ci sarebbero stati dei terroristi, i bombardamenti su abitazioni civili, la morte dei bambini, sono una sproporzione ingiustificabile. Certamente condanno anche Hamas. Ma anche Dio, prima di distruggere Gomorra, si era detto disponibile a risparmiarla se vi fossero stati trovati anche solo dieci giusti. I bambini morti a Gaza in questi giorni sono terroristi o vittime innocenti?

Quali prospettive vede?

Si è arrivati a una tregua, ma fra tre anni potremmo essere allo stesso punto. Occorre andare alla radice del problema. Ci sono tante soluzioni che non sono più prese sul serio, come quella dei due Stati che convivono oppure quella dello Stato binazionale. Ma evidentemente a qualcuno fa comodo che si resti in questa situazione.

(Paolo Vites) 

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