TURISMO/ Italiapiattisti, Italiamontani e il problema aperto per la ripresa italiana

- Alberto Beggiolini

Mentre si è acceso lo scontro tra isole e località costiere si rischia di dimenticare quella fetta importante del turismo rappresentata dalla montagna

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Foto di pasja1000 da Pixabay

Se ne sentivate la mancanza, eccovi serviti: gli Italiapiattisti sono vivi e lottano… per conto loro. Non bastasse la polemica tra sindaci e governatori sostenitori delle isole Covid-free e sindaci e governatori sostenitori dell’uno vale uno, e cioè che ogni spiaggia – non solo quelle insulari – è meritevole di vaccini, adesso è scoppiata, inevitabile, la guerra tra chi pensa solo ai litorali (appunto gli Italiapiattisti) e gli operatori del turismo in montagna, già con i nervi abbastanza scoperti dopo la loro stagione clou, quella invernale, andata in fumo. Perché loro no? Perché nessuno pensa anche alle località montane Covid-free?

Le testate di settore (in primis montagna.tv) stanno cavalcando la protesta alpina, peraltro molto soft, un mondo talmente abituato a essere considerato il side-B del turismo italiano (1.200 chilometri di arco alpino più altri 1.200 di quello appenninico contro gli 8 mila delle coste) da non tentare nemmeno di alzare più di tanto la voce. Eppure, anche le più belle location in quota contano una popolazione residente così esigua da consentire una possibile vaccinazione totale in brevissimo tempo, e potrebbero anch’esse diventare, al pari di Ischia o Capri, ottime calamite Covid-free per il turismo, anche straniero. Stesse argomentazioni, quindi, tra …piattisti e …montani, ma uguali controindicazioni (sperequazioni intollerabili, antidemocrazia sanitaria) e soprattutto uguale controtendenza rispetto alle regole chiare imposte da Governo e commissario Figliuolo: le vaccinazioni devono procedere esclusivamente su base anagrafica.

Nel frattempo, gli sciatori in crisi di astinenza stanno già preparando scioline e scarponi nella speranza di potersi concedere – Covid permettendo – almeno un assaggio di neve nella prossima stagione estiva. Anche se i ghiacciai italiani si stanno squagliando rapidamente: ne restano, in pratica, solo due, Stelvio e Cervinia. Il primo dovrebbe riaprire il 29 maggio, per poi richiudere l’1 novembre, con le limitazioni che saranno stabilite dai prossimi protocolli, in fase di elaborazione (capienza limitata nelle cabinovie, misure anti assembramenti, sanificazioni frequenti e via dicendo). Dal passo dello Stelvio con funivia e funifor (le funivie a due funi portanti) si passa dai 2.700 ai 3.450 metri della Punta degli Spiriti, dove lavorano 6 impianti di risalita, con 20 chilometri di piste da discesa e due piste da fondo. A Cervinia invece non c’è ancora una data certa per la riapertura: si aspettano, prudentemente, indicazioni precise (si parla di una stagione estiva da fine giugno a settembre). Da Cervinia si raggiunge Plateau Rosà (3.500 metri) in funivia, con tre impianti e piste di ogni livello, 26,5 chilometri di piste e un maxi snowpark, e tracciati che sconfinano in Svizzera.

Anche senza neve e ghiacciai, per la montagna/estate si stanno comunque preparando un po’ tutti, come il carosello del Dolomiti Superski, che ha annunciato la riapertura dei propri 110 impianti per il 12 giugno (con un migliaio di assunzioni stagionali), sempre che le regioni coinvolte siano tutte in zona gialla, che le restrizioni sanitarie lo consentano, e che i protocolli per il restart (che erano già stati messi a punto, inutilmente, per lo scorso inverno) siano stati approvati e condivisi. La scorsa estate proprio la montagna aveva attirato un gran numero di turisti, praticamente tutti italiani, ovviamente, che videro gli ampi spazi e le attività all’aria aperta quali ottimi alleati di mascherine, gel e distanziamenti nella prevenzione ai contagi. La prossima estate si prevede il bis, con i territori già pronti ad offrire circuiti suggestivi per gli amanti dell’MTB, per i camminatori watching, per le famiglie.

Per la montagna italiana, gli operatori e i lavoratori della sua filiera produttiva più rilevante, il turismo è l’ultima speranza, dopo l’azzeramento della stagione invernale e le incertezze che minacciano i ristori promessi. “Il previsto fondo per la montagna è di 700 milioni, di cui 430 per gli impiantisti – dice Valeria Ghezzi, presidente Anef (l’associazione degli impiantisti funiviari) -. Ma il provvedimento non è definitivo, deve proseguire con la conversione in legge del decreto Sostegni, quindi per il momento incrociamo le dita e speriamo in bene”. Ghezzi, nella recente audizione al Senato, ha riassunto in termini drammatici la situazione di un comparto che concentra il 90% dei suoi incassi nei quattro mesi invernali, e conta un terzo dei propri dipendenti (in tutto 15 mila) con contratti a tempo indeterminato. “Noi chiediamo solo una chance di sopravvivenza, essenziale anche per tutte le altre attività economiche della montagna. Non si può nemmeno dimenticare che una nostra grande difficoltà potrebbe spostare i flussi turistici sui mercati d’oltralpe”.

Sono questioni di turismo, è vero, ma sono problemi che riflettono su tutta l’economia italiana, perché il turismo è sì un mercato voluttuario, ma le sue performances sono ben concrete e basilari (l’UNWTO indica che la crisi ha messo a rischio nel mondo il posto di lavoro di 100 milioni di addetti al turismo). Secondo il rapporto di previsione elaborato dal Centro Studi di Confindustria, presentato l’altro giorno – che analizza gli andamenti attesi di Pil, consumi, investimenti, export, lavoro e finanza pubblica per il 2021 e il 2022 -, il capitolo turismo rivela che 3 dei punti persi dal nostro Pil vanno attribuiti al crollo del turismo in Italia, un settore che non produce scorte: l’invenduto resta invenduto per sempre.

Per Confindustria la ripartenza del turismo è quindi necessaria, sia per la rilevanza del settore e la salvaguardia delle imprese, che per l’impatto positivo sull’occupazione che può determinare. Ma anche per la capacità del turismo di generare valore in altri comparti dell’economia italiana: l’analisi del Csc rivela che per ogni euro investito nel turismo, si generano 0.20 euro nel resto dell’industria, 0.10 nei servizi e 0.5 nell’agricoltura. Bisogna insomma puntare su una rapida ripresa del comparto, ha detto il presidente di Confindustria Carlo Bonomi, puntando sui nostri atout, primo tra tutti il brand Italia, che nonostante tutto resta ancora una potente calamita.

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