TURISMO/ Disdette e mancati arrivi riaprono la crisi nel 2022

- Alberto Beggiolini

Il nuovo anno non comincia bene per il turismo, vista l’ondata di disdette di prenotazioni e i mancati sostegni ai lavoratori del comparto

Brunetta, Franco e Draghi
Il premier Draghi con i ministri Franco e Brunetta al Senato (LaPresse)

La Cig Covid per i lavoratori del comparto turistico è scaduta ieri, ma ancora non è dato sapere con certezza se si potrà contare sul tanto chiesto prolungamento dell’ammortizzatore per altri sei mesi, motivato ancor più in queste settimane dalle nuove restrizioni e dall’andamento ben poco felice della stagione, tra disdette, alberghi semivuoti, ristoranti di città costretti a restare chiusi per la mancanza della materia prima: i clienti.

La dichiarata volontà di accogliere le istanze delle rappresentanze datoriali di categoria, alle quali si sono aggiunte anche quelle dei sindacati (stranamente arrivati solo in seconda battuta a questa battaglia corale, quasi non ne dipendesse il licenziamento definitivo di migliaia di lavoratori), in realtà fa ben sperare. “Lo facciamo tutti, speriamo, ma non abbiamo ancora nessuna certezza”, ci dice Bernabò Bocca, presidente di Federalberghi. Ma anche lo stesso ministro al Turismo, Massimo Garavaglia, si è chiaramente pronunciato a favore dell’estensione della Cig. E lo stanziamento di 700 milioni di euro per nuova cassa-Covid, anche se non specificamente destinata al turismo, potrebbe preludere a una prossima ripartizione idonea. Però 700 milioni, dicono gli operatori, non sarebbero sufficienti nemmeno per il solo riparto turismo: servirebbero insomma ben altre cifre, con nuovi scostamenti di bilancio, che potrebbero comunque essere varati dal primo Consiglio dei ministri del nuovo anno, anche in recupero dei giorni di mancata copertura.

Per comprendere la portata delle misure necessarie, basti pensare che dall’inizio della crisi pandemica le ore di cassa per Covid coperte per i lavoratori dell’industria turistica sono state un miliardo, per un costo di 10 miliardi di euro. Adesso, con 60 milioni di non-arrivi e 120 milioni di non-presenze, numeri in costante peggioramento, la crisi del turismo, che si era sperato fosse in fase calante, ha preso nuova consistenza, i contagi aumentano e, anche se non portano a peggioramenti nei ricoveri ospedalieri e nelle terapie intensive, causano comunque una diffusa incertezza, che sfocia nelle disdette delle prenotazioni e nelle rinunce a ogni socialità.

“È un quadro drammatico quello che si sta disegnando in queste ore – ha dichiarato Maria Carmela Colaiacovo, presidente Confindustria Alberghi -. Le aziende sono lasciate sole ad affrontare una nuova ondata di cancellazioni che stanno azzerando la stagione invernale e i prossimi mesi anche nelle città d’arte. Dobbiamo ricordare che da luglio di quest’anno per il settore alberghiero, che pure ha continuato a soffrire, come testimoniato sia dei dati dell’Istat che da quelli di Banca d’Italia, non è stato disposto nessun tipo di aiuto. Gli operatori del settore, oltre 27.000 aziende, 200.000 lavoratori, sono stati abbandonati nella più grande crisi che l’economia del turismo abbia mai visto”.

È tutta la frastagliata ramificazione del segmento turismo a soffrire, dai tour operator alle agenzie di viaggio, agli albergatori e via dicendo. Perfino gli agriturismi, circa 25 mila, per un totale di 160 mila posti, stanno viaggiando in acque pericolose, con i fatturati dimezzati (-49%, a 802 milioni) per l’emergenza Covid. Una delle regioni che registrano forti densità di queste strutture è il Veneto, con quasi 1500 aziende agrituristiche per 44 mila posti a tavola e 13 mila posti letto. Nonostante gli ampi spazi disponibili, l’ubicazione quasi sempre in zone scarsamente popolate, e spesso davvero isolate (come le malghe), anche negli agriturismi si segnalano le disdette di Capodanno. “Il nostro comparto – sostiene Coldiretti – era già stato particolarmente colpito lo scorso anno, con appena 2,2 milioni di arrivi nel 2020 (-41,3% rispetto al 2019), il numero più basso dal 2010. Adesso temiamo il bis, nonostante le nostre imprese siano spesso situate in zone isolate della montagna o della campagna, in strutture familiari, con un numero contenuto di posti letto e a tavola, e con ampi spazi all’aperto: sono forse i luoghi dove è più facile garantire il rispetto delle misure di sicurezza per difendersi dal contagio fuori dalle mura domestiche. Eppure…”.

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